C’è un comprensibile entusiasmo per la collocazione dei Titoli di Stato italiani. Segno della fiducia nella stabilità del Paese. E questo è vero! Anche se bisognerebbe intendersi di quale stabilità parliamo senza rischiare di mettere in secondo piano quella assicurata dal lavoro e dall’imprenditoria che non sembrano sempre essere in cima ai pensieri di un Governo che finora ha, semmai, molto privilegiato la tutela di categorie che operano in un sistema da considerare praticamente di monopolio. E non parliamo poi dei privilegi che si continuano a garantire alla rendita finanziaria non produttiva attingendo alla quale, invece, potremmo avere molte più risorse ed essere meno costretti ad indebitarci sui mercati finanziari.

In ogni caso, partecipiamo all’applauso, ma senza dimenticare che – come per tutte le cose umane, in particolare quelle dell’economia- c’è sempre l’altra faccia della medaglia. In questo caso, due elementi spiccano: ci comprano il debito pubblico – di questo si tratta – perché paghiamo di più i creditori. Inoltre, come è nel caso delle ultime vendite a breve termine, aumenta la quota di titoli acquistato da soggetti esteri.

C’è chi il successo della recente collocazione lo contrappone alle difficoltà che stanno vivendo Francia e Regno Unito. Ma non dimentichiamo che, mentre l’Italia ha sfondato la quota del 135,3 % sul Pil, la Francia è al 113,9 % e il Regno Unito al 95,9 %.

Due ultime riflessioni. Per quanto riguarda tutti questi politici della cosiddetta Seconda Repubblica sarebbe bene ricordar loro che l’Italia nel 1988 aveva un debito pubblico del 90,50%  salito poi nel 1994 al 105,5%, pari a circa 959.713 miliardi di lire.  Oggi siamo a 3070, 7 miliardi di euro. Ciò significa che noi paghiamo 87 miliardi di euro all’anno per interessi, la Francia solo 58.

Infine, non dimentichiamo che agli inizi degli anni ’90 l’Italia era diventata la quarta potenza più industrializzata al mondo. Adesso è l’ultima per ricchezza pro capite tra i componenti del G7, mentre Francia e Regno Unito vi occupano la quarta e la quinta posizione.

Allora, auto elogiamoci pure perché fa pure bene tirarsi su ogni tanto, ma raccontiamola tutta e chiediamoci se gli attacchi speculativi cui sono sottoposte in questi giorni Francia e Regno Unito -oltre che  per i loro problemi politici interni – non abbiano a che fare con le posizioni assunte su talune vicende dei nostri giorni. Non sarebbe certo la prima volta che i giochi  della cosiddetta geopolitica finiscono per trasferirsi dagli scontri verbali alle dinamiche delle economie pubbliche dei paesi coinvolti. L’Italia fa sempre bene a ricordare che se Sparta piange non è che Atene se la passi molto meglio…

About Author