Da quando Trump è comparso all’orizzonte, soprattutto nella seconda edizione, ci si divide sull’interpretazione da dare alle sue mosse avventate, ai suoi insulti , alle sue ripetute bugie, alle sue spacconate ecc… La fenomenologia trumpiana è ormai ricchissima, ogni giorno appare un’invenzione di parole, di gesti, di verbirgerazioni sfrontate.
Secondo qualcuno, dietro questi fuochi d’artificio, sparati al cielo per disorientare, sta una strategia, cioè qualcosa di razionale, benché di per sé non del tutto ragionevole. Esistono dei fini certi, i mezzi sono occasionali e raccolti all’ultimo momento, a seconda delle circostanze. Il fine è scolpito nell’acronimo MAGA. Alla base sta dunque un’ideologia, tutt’altro che nuova nella storia americana: quella della “grandezza dell’America”, dello splendore abbagliante della “città sulla collina”, del “destino necessario” di una nazione che ha preso biblicamente il posto del “popolo eletto”. Che questo fine venga raggiunto attraverso la costruzione di una rete di alleanze o affermando, invece, l’unipolarismo totale, che finisce per coincidere con un sovranismo imperiale dipende, appunto, dalla condizione storica. Insomma, non ci sarebbero cesure sostanziali, dal Presidente Monroe, che nel 1823 diffidò le potenze europee dall’interferire nelle vicende del continente americano nel nome dell’anticolonialismo, al Presidente Trump che nel 2026 sbrindella le alleanze e si accorda/disaccorda, collude/confligge con le altre potenze imperiali.
Così, dietro l’individuo Trump starebbe in realtà un’intera classe dirigente economico-finanziaria e politica piuttosto compatta sugli obbiettivi e semmai divisa variamente sui mezzi per realizzarli. Come in una band sul palco, c’è il frontman che tiene il microfono e canta a squarciagola, ma attorno a lui c’è il batterista, l’esperto in effetti speciali… un gruppo. Le analisi dei politologi e degli storici si sfidano nell’individuare le linee di frattura e i cambiamenti epocali. Usano la parola “poli-crisi”. La crisi della statualità, inventata dagli Europei tra il ‘400 e il ‘500, quella dell’Occidente coloniale e imperialistico dall’anno della scoperta dell’America nel 1492, quella dell’ordine westfaliano del 1648 e del Diritto internazionale che ne era conseguito, quella del suicidio dell’Europa in due guerre mondiali, quella del bipolarismo nel 1989, quella dell’ordine liberale del dopo ‘89. Trump è il prodotto di questa poli-crisi.
Un’altra interpretazione del trumpismo non nega questo retroterra storico, ma sostiene che Trump è una specie di “zio matto” globale. Schiere di psicologi e psichiatri, compresa una sua nipote, affermano che soffre di turbe di ogni tipo e che, in particolare, sarebbe prigioniero di una sindrome narcisista, che consiste nel ritenere che il mondo intero sia soltanto un prolungamento del proprio debordante Sé. Manca poco che, sulle orme di Caligola, faccia senatore il proprio cavallo.
Secondo tale interpretazione, anche se Trump perde consenso e, probabilmente, le elezioni di Mid-term a novembre, non perciò il matto cesserà di ammattire. Anzi! Si sentirà autorizzato a farlo ancora per due anni. D’altronde, gli psichiatri non lo possono fermare. Secondo la “Goldwater Rule”, una regola di etica professionale adottata nel 1973 dall’American Psychiatric Association, uno psichiatra non deve esprimere un’opinione professionale sulla salute mentale di una figura pubblica “senza averla personalmente esaminata e senza il suo consenso”. Sicché, occorre aspettare che passi la nottata e torneremo in un mondo migliore.
Manca, però, al catalogo delle interpretazioni della fenomenologia trumpiana, una terza interpretazione, che viene considerata poco esplicativa, perché considerata solo “sovrastrutturale”. Si può considerare come un approfondimento del discorso sulla crisi dell’ordine storico-politico liberale. E’ una crisi etica. Sotto la superficie dell’ordine liberale scorreva il fiume carsico dell’etica, cioè del criterio del principio-persona, cioè del principio della libertà/dignità della persona umana, quale criterio di etica pubblica e di etica privata. Questa etica è nata dal Cristianesimo e dalle sue metamorfosi laiche: l’Umanesimo, l’Illuminismo, il Liberalismo.
Così, l’ordine liberale è fatto di Regole, di Leggi, di Stato di diritto, di Eserciti, di Forza, che poggiano sullo Stato, sugli Eserciti, sulla Forza, ma il fondamento ultimo è il principio-persona. L’inaridimento di questo fiume carsico ha ridotto l’ordine liberale alle Regole, alle Leggi, allo Stato, agli Eserciti, alla Forza. Nelle mani di Trump e dei suoi simili è rimasta una volontà di potenza senza basi etico-umanistiche. E’ questo il tratto più evidente della de-europeizzazione della società, della cultura e dell’ideologia americana. Di quell’ideologia che Allan Bloom aveva già incominciato a chiamare “the Closing of the American Mind”.
Per una sagace ironia della Storia, tocca di questi tempi ad un altro americano rivendicare le basi dell’ordine storico-liberale, di cui gli Usa sono stati garanzia. Di cognome fa Prevost. Quando parla di “Magnifica humanitas” tutti, Vance compreso, corrono al bacio della sacra pantofola, ma dentro di sé si chiedono, come a suo tempo Stalin: “Quante sono le legioni del Papa?”. Come se il discorso morale non c’entrasse nulla con la storia reale, fatta di potenza e di cozzo degli eserciti. Discorsi edificanti, ma irrealistici. Papa Leone XIV, invece, continua a proporceli come sostanza e motore della storia umana, se vuole continuare a durare nel tempo. Una tale forza non nasce dallo Stato e dal Diritto: li precede. E non si innesca per legge, ma per processi educativi e testimonianze che ogni generazione passa all’altra.
L’etica ha bisogno di una “traditio symboli”, come nel rito ambrosiano. Ogni generazione consegna il proprio credo etico alla prossima.
Giovanni Cominelli
L’intervento è ripreso dalla pagina Facebook dell’autore