Siamo di fronte ad un qualcosa che può essere paragonato con la rottura tra Ottaviano Augusto e Marcantonio dopo che i due avevano concluso la vendetta contro gli uccisori di Cesare, cui erano entrambi legati e devoti?

Non vorremmo scomodare tanta grandiosità storica, e che tanto c’ha affascinato da ragazzini, ahinoi, senza social e costretti a divertirci, dopo lo studio, con giornaletti e lunghe partite di pallone sui polverosi campi degli oratori di periferia. Ma è certo che la rottura tra Trump e Musk ha qualcosa di epico e di tragico, oltre che di televisivamente affascinante. Perché c’è sempre una puntata successiva.

E non mancano gli “l’avevo detto” tra i tanti spettatori tv, o lettori di giornale, che hanno sviluppato nel tempo quella sorta d’intrigante autodifesa da un’informazione plaudente dei potenti che porta a scrutare nei dettagli della postura, nella sfumatura del loro dichiarare. Così, da tempo circolava la domanda se una cotanta alleanza potesse resistere all’usura della quotidiana esposizione. Un’usura  che già pochi mesi dopo il trionfo del duo- perché anche Musk ha vinto le presidenziali statunitense dello scorso novembre- è emersa in modo plateale e violenta.

I due vincitori contro l’establishment democratico, contro il pensiero “mainstream” delle grandi università di Harvard e della Columbia, contro la smania del controllo delle multinazionali, contro le regole proprie della società capitalistica liberale, in sostanza, potremmo dire, contro “l’antifascismo” vecchio e nuovo, sono apparsi subito come una “strana coppia”. E questo perché il loro sodalizio portava in grembo i motivi della rottura.

Trump deve moltissimo a Musk. Non solo perché pare che gli abbia portato 250 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale. E noi ricordiamo bene come, a mano a mano che si avvicinavano le elezioni, ci veniva detto di quanto, prima, Joe Biden e, poi, la Kamala Harris stavano surclassando il candidato repubblicano nelle somme ricevute da finanziatori di ogni genere. Il passaggio dell’uomo più ricco del mondo nel campo trumpiano ha nettamente invertito la tendenza. Con tutti gli altri magnati dell’hi-tec, ad eccezione di qualcuno come Bill Gates, che hanno finanziato, ma soprattutto supportato con le loro aziende e la loro immagine, Donald Trump.

Perché c’era una strategia politica all’insegna della “deregulation”, del libera tutti. Accompagnata da un forte triplice impegno: fine delle guerre (cosa che fa comodo a tutti i magnati che, per sviluppare aziende, servizi e prodotti, hanno bisogno di pace); riduzione delle spese pubbliche per alleggerire il carico fiscale e, quindi, far trovare nelle tasche dei consumatori più soldi da spendere; sburocratizzazione.

Musk ha subito occupato la scena con il suo Doge –“US DOGE Service Temporary Organization”- cioè il Dipartimento dell’Efficienza Governativa mettendosi a tagliare posti e funzioni nella pubblica amministrazione. E questo ha immediatamente creato un fronte ostile all’imprenditore sudafricano- canadese da parte di tutta le pletora delle agenzie pubbliche americane.

Ma a Trump questo poteva persino fare comodo con la sua politica del “divide et imperat” che tiene, come in ogni satrapia, legati tutti al vertice massimo della struttura piramidale statale. Il fatto è che il più giovane e rampante Musk, sin da subito, ha dato da vedere che si considerava il comprimario della Casa Bianca. E non solo, visto quanto aveva cominciato ad intromettersi persino nelle relazioni con i paesi esteri. Del resto, la sua forza sta nel controllo di tecnologie e strumenti di connessione di cui non possono al momento fare a meno sia gli Stati Uniti, sia tanti altri, tra alleati e non. Tutto questo ha retto, però, fino a quando Trump non si è imbattuto nel peso che il vecchio “establishment” di potere, di cui magna pars sono in larga parte i repubblicani nel Congresso, negli stati e, giù giù, scendendo a livello di contee e di municipalità.
Che cosa stanno altrimenti a rappresentare le enormi difficoltà che il Presidente ha incontrando per fare approvare il Bilancio federale? Quel “beautiful bill (” bellissima proposta di legge”, ndt) che ha sancito la rottura definitiva con Musk per l’ingente aumento delle spese federali che nell’arco dei prossimi dieci anni raggiungerà la cifra di 3,3 mila miliardi di dollari? Ma non solo con lui. Con una gran parte di quel Maga – il movimento Make America Great Again – che si sente tradito dal Presidente sia per l’azzardo di finire coinvolto nella guerra con l’Iran, sia perché il  vedere crescere ancora di più il già enorme debito pubblico Usa rallenterà  chissà di quanto la piena agognata detassazione promessa. E molti repubblicani guardano già alle elezioni del prossimo anno di “midterm” quando senatori, deputati, governatori, sindaci, ecc. ecc., dovranno fare i conti con un’America divisa letteralmente in due e che non è detto che ogni volta si esprima a favore di Trump.
E così, alla Camera dei rappresentanti, la legge è passata una prima volta per solo due voti. Al Senato, ha dovuto votare il Vicepresidente Vance  affinché non ci fosse una clamorosa bocciatura. E pensare che tutto il Congresso esprimeva una fortissima maggioranza per il partito del Presidente.
Il passaggio tanto difficoltoso del Bilancio sta a confermare che Donald Trump ha forse sottovalutato che un’America tanto divisa può riservare delle sorprese. Ad esempio, quelle emerse plasticamente con la scoperta che non tutti gli stati guidati dai suoi repubblicani condividono l’imposizione dei dazi; che si provi a cancellare la Medicare -la legge di Obama che ha allargato il bacino coperto dalla sanità pubblica e che ora, invece, lascerà milioni di americani senza assistenza, e tra essi in molti saranno gli elettori più poveri di Trump e dei suoi; che ci sia la feroce lotta contro gli immigrati i quali, invece, in talune realtà, servono a trovare manodopera a basso costo. Infine, a spendere tutto quello che si è previsto ora in armamenti.
Musk  su molte di queste cose la pensa, in realtà, come Trump. Ma non riesce proprio a digerire l’aumento delle spese e il ripiegamento di Trump sulle posizioni che egli considera da “vecchia America”. Ed è giunto, così, addirittura a lanciare l’idea della creazione di un partito indipendente. Certamente destinato ad indebolire fortemente il suo ex alleato e sodale. Dalla Casa Bianca si risponde con pirotecniche minacce di escludere le aziende di Musk dagli appalti pubblici. Ma questo che influenza avrà con la dipendenza della Nasa da Starlink e dal peso che questo sistema satellitare mondiale assume, al momento in modo quasi monopolistico, per quella connessione che segna un’ulteriore dipendenza di larga parte del mondo dagli americani? Si è giunti a minacciare Musk  di “deportarlo” al di fuori dei confini come se fosse un immigrato illegale qualsiasi.
In ogni caso, la ricchezza di Musk è tale, anche se in forte calo in questi giorni, che egli è sempre in grado di rivelarsi come uno dei più pericolosi, per quanto inatteso, tra gli avversari vecchi e nuovi di un Presidente che non se la passa bene come le sue dichiarazioni fanno intendere.
Il duello rusticano in corso tra i due non è senza conseguenze per il resto del mondo. Anche per l’Italia che, come al solito, con Giorgia Meloni, si trova ad avere un piede di qua e un altro di là, qualunque sia la questione del momento. Abbiamo più sentito parlare del contratto che sembrava prossimo all’ufficializzazione per Starlink? E dei possibili investimenti in Italia di Musk?
Meglio stare “abbottonati”, continuare a scherzare con i fanti e a lasciare stare i santi. In attesa, magari di vedere quale sarà il carro del vincitore su cui salire.
Giancarlo Infante

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