Trump è davvero un uomo contorto, come lo è, del resto, la sua politica. Meno quella autoritaria all’interno – sia sul piano della gestione dell’economia, giungendo ad un vero e proprio attacco frontale alla Federal reserve (CLICCA QI), sia per la quotidiana intromissione che fa nella pubblica amministrazione americana, con i continui scontri con la magistratura e con l’idea che egli debba regolare anche le questioni di ordine pubblico … ma solo negli stati retti da governatori democratici.
Ma molto contorta – e per taluni versi contraddittoria – è soprattutto la sua politica estera. Anche se così operando si lascia aperte tutte le strade. L’importante è che non perda il filo e non finisca per incartarsi. Come dimostra l’insuccesso nel riuscire a convincere Putin a fermare la guerra in Ucraina.
Vuole il Nobel per la pace, ma propone di cambiare il nome del Dipartimento alla Difesa in quello della Guerra. Si dirà che è la solita concessione alle fasce più estremiste del suo elettorato – oggi fortemente divise proprio sulla mancata sua opera di pacificatore -e che lui deve provare a riunificare all’insegna della retorica e, quindi, del mantra del Maga, Make America great again. Non sappiamo come pensa di giustificare al Comitato che deciderà per l’assegnazione del Premio Nobel il fatto che non ha certo lesinato nel sostenere la guerra di Israele a Gaza e in Cisgiordania, così come ha continuato con un costoso riarmo che non ha precedenti.
E’ un gran parlare del rapporto speciale che legherebbe Trump a Putin. Ma queste sono solo parole. Non sappiamo, infatti, come a suo tempo il Presidente russo prese la decisione di quello americano di abbandonare il Trattato Inf sui missili nucleari a medio e corto raggio. Era il 2018 e si era nella prima presidenza Trump. Troppo prima dell’aggressione all’Ucraina 2022 per coglierci un legame, ma è certo che Putin ha giustificato anche con l’avvicinamento delle armi Nato alle proprie frontiere il proprio attacco a freddo contro Kiev del 24 febbraio di quell’anno.
Ma anche con la seconda Presidenza Trump troppe cose non tornano nel rapporto tra i due. Presi come siamo stati dalla questioni dazi per l’Europa, forse, non è stato dato il rilievo necessario a quelli abnormi messi a carico dell’India. Con la motivazione che Delhi continua a comperare il petrolio russo, l’Amministrazione statunitense ha raddoppiato il 25% inizialmente annunciato. E l’India non è stata con le mani in mano. La stampa locale informa l’India ha avviato la sua controffensiva, annunciando l’India ha avviato la sua controffensiva, soprattutto sul tessile, su altri mercati quali quelli di Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Germania, Francia, Italia, Spagna. E la Cina – che segue la vicenda con particolare interesse – registra la reazione del Presidente indiano Modi che per ben quattro volte si sarebbe rifiutato di rispondere alle chiamate telefoniche di Trump. Tra i due le cose, in realtà non vanno bene da tempo anche a causa delle relazioni più strette che Washington vorrebbe istaurare con il Pakistan. Al punto che il “Times of India” ha riferito che Modi avrebbe rifiutato l’invito improvvisato di Trump a recarsi a Washington a fine giugno, dopo la riunione del G-20 in Canada, quando i due non si erano incontrati di persona perché Trump se n’era andato via prima dell’arrivo del Presidente indiano. In più, ha scritto il giornale in indiano in inglese, che Trump avrebbe voluto Modi alla Casa Bianca in contemporanea con il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pakistano Asim Munir ricevendo dai vertici indiani l’espressione di un forte risentimento.
Ma mentre Trump continua con la sua contorta diplomazia, che ha molto di personale, la Cina va al sodo. E così da Pechino vengono sbandierati dati molto incoraggianti in economia come quelli che riguardano i profitti delle principali aziende industriali cinesi del settore manifatturiero high-tech nel luglio scorso aumentati del 18,9% su base annua. I profitti nel settore aerospaziale, aeronautico e della produzione di apparecchiature correlate sono aumentati del 40,9%. Nel settore dei semiconduttori, l’aumento sarebbe stato del 176,1%, nella produzione di apparecchiature specifiche per dispositivi a semiconduttore del 104,5% e nella produzione di dispositivi discreti a un aumento del 27,1%. E così il gigante asiatico ha più che compensato il calo registrato dai profitti delle principali aziende industriali scesi dell’1,5%.
E non si ferma il caleidoscopio di rapporti e relazioni che i cinesi stanno oramai sviluppando su scala sempre più globale. Ostentatamente rovesciando l’attitudine trumpiana che non crede più nel multilateralismo, o lo intende applicare solo in funzione degli interessi statunitensi. In una fittissima agenda di incontri, si registra a Pechino con una delegazione saudita nel corso del quale entrambi i partner hanno sottolineato che, in un momento in cui l’economia globale e il sistema commerciale multilaterale si trovano ad affrontare gravi sfide, dovrebbe essere rafforzato il coordinamento, salvaguardate le regole del commercio internazionale e sostenuto il multilateralismo. Cina ed Arabia saudita, così, hanno confermato l’intenzione di rafforzare la cooperazione nei settori della produzione avanzata, delle nuove energie, delle catene di approvvigionamento e dei parchi industriali, arricchendo ulteriormente il loro partenariato strategico globale.
Insomma, Trump – e chi gli resta troppo dipendente – s’incarta e altri invece si organizzano … ![]()