L’accordo raggiunto all’Eurogruppo sugli strumenti europei contro la crisi da pandemia, fa emergere la profonda differenza che esiste tra l’Europa che speriamo e l’Europa che c’è nel concreto. Evidenzia l’irrisolta divergenza di interessi geopolitici ed economici, che dividono la Mitteleuropa dai Paesi mediterranei. Ci conferma, in sostanza, che l’unica Europa possibile, in questa fase storica, è quella basata su un rapporto neocoloniale, destinato a divenire più duro, tra il Nord e il Sud del continente, fra Paesi che si autoproclamano creditori e Paesi che subiscono lo stigma di debitori.

La strategia italiana per trovare risposte comunitarie alla terribile emergenza ne esce battuta, sempre che essa non sia – e lo scopriremo tra non molto dal presidente Conte – orientata, in ultima analisi a far emergere le contraddizioni profonde dell’Eurozona e dell’UE, per poi procedere nella direzione di contare sulle sole nostre forze, anche in previsione delle imminenti deliberazioni della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe sui nuovi limiti agli acquisti dei titoli di stato da parte della BCE. Corte che, insieme al Bundestag, il Parlamento tedesco, si configura, di fatto, come l’unico e supremo organo totalmente sovrano fra tutte le istituzioni dell’intera Unione Europea.

Ma già adesso si possono avanzare almeno tre considerazioni.

La prima intorno ai numeri e ai tempi del pacchetto anticrisi dell’Eurogruppo. Sui media rimbalza la cifra altisonante di mille miliardi. Ma bisogna vedere con quali misure si arriva a questa cifra e quale sia la natura delle risorse annunciate. La metà, 500 miliardi, non esistono, altro non è che la cifra a cui dovrebbe ammontare un futuribile fondo per la ripresa (Recovery Fund) dai contorni indefiniti circa la sua formazione, per cui i Paesi latini ci intravedono la possibilità per gli eurobond mentre i Paesi del Nord sono di opinione diametralmente opposta. Gli altri 500 miliardi sono dati da fondi già esistenti, come MES e BEI, oppure in via di costituzione come l’assicurazione europea anti-disoccupazione, SURE.

Ciò che accomuna tutti i suddetti strumenti è il fatto che essi offrono a Paesi già sovraindebitati solo altri debiti. Sono tutti prestiti di risorse peraltro già stanziate dai singoli Paesi membri, che andranno a peggiorare i parametri economici dei Paesi più in difficoltà non appena verrà ripristinato il famigerato patto di stabilità. Non vi è alcun cenno al finanziamento illimitato e, dettaglio decisivo, NON a debito, ai governi per le misure straordinarie da parte della BCE, cosa vietatissima dai Trattati europei, ma che nel resto del mondo (USA, Giappone, Regno Unito, …) viene praticata in dosi massicce nell’ordine delle migliaia di miliardi e in tempi rapidissimi. L’altra grande lacuna di questo pacchetto sono proprio i suoi tempi: mesi, forse anni. Come suol dirsi, a babbo morto.

Nel frattempo – la seconda osservazione – quei ceti che una volta chiusa l’azienda o perso il lavoro, non dispongono che di qualche settimana o mese di autonomia, subiscono una decimazione verso l’indigenza. Occorre tenere ben presente questo dato.

Se l’Europa alla tedesca, in linea di principio, è meglio che il ritorno agli Stati nazionali, ciò sarà sopportabile, o addirittura vantaggioso, se va bene per non più di un quinto della popolazione. Ma l’altro 80% si impoverirà ulteriormente. Basti pensare al fatto, che a pandemia superata, ci ritroveremo con un rapporto debito/PIL oltre il 150% e dovremo ricominciare subito a diminuire il nostro debito di un ventesimo all’anno per la parte eccedente il 60% (circa 80 miliardi aggiuntivi all’anno da togliere con tagli sanguinosi alla sanità e al welfare e a grandi investimenti per lavoro e sviluppo). Proprio l’ideale per far ripartire il Paese!

Nessun indennizzo a fondo perduto, come si fa invece nel mondo libero dall’ordoliberismo, ma solo debiti che si aggiungono a debiti. Con le ricette economiche che ci indica l’Europa di fronte a questo enorme disastro da pandemia, la nostra classe media salta.

Terzo e ultimo rilievo. Se salta il ceto medio anche la democrazia prima o poi traballa. Ecco perché occorre rompere gli indugi, agire con urgenza con gli strumenti di cui disponiamo – Banca d’Italia, Cassa Depositi e Prestiti, controllo dei capitali previsto dai Trattati europei in circostanze eccezionali – per prevenire una estesa rivolta sociale incombente. Non serviranno i piagnistei postumi sull’ascesa dell’uomo forte, sulla crisi della democrazia parlamentare, sulle derive autoritarie, se non si prende posizione ora per stroncare e prevenire quei rischi.

La responsabilità sarà anche nostra, dei cattolici democratici e popolari.

Se si accantona la sfida di incidere sul modello di economia e di società, operando quel “change of mindset”, del modo di pensare, invocato recentemente da Stefano Zamagni sull’“Osservatore Romano” e da Mario Draghi a proposito del debito sul “Financial Times”, si finisce per fare un’altra cosa, una cosa diversa dalla politica, altrettanto utile come la carità, la filantropia, il volontariato sociale.

Giuseppe Da Vicino

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione  i Popolari del Piemonte