Se si dia prima l’uovo o la gallina è questione da tempo controversa. Se assumiamo questa intrigante domanda a mo’ di metafora, scopriamo come sia riferibile a tanti casi particolari. E rapportabile, ad esempio, ad una domanda che dobbiamo pur porci: Donald Trump è la causa del terremoto cui assistiamo o, piuttosto, è l’effetto di un sommovimento tellurico che viene da regioni più profonde del tempo che ci è dato vivere?
Con ogni probabilità sono vere ambedue le cose, ma sicuramente prevale la seconda. E, se pur non fosse così, dovremmo, per un elementare “principio di cautela”, comportarci come se così fosse, evitando di sperare che, tolto Trump, le cose del mondo vadano a posto. No, non è così; non andrebbe a posto niente. Così come è fuorviante raccontarci che alla Casa Bianca siede un “matto” e non possiamo farci nulla.
Peraltro, dai “matti” avremmo molto da imparare. Sono spesso sensibilissime antenne che dicono di noi anche quello che vorremmo non ci sia detto. Come se loro soltanto vedessero, anzi fossero quella faccia della Luna che a noi non è mai concesso vedere. Ma per tornare a Trump, nel senso classico del termine, da quel che si può comprendere da remoto, non ha un disturbo mentale e definirlo “fuori di testa” è una via di fuga che ci consente di risparmiare la fatica di un’analisi più seria della situazione e l’onere delle domande e delle responsabilità che ne conseguono.
Rischiamo di assumerlo come il “capro espiatorio”, sulle cui spalle caricare il peggio del mondo. Il che, d’un tratto, ci assolve e ci consola.
Trump è Trump, non altro. Senonché, il potere è inebriante e gonfia le vele di una personalità – probabilmente narcisistica, ma non, per forza di cose, patologica – che, senza volerlo, enfatizza il proprio “Io” quel tanto e più che sia utile a velare qualche sfumata, quasi impercettibile défaillance che, pur senza ammetterlo, sente fastidiosamente vibrare in fondo al cuore. Tutt’al più, nel caso di Trump, considerata l’età, si può pensare che certi comportamenti paradossali e compulsivi, contraddittori, enfatici ed iperbolici siano dovuti ad una minor modulazione corticale di istanze ed impulsi che vengono impetuosi su dalle più riposte regioni del Sé.
Il problema – come già detto su questa pagine – è piuttosto un altro e, cioè, comprendere se, come e perché stiano mutando le forme di un potere che si avvia verso una china tecnocratica che, a sua volta, si declina in termini autoritari. Si tratta di un problema molto complesso che va decisamente al di là di Trump. Come se oggi, sfidati da trasformazioni profonde, potessimo darci ragione del mondo solo considerandolo un sistema chiuso. Non una collettività libera ed aperta, in perenne evoluzione, dunque, per forza di cose, ibrida, aleatoria e sfuggente, tendenzialmente ingovernabile, eppure sospinta verso nuove frontiere della vicenda umana. Bensì una “macchina”, un che di meccanico che finalmente e solo in quanto tale, si può dirigere e governare. Purché attraverso automatismi dettati da un’univoca, inappellabile autorità superiore che oggi la tecno-scienza pretende di esaurire in sé.
Domenico Galbiati