Due inchieste giornalistiche uscite a poche ore di distanza — una de The Guardian, l’altra del New York Times — compongono un quadro che, preso nel suo insieme, è difficile da ignorare. Da un lato, un documento riservato del Board of Peace, l’organismo creato da Donald Trump per governare Gaza, che prevede immunità legale totale per sé stesso, per i suoi collaboratori e per i contractor che opereranno sul territorio. Dall’altro, un accordo minerario da oltre un miliardo di dollari in Kazakistan, negoziato dal governo americano e immediatamente seguito da investimenti privati dei figli del presidente e dei figli del segretario al Commercio.

Due storie diverse, un’unica domanda: dove finisce lo Stato e dove comincia l’azienda di famiglia?

Gaza come zona franca: il Board of Peace e l’immunità totale

Il documento ottenuto dal Guardian è inequivocabile. La bozza di risoluzione del Board of Peace — classificata “sensitive but unclassified” — prevede:

  • immunità da arresto, detenzione e procedimenti giudiziari in tutta Gaza;
  • possibilità di ottenere proprietà pubbliche “gratuitamente”;
  • un sistema interno per giudicare eventuali danni, feriti o morti causati dalle operazioni;
  • nessun meccanismo di controllo esterno.

Gli esperti di diritto internazionale consultati dal Guardian parlano apertamente di “creazione di un sistema legale autonomo”, senza supervisione, senza responsabilità, senza trasparenza. E soprattutto: Trump stesso avrebbe il potere di concedere o revocare l’immunità, con il voto del suo board — composto, tra gli altri, da Jared Kushner.

È difficile non vedere il paradosso: mentre Israele è accusato di violazioni gravi a Gaza, l’amministrazione americana crea un organismo che si auto‑protegge da ogni responsabilità futura.

Il tungsteno del Kazakistan: un affare pubblico che diventa privato

Il New York Times racconta un’altra storia, ma con lo stesso schema. Durante un incontro al St. Regis di New York, Trump e il segretario al Commercio Howard Lutnick ottengono dal presidente del Kazakistan l’accesso a uno dei più grandi giacimenti di tungsteno del mondo — un materiale strategico per missili, jet, microchip.

Pochi giorni dopo: gli investitori legati a Donald Trump Jr. ed Eric Trump entrano in un’entità societaria collegata al progetto; i figli di Lutnick aiutano a raccogliere 210 milioni di dollari per un partner dell’operazione; l’Amministrazione approva fino a 1,6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per la stessa azienda.

È un intreccio che in altri Paesi chiamerebbero conflitto di interessi strutturale. Negli Stati Uniti, invece, è diventato quasi routine.

Le domande inevitabili

A questo punto, le domande che un cittadino americano — o chiunque creda nella democrazia liberale — dovrebbe porsi sono semplici e brutali.

Come può un presidente negoziare accordi internazionali da cui la sua famiglia trae profitto diretto?

Come può un organismo che governa Gaza auto‑attribuirsi immunità totale, senza controllo esterno, mentre è guidato da persone legate agli affari del presidente?

Come può la politica estera di una superpotenza essere intrecciata con gli investimenti privati dei figli del presidente e dei figli del segretario al Commercio?

E soprattutto: quanto può reggere una democrazia quando il confine tra Stato e azienda familiare diventa indistinguibile?

La favola dell’imprenditore‑politico

A chi continua a ripetere che “un imprenditore è un buon politico perché sa come si gestisce un’azienda”, bisognerebbe rispondere con una sola frase: uno Stato non è un’azienda, e i cittadini non sono clienti.

Un imprenditore può fallire, uno Stato no. Un imprenditore può scegliere i partner, un presidente deve rispondere al popolo. Un imprenditore può massimizzare il profitto, un presidente deve massimizzare il bene pubblico.

Quando la politica diventa un’estensione del business, la democrazia diventa un marchio. E il potere, un investimento.

La questione morale

Le due inchieste — Gaza e il tungsteno — non parlano solo di affari. Parlano di una visione del potere: un potere che non si sente vincolato da regole, che non riconosce limiti, che considera lo Stato come un asset da sfruttare.

La domanda finale, allora, non riguarda Trump. Riguarda gli Stati Uniti.

Quanto ancora gli americani possono tollerare che la politica estera, la sicurezza nazionale e perfino la ricostruzione di Gaza vengano subordinate agli affari di famiglia?

È una domanda che non riguarda solo il presente. Riguarda il futuro della democrazia americana.

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