Come c’era da aspettarsi appena un’ora prima della scadenza fissata da Trump per “scatenare l’Inferno”, gli USA hanno annunciato una nuova tregua con l’Iran. Evento facile da prevedere, data la congiuntura internazionale in cui una posizione assai rilevante è tenuta da un Presidente-pagliaccio, la cui vera vocazione è quella dello speculatore in grado di trarre profitto personale da brusche evoluzioni di borsa. Ed evoluzioni anch’esse facili da prevedere, dato che egli stesso può provocarle, in virtù del ruolo politico cui gli Americani lo hanno incautamente eletto.
Il classico squillo di tromba udito a destra verso le 6,30 ora di Washington – il provvisorio sblocco dello Stretto di Hormuz– è infatti venuto in extremis dal Ministro degli Esteri iraniano Araghchi con un post su X, l’ex Twitter, ponendo termine ad una situazione che aveva spinto a circa 115 dollari il prezzo del barile di petrolio. Cui a sinistra ha risposto lo squillo su Truth social con cui Trump ha cantato vittoria: “in seguito al consenso della Repubblica Islamica d’Iran per l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, Io dichiaro il mio accordo a sospendere per un periodo di due settimane.”
Come previsto, chi di dovere hacosì potuto procedere all’acquisto ai nuovi prezzi – circa 17% in meno – degli idrocarburi precedentemente venduti allo scoperto al momento di massima tensione militare e di massima quotazione.Ed analoghe operazioni sonostate possibili sui mercati azionari, doveil rialzo è stato altrettanto marcato. L’indice giapponese Nikkei 225 ha infatti subito registrato un balzo del 4,38%, mentre il Kospi sudcoreano è schizzato alle stelle con un più 5,71%.
Quattrini si, Nobel no
Stavolta Trump non ha potuto invece vantarsi di avere risolto una nuova guerra, che secondo i suoi conteggi sarebbe stata la nona dall’inizio del suo secondo term. Il merito é stato invece attribuito al Primo Ministro del Pakistani Shehbaz Sharif di cui sono stati da più parti descritti gli “infaticabili sforzi” nel mediare per un cessate il fuoco, e per ottenere dall’Iran l’impegno ad interrompere le proprie attività difensive non appena fosse cessata l’aggressione israelo-americana
Un’altra occasione così andata perduta per rivendicare il premio Nobel per la pace. In cambio, Trump ha invece dichiarato ad un’agenzia di stampa che gli Stati Uniti hanno in quest’occasione ottenuto una “vittoria totale e completa al 100%. Tanto più il paese a sostegno del quale gli Stati Uniti sono intervenuti in questa guerra, Israele, ha annunciato nelle prime ore di mercoledì di sostenere la decisione del presidente Americano e quindi di sospendere i selvaggi attacchi all’Iran che hanno caratterizzato la sua azione nelle settimane di guerre.
A questo proposito, però, le autorità iraniane hanno risposto sbeffeggiando le pretese trumpiane di vittoria militare. Mentre altre fonti che preferiscono la discrezione fanno notare come le due settimane di tregua appena annunciate siano anche nell’interesse immediato di Tel Aviv, che negli ultimi tempi aveva dato segni stranamente espliciti di trovarsi in situazione di over stretching.
La guerra” stile Gaza” in Libano
Tel Aviv, dal canto suo, ha peraltro tenuto a precisare che la tregua ottenuta da USA e Iran non si applica però alla guerra parallela condotta “sul modello di Gaza” in Libano. Che invece continuerà senza sosta. E, in una prospettiva generale e meno a corto termine, Israele sosterrà lo sforzo degli Stati Uniti apertamente esplicitato da Trump nei giorni scorsi tendenti a creare una situazione “per cui l’Iran non rappresenti mai più una minaccia – che sia nucleare, balistica o terroristica – per l’America, per Israele, per i paesi arabi vicini del Golfo, e per il mondo intero”.
Nell’atmosfera di festa e di vittoria ostentata da Trump la mattina di mercoledì, non è però è chiaro ciò che accadrà relativamente alla questione dell’uranio arricchito, che era il principale obiettivo di questa guerra, e che rimane saldamente sotto terra i Iran, secondo quanto dichiarato da Trump stesso, e come affermato e ripetutamente evidenziato dal comportamento di Tel Aviv. A questo proposito Trump ha detto che la questione sarà “perfectly taken care of, Altrimenti non avrei accettato!”.
A sorpresa, poi, Trump – in risposta ad alcune domande rivoltegli su un possibile ruolo di Pechino nell’accordo raggiunto in extremis– si è ugualmente detto convinto che la Cina abbia giocato un ruolo decisivo nel processo diplomatico. Che Pechino abbia incitato Teheran a tenere un atteggiamento meno inflessibile, e a negoziare con Washington. E’ stato un modo per confermare l’intento del Presidente americano di incontrare Xi Jinping a metà Maggio in Cina.
L’Europa in un mondo che cambia
Preoccupatissimo invece – interessante simmetria degli opposti – è apparso l’ineffabile Segretario Generale della Nato Mark Rutte. Che stamattina 8 aprile 2026 sarà a Washington, dove ha appuntamento sia con Marco Rubio sia il ministro della guerra Peter Hegseth. E dove naturalmente incontrerà anche il volubile presidente, che nel recente passato ha più volte fatto trapelare la minaccia che l’America possa lasciare l’Alleanza atlantica.
Trump si aspetta molto da lui, ed ha dichiarato che si tratta di un tipo formidabile, di un tipo geniale. Nei suoi confronti, Trump non è stato negli ultimi giorni certo avaro di elogi. Certamente si aspetta che tenga la stessa linea di servilismo con cui si è fatto notare quando, rubando il mestiere al governo danese, ha “negoziato” tutta una serie di concessioni militari in Groelandia. E probabilmente non si sbaglia.
Rutte sembra convinto di dover svolgere un ruolo personalmente sempre più attivo per cercare di superare le critiche a la violenza del Presidente americano contro gli stati europei. Alcuni dei quali stanno riscoprendo, tra molti errori ed evidenti difficoltà, la necessità di ritrovare il loro carattere sovrano. Di cui lui – con tutte le arie che si da, e tutti i soldi che la Nato maneggia – è in definitiva solo un impiegato. Mentre il passo indietro di Trump dalla trappola dello Stretto di Hormuz, e la tregua che Israele non può non accettare nell’aggressione all’Iran sono un’occasione politico-diplomatica offerta ai popoli europei. Su cui, a partire da stamattina, dovremmo seriamente ed attentamente riflettere, E, se ne saremo capaci, non dovremmo lasciarci sfuggire.
Giuseppe Sacco