La partita dei “28 punti” non e’ ancora chiusa, ne’, con ogni probabilità, si chiuderà giovedì prossimo. Oggi Trump incarna un’ America, di fatto, rattrappita su di sé ed insicura. Una potenza che, dietro la retorica del primato, nasconde, in realtà, smarrimento e paura. Eppure l’ America delle élite e dei poteri, ma anche l’ America profonda e popolare, dovrebbe pur chiedersi quali ricadute, nel medio-lungo termine, potrebbe avere sui suoi stessi interessi strategici, il fatto di cedere platealmente a Putin.

In quanto all’ Europa deve comprendere che non si puo’, belando, blandire il Presidente degli Stati Uniti d’ America.
Se pure alla Casa Bianca vi fosse un democratico, la forma dei rapporti interatlantici, come l’ abbiamo conosciuta fin qui, sarebbe, ad ogni modo, definitivamente tramontata. Quasi quarant’anni anni dalla caduta del Muro di Berlino non sono passati invano, pure per quanto concerne l’ impianto complessivo delle relazioni internazionali. Se ne deve costruire uno nuovo nella stessa area di cio’ che fu l’ Occidente classicamente inteso, purche’ secondo un’ ambizione che vada al di la’ dell’ esibizione del braccio armato. Tanto vale cominciare subito.

L’ Europa e’ oggi umiliata, eppure assolutamente deve sostenere l’ Ucraina. Anche sul piano militare. Se un popolo combatte una lotta di resistenza e di liberazione, decide da solo quando ne ha abbastanza. E la solidarietà dei paesi liberi non può essere solo di carattere morale. Peraltro, quando si tocca il fondo, si puo’ solo risalire. E per l’ Europa si tratta di intraprendere un cammino lungo, impervio, faticoso, per nulla scontato. Secondo la consapevolezza che non sono in gioco equilibri, tempi, modi, risorse necessarie alla costruzione dell’ Europa unita, ma l’ idea stessa che un’ Europa come tale possa esistere e trovar posto nello scacchiere internazionale.

Un cammino lungo, si diceva, che non puo’ essere disgiunto in un primo ed in un secondo tempo, prima e dopo l’Ucraina. Bensì possibile solo se comincia subito, facendosi carico fin d’ ora delle ragioni della propria impotenza.
Puo’ sembrare velleitario ed, anzi, con ogni probabilità lo e’, ma finche’ la finestra dei “28 punti” non e’ chiusa, resti pure solo uno spiraglio, l’ Europa deve compiere un atto – umile ed orgoglioso, ad un tempo – che esige una grande fede in se’ stessa. Deve dire ad alta voce, di fronte a Trump ed a Putin congiuntamente, quelle parole severe che neppure le Chiese sanno o non vogliono piu’ pronunciare.

Parole. Ci restano solo le parole o poco piu’ di fronte alla protervia convenuta tra i due. Senonche’ le parole possono diventare pietre se sono capaci di cambiare il verso della partita. Se, pur non disarmate, si sottraggono dal registro della potenza brutale ed evocano la forza della coscienza morale dei popoli.

Su questo piano, il popolo ucraino ci ha dato una grande lezione. Infatti, accanto alle proprie forze armate, il vero punto di forza di Kiev e’ stato la ferma tenuta del fronte interno. Finora i droni ed i missili ipersonici, i carri armati e le soverchianti truppe russe, l’ attacco mirato ai civili, alle strutture ed ai servizi vitali per la vita di tutti i giorni non hanno potuto avere la meglio sulla coscienza morale di un popolo.

Una lezione da non dimenticare. E la speranza che, nelle cose del mondo, contro ogni evidenza, non stia scritto da nessuna parte che, per una sorta di ineluttabile legge naturale, debbano essere sempre la forza e la violenza a prevalere.

Domenico Galbiati

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