Abbiamo visto un Trump aprire un ennesimo nuovo capitolo: quello che getta acqua sul fuoco sulla vicenda Iran. Aiutato dal Governo di Teheran corso a rassicurare che non sono previste sentenze capitali a danno delle tante migliaia di arrestati nel corso delle manifestazioni di piazza che hanno infiammato il grande paese del Golfo. Teheran ha addirittura smentito che uno dei più noti oppositori incarcerati, Erfan Soltani, abbia mai rischiato di essere processato per reati che prevedono la pena di morte come in questi giorni tutti i giornali occidentali hanno sostenuto.
The New York Times ci fa sapere – cita una fonte autorevole americana – che Israele ha chiesto espressamente di rinviare l’attacco contro l’Iran. Qatar, Arabia Saudita, Oman ed Egitto – questa volta la fonte del giornale newyorkese è araba – avrebbero fatto lo stesso. Il timore di tutti e cinque i paesi dell’area è che Teheran li possa colpire in risposta ad un bombardamento che faccia il bis di quello dello scorso giugno, allorquando alcuni missili iraniani hanno superato le difese aeree israeliane ed ucciso dei civili.
Parole in parte distensive sono venute da Trump anche sulla Groenlandia – finendo per sostenere che ha ottimi rapporti con Copenaghen, cosa di cui non ci eravamo davvero accorti – nonostante l’assoluto insuccesso del vertice cui hanno partecipato il vice J. D. Vance, il Segretario di stato Marco Rubio e il Ministro degli esteri della Danimarca, Lars Løkke Rasmussen, oltre a quello del governo autonomo della più grande isola al mondo che Washington pretende di annettere “in un modo o in un altro”. Ovviamente, su queste e su altre questioni ci aspettiamo nuove riscritture del futuro racconto – o decisioni – che il Presidente americano si deciderà a tirare fuori. Anche prima del giugno scorso sembrava aver cambiato idea sul già minacciato attacco all’Iran. E non va sottovalutato che gli Usa hanno disposto l’invio del Mediterraneo della portaerei Lincoln e tenere al caldo l’opzione militare. La Lincoln deve spostarsi dai mari della Cina e così darà a tutti i soggetti di questa storia il tempo per meditare sul da farsi.
Tutto è dunque ancora aperto. Mentre negli USA non resta con le mani in mano anche chi ha altre idee anche se non è sempre in grado di agire alla luce del sole. E così, allora, non si può non prendere atto che la giornata di ieri è stata quella del voto, 50 a 50, con cui il Senato statunitense ha concluso l’animato dibattito su quale libertà di manovra Trump abbia nei confronti del Venezuela. Un punto che va ben oltre il tema dei rapporti – e di eventuali nuovi interventi armati – con il paese sud americano. Perché si tratta della questione centrale che sta caratterizzando questa seconda presenza “trumpiana” alla Casa Bianca e, dunque, anche le intenzioni verso l’Iran e le ambizioni verso la Groenlandia: il potere autonomo del Presidente e i passaggi, invece, che la Costituzione gli obbliga ad avere dinanzi al Congresso.
Su questo si è fatta viva una forte opposizione di principio presente tra la sua vecchia base elettorale dei Maga – Make America Great Again – sostenitori del Trump “pacifista” e pacificatore, poco intenzionati a rischiare né un dollaro né una vita umana americana in giro per il mondo – e, al tempo stesso, nell’ala più tradizionalista repubblicana, considerata, per principio, isolazionista e contraria all’interventismo mondiale che, invece, sta molto più nelle corde dei democratici.
Trump è stretto in questa tenaglia e, questa volta, ha rischiato molto. Perché solo all’ultimo minuto i senatori repubblicani Josh Hawley, del Missouri, e Todd Young, dell’Indiana, sono stati convinti dai vertici del partito a non votare con i democratici. Cosa che sarebbe stata un’autentica sciagura per Trump. Grazie alle regole del Senato Usa, la débâcle è stata evitata solo perché il suo vice Vance, che è anche Presidente di questo ramo del Parlamento, ha votato come cinquantesimo a suo favore. Può anche questo spiegare perché ci siamo trovati, per ora, dinanzi ad un Trump meno bellicista?
Sulla sua testa sta pendendo anche la spada della Corte suprema americana da cui è attesa la fatidica sentenza sulla validità delle decisioni presidenziali sull’introduzione dei dazi a tutto il resto del mondo che hanno provocato costi aggiuntivi nei supermercati e sulle piattaforme di acquisti online frequentate dagli americani. E i consumatori si stanno rivelando il vero tallone d’Achille del Presidente. Al punto che, mai come oggi, un’America fortemente spaccata sta reagendo, ma non come Trump sperava. Egli continua a precipitare nei gradimenti degli americani e a rendere ancora più incerto il futuro dipinto al ritorno per la seconda volta al comando. E, dunque suo malgrado, qualche volta, la sua voglia di decidere deve fare i conti con più gente di quella che lui pensava. ![]()