Negli ultimi mesi il quadro della guerra in Ucraina è cambiato significativamente. La domanda è se
questo stia avvicinando la pace o quantomeno un cessate il fuoco che ponga fine alle terribili
sofferenze della popolazione ucraina e allo spargimento di sangue tra civili e militari delle due parti.
Gli elementi a nostra disposizione indicano che sul terreno la capacità dell’esercito russo di
espandere il territorio ucraino illegalmente occupato a partire dall’aggressione del febbraio 2022 si
è arrestata. Questo è dovuto da un lato alle accresciute capacità di difesa e di contrattacco
dell’esercito ucraino, dall’altro alle crescenti inefficienze di quello russo alle prese con problemi di
logistica, di reclutamento e di inferiorità tecnologica. Allo stallo sul fronte si accompagna la
aumentata capacità delle forze ucraine di colpire in profondità l’apparato logistico e infrastrutturale
dell’aggressore. Dietro alla incredibile resilienza ucraina ci sono due fattori essenziali: la
compattezza e determinazione della società ucraina nel difendere la propria indipendenza nei
confronti dell’aggressione russa ma anche il forte sostegno che i paesi dell’Unione Europea stanno
dando, anche con l’ultimo prestito a lungo termine da 90 miliardi di euro, sostituendosi al
decrescente aiuto americano.

Lo stallo sul fronte militare, e quindi la prospettiva di altri lunghi mesi di guerra, costosissimi sul
fronte umano ed economico per tutte e due le parti, ma con scarsi risultati territoriali, dovrebbe
indurre ad esplorare fattivamente le possibilità di un accordo che avrebbe enormi ricadute positive
tanto sull’Ucraina che sulla Russia. Il presidente ucraino ha manifestato a chiare lettere la sua
disponibilità ad un cessate il fuoco sulle linee attuali del fronte. Manca però la risposta di Putin che
anzi nel recente forum di San Pietroburgo ha ribadito la solita linea: nessun cessate il fuoco finchè
non saranno raggiunti gli obiettivi della cosiddetta operazione militare speciale. Il suo cinico
incitamento ai russi – rabotaitie bratia (lavorate fratelli) – purtroppo significa invece imporre un
destino di morte per altre migliaia di giovani russi.

ll vero problema è ancora, oggi come ieri, Putin. In un regime di dispotismo personale, quale è quello
che negli anni l’ex ufficiale del KGB ha costruito, la decisione di una persona sola, come è stata
determinante per iniziare la guerra così sarebbe determinante per decretarne la fine. Ma qui sta il
nodo gordiano della guerra e della pace. Per Putin, che ha investito tutta la sua autorità e prestigio
nazionale nell’aggressione all’Ucraina come passaggio decisivo per ristabilire l’autorità della sua
Russia sullo spazio post-sovietico, accettare il cessate il fuoco sulla attuale linea del fronte e
riconoscere l’autorità di Zelenskyi significherebbe anche ammettere il fallimento della sua strategia
politico-militare. A fronte degli enormi costi affrontati quali sarebbero stati i vantaggi per il suo
paese? Più di un milione di russi morti e feriti, l’economia civile in crisi e una elefantiaca economia
di guerra da riconvertire, il dilapidamento delle riserve finanziarie dello stato, l’isolamento
internazionale della Russia e l’allargamento della Nato a Finlandia e Svezia, la crescente coesione
politica dell’Unione Europea….Ecco che allora il dittatore russo si attacca disperatamente alla
speranza di una vittoria che conterebbe di raggiungere grazie a una subentrata stanchezza
dell’Europa e a un crollo della resistenza ucraina. Un nuovo errore di calcolo di un politico che dal
2022 li ha sbagliati tutti.

Purtroppo bisogna riconoscere che i nodi gordiani non si sciolgono, come in molti spereremmo, ma
si tagliano. E questo vuol dire che per un serio cessate il fuoco sarebbe necessaria o una completa
caduta di Putin o una sua messa sotto tutela da parte di quelle componenti delle elites russe che si
stanno rendendo conto del disastro che pende sulla Russia. Due eventualità sino a poco fa del tutto
implausibili ma delle quali si comincia a sussurrare. Ma prima che questo accada possiamo
aspettarci che Putin voglia ancor più silenziare le voci interne in dissenso e sigillare il bunker. Ne
sarebbe una significativa testimonianza la recente sparizione dalle scene della finora assai
indipendente governatrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina.
È chiaro quindi che solo una continua e determinata pressione politica e militare sostenuta
dall’Unione Europea (e sperabilmente dagli Stati Uniti) può spingere oggi nella direzione della pace
e aprire una nuova fase della storia europea.

Maurizio Cotta

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