Un aspetto ai più sconosciuto è il rapporto tra il Grand Ayatollah Khomeini ed il massimo esponente del pensiero marxista in Iran, Alì Shariati. Il dialogo tra queste due figure riesce a spiegare come il pensiero “islamo-marxista” di Shariati contribuì a plasmare l’immaginario politico della rivoluzione iraniana. Lo si potrebbe quasi definire l’ideologo della rivoluzione.
Per comprendere il suo ruolo bisogna partire da quella che era la sua posizione nel panorama culturale iraniano degli anni Sessanta e Settanta. Formatosi tra Iran e Francia, egli entrò in contatto con il marxismo, l’esistenzialismo e i movimenti anticoloniali, rielaborando queste influenze all’interno di una visione islamica originale.
Il risultato fu una sintesi ideologica che molti hanno definito “islamo-marxista”: un tentativo di coniugare giustizia sociale, emancipazione e spiritualità. Shariati sosteneva che i principi di uguaglianza e liberazione, tipici del pensiero socialista, fossero già presenti nell’Islam, in particolare nella tradizione sciita.
Le sue idee ebbero un impatto enorme, soprattutto tra i giovani e gli studenti. Le sue conferenze e i suoi scritti contribuirono a formare quella generazione che avrebbe poi guidato la mobilitazione rivoluzionaria contro lo Scià.
La rivoluzione iraniana del 1979 non fu il prodotto di un’unica ideologia, né l’espressione lineare di un solo leader. Fu, piuttosto, il risultato di una convergenza complessa tra correnti diverse — religiose, nazionaliste, socialiste — che trovarono un punto di sintesi nella figura di Ruhollah Khomeini. Tra queste correnti, un ruolo decisivo fu svolto dal pensiero di Ali Shariati, sociologo e teorico che seppe reinterpretare l’Islam sciita in chiave rivoluzionaria.
Il loro non fu un rapporto diretto nel senso classico del termine. Shariati morì nel 1977, due anni prima della rivoluzione, senza assistere al trionfo politico di Khomeini. Eppure, tra i due si stabilì un legame intellettuale profondo, fatto di influenze indirette, convergenze strategiche e, al tempo stesso, tensioni irrisolte.
Uno dei contributi più importanti di Shariati fu la trasformazione dello sciismo da tradizione religiosa a ideologia politica attiva. Egli reinterpretò concetti centrali come il martirio e la giustizia in chiave rivoluzionaria, opponendosi al quietismo del clero tradizionale, quindi lo sciismo come ideologia rivoluzionaria.
In questa visione, l’Islam non era più solo una religione, ma uno strumento di liberazione contro l’oppressione politica e culturale. La sua critica alla “occidentalizzazione” della società iraniana — vista come una forma di alienazione — si univa a una forte denuncia delle disuguaglianze sociali.
Questo approccio contribuì a creare un linguaggio comune tra ambienti religiosi e settori della sinistra, facilitando quella convergenza che avrebbe reso possibile la rivoluzione, rivoluzione che ai suoi inizi nessuno avrebbe mai potuto pensare sarebbe sfociata in un regime islamico. Era pensiero dei più che sarebbe stata di sinistra e per capirlo basti pensare al ruolo che ebbe nel Paese il partito comunista Tudeh e l’influenza su importanti settori della società essenzialmente urbana di alcuni dei suoi elementi più distinti.
Se Shariati fu il teorico, Khomeini fu il leader capace di tradurre quell’energia in potere politico. A differenza di Shariati, il suo pensiero era radicato nella tradizione religiosa sciita e nella giurisprudenza islamica. Tuttavia, egli seppe intercettare e rielaborare molte delle istanze che circolavano nella società iraniana, comprese quelle diffuse da Shariati.
La rivoluzione iraniana è stata descritta come una sintesi di diverse correnti ideologiche, tra cui il khomeinismo e l’“Islam di sinistra” di Shariati. Khomeini adottò una retorica fortemente anti-imperialista, anti-occidentale e orientata alla giustizia sociale, elementi che risuonavano con il pensiero shariatiano. Allo stesso tempo, però, li inserì in un quadro politico-religioso molto più gerarchico e centrato sull’autorità clericale.
Il rapporto tra i due pensieri è segnato da una doppia dinamica: convergenza strategica e divergenza strutturale. Da un lato, entrambi condividevano l’opposizione al regime dello Scià, la critica all’influenza occidentale, l’idea di un Islam politicamente attivo e l’enfasi sulla giustizia sociale.
Dall’altro lato, le differenze erano profonde. Shariati era critico nei confronti del clero tradizionale e immaginava un Islam più dinamico e partecipativo. Khomeini, invece, teorizzava un sistema in cui il potere politico fosse guidato da un’autorità religiosa, come nella dottrina del velayat-e faqih (governo del giurista). In questo senso, il pensiero di Shariati conteneva elementi che potevano portare a esiti diversi da quelli effettivamente realizzati dopo la rivoluzione.
Nonostante queste differenze, l’influenza di Shariati sulla rivoluzione fu decisiva. Egli contribuì a creare quel clima culturale e ideologico che rese possibile la mobilitazione di massa. Senza il suo lavoro di reinterpretazione dell’Islam, difficilmente la rivoluzione avrebbe avuto la stessa ampiezza e profondità.
Molti intellettuali e gruppi di sinistra videro nella rivoluzione un’occasione di emancipazione, trovando nel pensiero di Shariati un punto di riferimento. Questa convergenza tra religione e sinistra fu uno degli elementi chiave del successo rivoluzionario. Tuttavia, una volta consolidato il potere il nuovo regime si distaccò da molte delle istanze più radicali e pluraliste presenti nel pensiero shariatiano.
Il rapporto tra Khomeini e Shariati può essere letto come un esempio emblematico di come le idee possano essere reinterpretate e trasformate nel passaggio dalla teoria alla pratica politica. Shariati fornì un linguaggio, una visione e una mobilitazione. Khomeini fornì una struttura, una leadership e un sistema di potere. Il risultato fu una rivoluzione che univa elementi diversi, ma che nel tempo si è consolidata in una forma politica specifica, quella della Repubblica Islamica.
Oggi, il dibattito sul ruolo di Shariati continua. Per alcuni, è il vero ideologo della rivoluzione iraniana; per altri, una figura la cui eredità è stata in parte tradita o distorta. Ciò che appare chiaro è che il rapporto tra Ruhollah Khomeini e Ali Shariati non può essere ridotto a una semplice influenza unidirezionale. È piuttosto il prodotto di un momento storico in cui religione, politica e ideologia si sono intrecciate in modo unico. In quel crocevia, Shariati ha contribuito a immaginare la rivoluzione. Khomeini l’ha resa realtà. A spiegare questo salto, le condizioni della società iraniana dell’epoca, ben più arretrate rispetto ad oggi.
Al momento della Rivoluzione Islamica, sebbene la migrazione verso le città fosse in rapida crescita, nelle aree rurali l’analfabetismo era molto elevato, tanto da toccare l’85% in alcune zone. La maggior parte quindi non sapeva né leggere né scrivere ed i tassi di istruzione vi erano drasticamente inferiori, in particolare tra le donne, dove l’analfabetismo superava il 60%. Nonostante la modernizzazione dello Scià, la popolazione rurale viveva in povertà e ha rappresentato una parte consistente del malcontento che avrebbe alimentato la Rivoluzione Islamica.
Il rapporto con Shariati non toglie che l’origine del pensiero di Khomeini vada cercata nel Corano, il libro sacro dell’Islam, che per i musulmani raccoglie il verbo di Dio, così come rivelato dall’Arcangelo Gabriele al profeta Maometto nel VII secolo. Questo chiede la sottomissione completa alla volontà di Allah, sottolineandone la misericordia e la compassione. Il testo ha molto in comune con la tradizione giudaico-cristiana, tanto che Ebrei e Cristiani erano considerati credenti in quanto accettavano l’esistenza di un Dio unico.
A seguito della morte del Profeta ci si accorse che non a tutto il Corano offriva soluzioni precise. Le risposte vennero quindi cercate anche nelle sue parole e nei suoi atti. Seconda fonte della legge divenne allora la sunna, tanto da dire che se quest’ultima poteva fare a meno del Corano, questo non poteva fare a meno della sunna, che divenne regola dell’ortodossia musulmana.
Nel 1962, Khomeini venne riconosciuto come uno dei sei Grandi Ayatollah dell’Islam sciita iraniano. Costretto all’esilio per la sua opposizione allo Scià, egli si recò prima in Turchia, poi in Iraq ed infine in Francia, dove emerse come leader delle forze ostili alla monarchia. Rientrato in Iran nel gennaio del 1979, egli formò un mese dopo il primo governo rivoluzionario per poi proclamare la Repubblica Islamica. Il nuovo regime nacque in opposizione al comunismo ateo sovietico, ai valori e ai costumi dell’Occidente e all’influenza degli Stati Uniti. Il 2 dicembre del 1979 un referendum approvò la nuova Costituzione sancendo il principio del velayat-e faqih, corrispondente alla tutela sul paese del capo religioso.
Edoardo Almagià