Alla notizia dell’incontro di Trump e Putin in Alaska, per cercare di porre fine alla guerra in Ucraina, subito la Commissione della UE, i principali Paesi comunitari e il Regno Unito si sono attivati per ostacolare tale vertice. A incontro avvenuto, ne hanno criticato il risultato, ritenuto inconcludente, e ora, nei colloqui tenuti alla Casa Bianca e nei successivi contatti, pongono pesanti condizioni (pare con qualche risultato) all’intesa con Mosca.

A motivare tale comportamento, invocano la necessità di una tregua immediata, alla quale, per il raggiungimento di una pace giusta, seguano serie trattative con la piena partecipazione dell’Ucraina e dei Paesi europei. Ogni soluzione, inoltre, deve fare riferimento al diritto internazionale che non ammette modificazioni con la forza militare dei confini territoriali di uno Stato.

Molte guerre hanno avuto fine con la vittoria piena di una parte e la capitolazione dell’avversario, a cui è stata imposta una pace senza condizioni, che sovente ha condotto ad ampie amputazioni territoriali, e talora alla disgregazione del Paese vinto. Altre sono terminate quando entrambi i contendenti hanno ritenuto di aver speso troppo in vite umane e risorse, e, pertanto, sono addivenuti a una tregua (che in genere congela la situazione territoriale sul campo) per aprire la strada ad un armistizio, seguito – ma non sempre, vedi la guerra di Corea – da un trattato di pace.

Al momento, tali possibili esiti non sembrano riguardare il conflitto ucraino, per il quale si cerca di realizzare una pace di compromesso. Essa generalmente richiede la mediazione di Paesi terzi interessati alla fine del conflitto per le sue ricadute negative a livello internazionale. Oggi, questo compito di mediazione viene esercitato (sia pure con grande difficoltà) dagli Stati Uniti di Trump.

Teniamo conto che, per esercitare una mediazione e mettere in piedi una pace di compromesso, occorre uscire dalla logica del “buono” contro il “cattivo”, ma piuttosto approfondire le motivazioni che hanno causato la guerra, e tenere conto delle ragioni addotte da ciascuna delle due parti. Inoltre, hanno inevitabilmente peso sulle soluzioni proponibili anche i rapporti di forza determinatisi sul campo di battaglia.

La pace giusta, nei termini rivendicati dai Paesi comunitari, non è riconducibile a un tale percorso, ma solo potrebbe essere imposta a una Russia militarmente sconfitta. Pertanto, si traduce, di fatto, nella volontà di continuare la guerra, o di protrarla in attesa di qualche evento che ne modifichi il corso attuale.

Chiediamoci in che prospettiva si collochi questo atteggiamento. Si possono fare solo delle ipotesi.

a) Condurre avanti la guerra in vista di una controffensiva ucraina, sostenuta con nuovi apporti di armi occidentali, proponendosi, nel contempo, di ottenere un ulteriore indebolimento russo a seguito di nuove pesanti sanzioni; il tutto per consentire a Kiev di arrivare a una trattativa con più carte in mano da giocare. Tuttavia, una prossima vittoriosa controffensiva ucraina era già stata prevista negli anni scorsi, ma non ha mai preso corpo, se non con l’avanzata in territorio russo nella regione di Kursk, offensiva presto respinta. Oggi, con una opinione pubblica ucraina scoraggiata che chiede la fine immediata della guerra, una nuova offensiva è improponibile. Anche le sanzioni alla Russia non sembrano in grado di far crollare a breve il sistema economico-produttivo di Mosca.

b) Protrarre la guerra nella speranza che Trump (pressato dagli alleati europei) cambi atteggiamento e si schieri totalmente dalla parte di Kiev, ciò che ne rafforzerebbe anche le capacità negoziali. Tutto può succedere con Trump, ma non è (come viene descritto) un soggetto meramente intento a magnificare l’immagine di se stesso come pacificatore; avverte anche la necessità (in sintonia con il Pentagono) di disimpegnare l’America da un conflitto regionale, già durato troppo a lungo, per riservare le forze militari ad altri più pressanti compiti, in uno scenario planetario ove le priorità riguardano l’Estremo Oriente e l’area del Pacifico.

c) Infine, dilazionare accordi in attesa di condizioni favorevoli a una eventuale diretta discesa su suolo ucraino di forze combattenti europee (i volenterosi?), un intento a cui non voglio dare alcun credito perché, se mai qualcuno lo concepisse, sarebbe non solo velleitario, ma poco responsabile e assai pericoloso per tutti. Mi sembrano, pertanto, tutte aspettative irrealistiche.

Per quali motivi, l’Europa comunitaria ha assunto e mantiene ancora questo atteggiamento intransigente? Metto da parte il continuo richiamo al Diritto internazionale, puramente strumentale, perché nessuno ha titoli per invocarlo, visti i molti precedenti non commendevoli riguardanti anche Paesi della NATO. Restano, pertanto, altre motivazioni.

Si teme che la Russia, se non viene fermata in Ucraina, presto minaccerà altri paesi europei e la stessa Unione Europea. Ma non c’è certo bisogno di essere un esperto di geopolitica per comprendere che una Russia con un PIL di poco più di 2000 miliardi di dollari (pari al solo PIL italiano) non possa sostenere economicamente una condotta aggressiva nei confronti di una UE che (anche senza tener conto della NATO) ha un potenziale economico (a cui si ricollega anche la sostenibilità della spesa militare), nonché tecnologico e produttivo grandemente superiore al suo. La guerra in Ucraina, per la Russia, resta legata a un contesto regionale dove, in un Paese strategicamente vitale, non accetta, per ragioni di sicurezza, la presenza di governi ostili.

Quindi l’obiettivo di Mosca pare territorialmente circoscritto, ma per la UE è comunque inammissibile, e va respinta anche la pretesa russa di condizionare i Paesi inseriti nella sua presunta area di sicurezza, limitandone scelte ed orientamenti in campo internazionale. Chiediamoci allora cosa farebbero gli Stati Uniti (chiunque ne fosse al governo) se il Messico (oppure Panama) decidesse di ospitare basi militari cinesi. La risposta l’abbiamo già avuta nel 1962 con la crisi dei missili a Cuba, quando per un pelo non si arrivò a una guerra nucleare.

Oggi, i leader dei Paesi europei e il vertice della UE sentono la necessità di rilanciare la propria immagine da tempo alquanto sbiadita, per essere sempre stati accantonati da Washington al momento delle decisioni importanti (ad esempio, l’abbandono repentino dell’Afghanistan, senza previa consultazione) e, oggi, umiliati per aver subito senza fiatare le imposizioni di Trump in tema di riarmo e di dazi. Inoltre, se, dopo il rilevante e dispendioso aiuto fornito a Kiev e le impegnative dichiarazioni di sostegno, non ottenessero la auspicata “pace giusta”, o qualcosa di simile, evidenzierebbero ancora una volta la propria irrilevanza.

Pertanto, come se l’Europa fosse ancora al centro del mondo, i predetti leader tentano di ritornare protagonisti presentandosi come i principali, se non i soli, intransigenti difensori di quei valori occidentali ereditati dall’illuminismo (nella convinzione che l’America di Trump se ne stia allontanando), valori che vorrebbero poter esportare ovunque, a partire dall’Europa orientale.

Ma per una Europa ormai invecchiata, è questa un’impresa estremamente impegnativa, onerosa e irta di pericoli, che, ai più, pare fuori della sua portata. In ogni caso, sarebbe opportuno conoscere in materia cosa pensa la maggioranza dei cittadini europei.

Giuseppe Ladetto

Pubblicato su www.associazionepopolari.it

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