Anche le Marche confermano un fenomeno di cui tutti parlano per dimenticarsene subito dopo: l’astensionismo. Secondo alcuni una forma di protesta sempre più marcata, ma non per questo meno ignorata. Il nostro sistema politico è decotto e il Paese appare più che mai anestetizzato. E il fenomeno appare ancora più grave se lo si valuta con la coesistenza di forme più evidenti e diffuse di una sorta di deresponsabilizzazione etica, civile e sociale da parti crescenti di spezzoni della società.

Di sicuro conferme verranno anche quando vincerà il centrosinistra. Come probabilmente ce lo diranno le prossime regionali dove si avrà la meglio, o si perderà, sulla base dell’iscrizione aprioristica dei votanti a questa o a quella parte e per la tenuta degli apparati partitico -istituzionali, e dunque, per la vischiosità propria delle amministrazioni locali.

Non siamo in grado di giudicare se il Presidente Francesco Acquaroli meritasse la riconferma. Certo, non risulta che le Marche siano oggetto di studio sulle riviste economiche mondiali per la ripresa che hanno saputo innescare a fronte di una lunga crisi che ha colpito la sua rete capillare di piccole aziende, per lo più a conduzione familiare. O che sia su di una rivista come Lancet perché la Sanità marchigiana è di colpo diventata un modello mondiale.

Non ci risulta né l’una né l’altra cosa. Ma neppure è vero che il talismano del centrosinistra sia sempre quello dell’unità di tutte le componenti schierate contro la destra. E’ questa condizione iniziale, ma non in grado di assicurare di per sé un cambio di equilibri. La verità è che questo “campo largo” – che non si sa quanto sia davvero “campo” di una nuova proposta politica,  e quanto sia davvero “largo”, anche nel senso delle dinamiche di autentica partecipazione in grado di assicurare – non riesce a diventare fenomeno di autentica trasformazione, ma resta solo proposta di una leggermente diversa applicazione della gestione della cosa pubblica.

Adesso, come al solito, vincitori e sconfitti ci diranno la loro. Dimenticando che partecipano ad un gioco da cui si tira fuori la metà esatta dell’elettorato.

Ma è nel cosiddetto “Centro” – termine che usiamo per convenienza discorsiva – che forse andrebbe fatta la riflessione più approfondita. Quando verrà l’interrogativo sul da farsi e sulla necessità di porre il problema di una propria presenza realmente in grado di sparigliare e di far finire sottosopra un mondo politico che non interessa più agli italiani?

Si tratta di lavorare ad un progetto che superi le dinamiche di questo bipolarismo asfittico e al cui interno, in ogni caso, le regole sono dettate da altri. E non se ne può certo parlare elezione per elezione e continuare così a sfogliare una margherita che sta sempre riducendosi al solo stelo. C’è bisogno di supplire alla mancanza di una leadership, così come inadeguatamente offerta oggi da destra e a sinistra, per crearne una collettiva al fine di puntare a creare le condizioni perché già dalle prossime politiche si possa far nascere un fenomeno nuovo con cui dovranno misurarsi tutti. E’ un obiettivo ambizioso, ma è certo che per prima cosa una nuova proposta politica di trasformazione non può che trovare i contenuti ed il linguaggio per richiamare l’attenzione degli sfiduciati che, però, sono comunque nell’attesa di una reale novità in grado di andare oltre le effimere meteore rappresentate da populismi e nazionalismi destinati solo ad aggravare le condizioni di disagio in cui si sta trascinando il Paese

Lo spazio c’è, così come ci sono una storia e personaggi che un tale progetto possono delineare. Anche perché la nuova Legge elettorale a cui sappiamo che lavorano già in tanti potrebbe creare condizioni del tutto nuove. Almeno per far schioccare la prima scintilla di un progetto di intelligente e ragionevole autonomia.

Giancarlo Infante

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