La situazione in Ucraina proietta ombre inquietanti su tutto il pianeta, ma molto più scure sull’Europa. L’uso delle armi nucleari da parte della Russia, nel momento in cui il conflitto dovesse volgere al peggio per Mosca, è un’opzione possibile. Soltanto papa Francesco continua a implorare le ragioni della pace, purtroppo solo e inascoltato.

In Italia più della preoccupazione per l’escalation del conflitto, tra la gente l’argomento di ogni discussione è il rincaro delle bollette, che sta diventando un incubo per famiglie e imprese. Se scaldare casa lo scorso inverno era costato 1500 euro, la prospettiva per il prossimo supera i 5000. Senza contare la luce triplicata e gli aumenti generalizzati di cibo e generi di consumo. Come farà a pagare chi non ha risparmi cui attingere?

La guerra in Ucraina, come era facilmente prevedibile, sta avendo i peggiori effetti sulle economie europee, specie quelle povere di materie prime come l’Italia. Non per nulla avevamo scritto nel precedente editoriale (CLICCA QUI) che noi italiani “dobbiamo adoperarci per la pace, se non per convinzione almeno per interesse, dato che la guerra ci farà impoverire sempre più”.

Peccato non avere la possibilità di chiedere a Draghi se ritiene ancora valido il dilemma “tra la pace o il condizionatore acceso”, ora che la prospettiva è di ritrovarci con la guerra e i termosifoni spenti…

Mentre gli italiani si preoccupano giustamente delle crisi energetica, economica e sociale, in questo quadro a tinte fosche siamo ormai arrivati al voto, dopo una campagna elettorale desolante e squallida al pari delle vicende che hanno portato alla fine anticipata della legislatura e alla composizione delle liste.

La stupidità di Conte (ci riferiamo alla definizione di “stupido” proposta da Carlo Maria Cipolla* nel suo pamphlet Allegro ma non troppo) ha permesso al cinismo di Salvini e Berlusconi di interrompere anzitempo la legislatura per lucrare un interesse elettorale di parte che confligge con l’interesse generale del Paese, affidatosi alla credibilità internazionale di Mario Draghi per ottenere i 200 miliardi del PNRR e utilizzarli al meglio.

Andiamo al voto con l’ignobile legge elettorale che garantisce l’oligarchia al potere, e che tutti i partiti sul teatrino della politica si sono ben guardati dal modificare: fa comodo a tutti i leader scegliere i fedelissimi da mandare in Parlamento, come è comodo per chi è dentro il sistema non dover raccogliere le 36.000 firme necessarie per essere presenti in tutti i collegi.

Su queste pagine da tanti anni, con Guido Bodrato in primis, sosteniamo la necessità impellente di archiviare bipolarismo, maggioritario, partiti personali, nominati: tutto l’armamentario della nefasta Seconda Repubblica, che ha portato il discredito della politica tra gli italiani a livelli sempre più alti.

Facile prevedere un aumento dell’astensionismo: dal 72,9% di votanti nel 2018 ci aspettiamo una percentuale inferiore al 70%, vicina all’astensionismo di un italiano su 3. Risultato su cui ci sentiamo di scommettere se aggiungiamo agli astenuti anche il totale delle schede nulle e bianche.

Anche per distrarci dai veri problemi, proseguiamo nel gioco dei pronostici e ipotizziamo i risultati dalle urne. Tra soli quattro giorni saranno facilmente verificabili.

Vincitrice annunciata Giorgia Meloni. Ha dalla sua il fatto di non aver mai guidato un governo, e quando partecipò nel 2008 al Berlusconi IV era poco più che una mascotte con l’apposito Ministero della Gioventù. Berlusconi, Letta, Renzi, Conte, Salvini (era Ministro dell’Interno ma si atteggiava a padrone d’Italia) hanno già dato, e sono già stati (o stanno per essere) puniti dagli elettori dopo esperienze di governo discutibili e deludenti. Per Fratelli d’Italia, malgrado una classe dirigente men che modesta e spesso imbarazzante, prevediamo un 25%; forse anche un paio di punti in più per la tendenza di una fetta consistente di elettorato di centrodestra a imbarcarsi sul carro del vincitore annunciato: era successo con Berlusconi, poi con Salvini, ed ora ce lo aspettiamo con la Meloni.

Per la Lega ipotizziamo il 12%, circa la metà per Forza Italia, intorno all’1% Noi Moderati, i centropportunisti alla Lupi e Rotondi che inseguono l’ennesimo strapuntino aggrappati al carro della destra. La variegata combriccola di centrodestra, divisa su tanti importanti temi ma furbescamente compatta al momento del voto, farà en-plein o quasi nei collegi uninominali e avvicinerà la maggioranza qualificata dei due terzi, necessaria per far passare leggi costituzionali.

Inutile dire che per i democratici popolari di ispirazione cristiana il centrodestra è invotabile. Ma negli anni non è servito a nulla indicare lo sbocco a destra di una crisi del sistema politico che si è voluto violentare con la camicia di forza del bipolarismo indotto da una serie di leggi elettorali maggioritarie e anticostituzionali.

Bipolarismo voluto e mantenuto dai due poli in contrapposizione, ma che di fatto si legittimano reciprocamente. Chi rifiuta il bipolarismo, non dovrebbe votare nessuno dei due poli…

Guardiamo al centrosinistra, imperniato sul PD, partito-guida che mantiene alta, malgrado le ripetute sconfitte, la bandiera della “vocazione maggioritaria”. Anche questa volta i Dem dovrebbero attestarsi sotto il 20%, più o meno sulla deludente percentuale ottenuta nel 2018 con Renzi segretario, quando non raggiunse i 6 milioni e mezzo di voti, complessivi degli italiani all’estero.

Enrico Letta ha puntato tutto su “o noi o la Meloni”, con una campagna elettorale giocata sulla contrapposizione rosso vs nero, come dimostrano i manifesti “Scegli!”. Proporre la scelta tra rosso e nero a chi vorrebbe votare bianco, non pare una strategia così intelligente. Non ci sono solo stati Almirante da una parte e Berlinguer dall’altra: per fortuna anche Fanfani, Moro, Donat-Cattin, Martinazzoli…

Ma dopotutto Letta è da tempo che non ne imbrocca una: prima punta al “campo largo” con i Cinquestelle di Conte; poi lo scarica per non aver votato una fiducia al Governo Draghi e si allea con Calenda e i radicali rimasti in +Europa (gli altri sono già nel PD…); però poi imbarca anche il cocomero rossoverde di Bonelli e Fratoianni, che avevano votato contro Draghi una cinquantina di volte, facendo scappare Calenda che va a salvare il suo carissimo nemico Renzi dalla trappola del quorum; poi Letta ispira Tabacci nell’operazione “salvate il soldato Giggino” non accorgendosi che chi ha votato Di Maio a Napoli continuerà a votare Cinquestelle e non il Ministro degli Esteri imborghesito e voltagabbana.

Consideriamo ancora che Letta non ha fatto nulla, anzi, per modificare il profilo liberal, da partito radicale di massa, del PD, né lo ha fatto uscire dai quartieri ZTL né dalle aree metropolitane. Il suo appello antifascista per il voto utile contro la Meloni, arriva dal politico che più ha legittimato la leader di Fratelli d’Italia negli ultimi anni: non è credibile se grida adesso “al lupo, al lupo”…

Insomma, se vincerà il centrodestra, possiamo ben dire che è anche grazie a questo Partito Democratico.

Degli altri di centrosinistra, ecco le previsioni: Verdi e Sinistra Italiana al 4%, recuperando qualche voto dal PD; male +Europa al 2%, dato che le battaglie radicali per i diritti individuali sono ormai diventate patrimonio di tutta la sinistra; Impegno Civico della strana coppia Di Maio-Tabacci appena sopra o appena sotto l’1% (propendiamo per la seconda ipotesi).

Ed eccoci al Movimento 5 Stelle, protagonista della legislatura che si sta concludendo. L’esperienza vissuta, un misto di populismo incompetenza e presunzione, farebbe supporre che Grillo e i suoi siano condannati alla scomparsa. Per dire, nessuno sano di mente si opporrebbe alla costruzione del termovalorizzatore a Roma, a meno che sia a libro paga dei potenti signori delle discariche: e il no al termovalorizzatore romano è stato il primo motivo della sfiducia a Draghi. Ma i vertici del Movimento, dopo la confusione “accordo sì-accordo no” con il PD, hanno saputo trovare una via di salvezza: hanno puntato tutto sulla difesa del reddito di cittadinanza per ottenere i voti delle famiglie che lo percepiscono – per la maggior parte nelle Regioni del Sud – e di coloro che sperano in una continua assistenza dello Stato per ovviare alla mancanza di lavoro. Giuseppe Conte ha ripreso i panni di “avvocato del popolo” cavalcando un tema capace di fare breccia in quell’estesa fascia di popolazione (5 milioni e mezzo di italiani) che la Caritas denuncia essere in povertà. In tante province del Mezzogiorno i grillini supereranno il 20%, e la percentuale nazionale del Movimento potrebbe collocarsi intorno al 15%.

Elemento di novità (relativa) la lista unita Italia Viva-Azione, il cosiddetto Terzo polo. Da chi, come noi, ha sempre considerato il bipolarismo una iattura e il maggioritario una mezza truffa, dovrebbe essere visto con simpatia. Purtroppo il duo Calenda-Renzi ha costruito un’alleanza tattica di corto respiro. Si è trattato di un ristretto accordo di vertice tra i due leader – dall’ego inversamente proporzionale alla simpatia – che hanno così risolto il problema di superare la soglia di sbarramento e di garantire la capolistatura ai parlamentari uscenti di Italia Viva e ai fuoriusciti di Forza Italia raccolti da Calenda. Nessuna apertura alla società civile, al Terzo settore, all’associazionismo, ai territori (vedi Pizzarotti, prima reclutato poi scaricato). Nessuna apertura alla grande tradizione politica del cattolicesimo democratico – sociale e solidale – ma solo la continua insistenza sulla triade riformisti-liberali-repubblicani, cercando di contendere voti liberal e radicali al PD e +Europa, insistendo sull’efficienza tecnocratica con un’immagine elitaria lontana da una politica popolare. Insistere poi sul presidenzialismo (Renzi non ha fatto tesoro della batosta al referendum…) non suona bene alle orecchie dei Popolari.

Infine, nessun rinnovamento nelle persone, ma solo il riciclo di personale politico della Seconda Repubblica che cerca di ritrovare un ruolo perduto sotto l’ennesima bandiera. In un caso a noi vicino, persino monopolizzando in famiglia i posti da capolista.

Tutto ciò considerato, il duo Renzi-Calenda dovrebbe rimanere al di sotto della doppia cifra (10%) che certificherebbe la bontà dell’operazione. A meno che in tanti utilizzino la molletta al naso di cui parlò Montanelli: ma in ogni caso – e lo avevamo già visto con Calenda alle Comunali di Roma – due personaggi consolidati del teatrino della politica non sono in grado di riconquistare elettori che non vanno più a votare, ma solo di togliere voti ad altri teatranti.

Rimangono populisti residui (Paragone e De Magistris) sotto il quorum del 3%, e l’eterno Clemente Mastella, ricco di clientes a Benevento ma condannato allo zero virgola sul piano nazionale.

Verificheremo tutto quanto tra una settimana, a bocce ferme dopo il voto.

Già, il voto…

Visto il quadro politico e l’assenza nel mio collegio di candidati stimabili, che potrebbero almeno indurre a votare la persona chiudendo un occhio e usando la molletta per accettare il partito, per la prima volta dal 1978 ho seriamente pensato di non recarmi al seggio. Ma questa idea è stata subito spazzata via dal ricordo dei tanti giovani partigiani che hanno sacrificato la loro vita per la libertà e la democrazia poi sancite nella nostra bella Costituzione. Andare a votare è un segno di rispetto e un dovere morale.

Così sto riflettendo su un brano tratto dal libro di Ester Tanasso e Alessandro Tessari, Il valore del dissenso (Mimesis 2012), che qui riporto: “Nel lasciare volontariamente in bianco la scheda, l’elettore esprime quasi sempre la negazione del proprio consenso, un giudizio consapevole ed intenzionale di rifiuto, una bocciatura in risposta all’offerta dei partiti e alle loro strategie. Come tale, la scheda bianca è un comportamento di voto in senso pieno”. Interessante…

Alessandro Risso

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione i Popolari del Piemonte (CLICCA QUI)