Viviamo un tempo in cui le parole contano, ma spesso vengono usate per dividere. L’analisi proposta da Stefano Zamagni sul fenomeno del trumpismo  (CLICCA QUI) non riguarda solo la politica americana: è lo specchio di una trasformazione più profonda che attraversa le nostre società. Una trasformazione in cui la paura prende il posto del pensiero e l’identità si costruisce “contro” qualcuno. In questo scenario, la sfida per il mondo cattolico non è teorica, ma profondamente concreta. Non basta comprendere ciò che accade: occorre umanizzare il presente. Umanizzare significa anzitutto rimettere al centro la persona, sottraendola a ogni logica di strumentalizzazione. Quando il linguaggio pubblico identifica nemici, semplifica la complessità e scarica responsabilità sui più fragili, il cristiano è chiamato a rompere questo schema. Non con slogan, ma con uno stile diverso: quello dell’incontro, dell’ascolto, della responsabilità condivisa.

Zamagni richiama con forza il rischio di un uso ideologico della fede. È un passaggio decisivo. Quando il riferimento a Dio diventa giustificazione del potere, si perde il cuore del Vangelo. Il cristianesimo non legittima la divisione, ma la supera; non costruisce muri identitari, ma apre spazi di relazione. Per questo oggi è urgente vigilare: non tutto ciò che si presenta come “cristiano” loè davvero nei contenuti e nelle conseguenze. Attualizzare questa riflessione significa calarla nella vita quotidiana.

Non servono gesti straordinari, ma scelte coerenti: nel modo di comunicare, di lavorare, di partecipare alla vita sociale. Significa rifiutare la cultura dello scarto, anche quando è normalizzata. Significa non cedere alla tentazione dell’indifferenza o del disimpegno. Il Vangelo, del resto, non è mai stato neutrale rispetto alla storia. La parabola del buon Samaritano, richiamata implicitamente da Zamagni, ci ricorda che la responsabilità non è solo “rispondere” delle proprie azioni, ma prendersi cura di ciò che accade intorno a noi. Anche quando non ne siamo la causa. In un tempo segnato da crisi di fiducia e da crescenti disuguaglianze, umanizzare diventa allora un atto rivoluzionario. Significa costruire comunità, generare legami, restituire dignità alle relazioni. Significa scegliere il bene comune come criterio, contro ogni riduzione individualistica. La domanda finale non è cosa farà il mondo, ma cosa siamo disposti a fare noi. Essere cattolici oggi, nella Chiesa di Roma, significa assumere fino in fondo
questa responsabilità: abitare il presente con consapevolezza, trasformando ogni spazio di vita in occasione di umanità. Perché è proprio da qui che può nascere un futuro diverso.

Rosapia Farese

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