Gli italiani sono chiamati, con le prossime elezioni politiche, a sciogliere un nodo in cui si intrecciano questioni di carattere nazionale, europeo ed internazionale, destinate a tracciare la fisionomia del nostro Paese ben oltre l’arco temporale della prossima legislatura.
Dobbiamo affrontare una scelta dirimente tra l’Italia costituzionale e democratica ed un’Italia “altra”, cui guarda la destra, nel segno di una declinazione autoritaria delle forme del potere e delle istituzioni. La destra vuole, legittimamente, vincere le elezioni, ma intende soprattutto costruire una più vasta e durevole egemonia culturale, orientata alla rievocazione di criteri d’ordine e principi di personalizzazione del potere, che risalgono alle sue radici storiche e, se non altro, le rammentano.
E’ ANCORA LECITO SPERARE?
L’Italia che va incontro a questo appuntamento è un Paese sfrangiato, segnato da fratture profonde, lacerato da diseguaglianze sociali avvilenti, che feriscono la dignità dei poveri. Soprattutto di bambini ed adolescenti che, alla povertà materiale, associano quella educativa e culturale. Disparità tanto meno sopportabili, quanto più, a fronte della grande trasformazione che stiamo affrontando a livello globale, avremmo bisogno di serrare i ranghi, riguadagnando una dimensione “popolare”, di solidarietà e di coesione sociale purtroppo smarrita. Una titolarità di cittadinanza, una capacità critica ed un’autonomia di giudizio personale che sia uguale per tutti.
SERRARE I RANGHI UNIRE GLI ITALIANI
Peraltro, solidarietà e coesione sociale, a maggior ragione, esigono una globale e coraggiosa riforma del fisco ed un contrasto rude all’ evasione fiscale. Va detto, invece, che la destra, al contrario, persegue programmaticamente la divisione in due del Paese. La sua strategia è, infatti, orientata alla creazione di un blocco d’ordine “nazionale” e”sicuritario”, diretto a fidelizzare il proprio elettorato. Al contrario, le opposizioni non sono in grado di proporre agli italiani una visione alternativa.
La sinistra si è drammaticamente separata dalla propria vocazione “popolare” ed ha lasciato campo libero ad una declinazione ideologica della sua identità di stampo radicale e movimentista. Anche l’elettorato cattolico viene posto in difficoltà e concorre, per la sua parte, ad allargare l’area del non-voto. Infatti, a parte la storica propensione clerico-moderata che pur sempre sopravvive in determinati ambienti, anche energie francamente popolari vengono sospinte verso la destra, da una sinistra arroccata su posture ideologiche fuori tempo e fuori luogo.
L’ ITALIA HA BISOGNO DI TORNARE A CREDERE IN SE’ STESSA E DI CHI OSI PROPORLE UNA NUOVA OPZIONE POLITICA
Che sia alternativa alla camicia di forza bipolare-maggioritaria che sta provocando una seria condizione di conclamata e sostanziale “emergenza democratica”. La rappresentanza viene erosa dal di dentro dal tarlo dell’astensionismo che la corrode e la democrazia rischia di ridursi ad una crisalide vuota.
Se guardiamo alle culture politiche in campo – prima che alla loro declinazione in questo o quel partito – assistiamo allo scontro frontale tra due orientamenti, entrambi ancorati ad un tempo remoto ed ideologicamente ossificati. Da una parte, una cultura accartocciata nientemeno che sul “nazionalismo”, accompagnata da pose sovraniste, intrise di populismo. Dall’altra una postura radicaleggiante, attraversata da forti venature di massimalismo ideologico. Ambedue tali indirizzi assumono la forma di “sistemi isolati”, che declinano i contenuti della loro azione politica, solo deducendoli meccanicamente dai loro assiomi inossidabili. E, dunque, del tutto incapaci di apprendere induttivamente da ciò che di nuovo recano con sé le esperienze vissute sul campo, come avviene nei moderni ed inclusivi “sistemi aperti”. Del resto, oggi, il “punto di composizione del conflitto” non è più, o non è più solo, nella dinamica degli interessi categoriali in gioco, ma, prevalentemente nella dimensione interiore della coscienza di ognuno.
OCCORRE UNA NUOVA “COALIZIONE POPOLARE E LIBERAL-DEMOCRATICA”
Per questo è necessario promuovere la nascita di una nuova “coalizione popolare e liberal-democratica” di forte impronta sociale e di carattere ambientalista, che, condivisa da cattolici e da laici, unisca culture, forze politiche, forme associative e civiche di varia estrazione in un disegno che sia, nel contempo, alternativo, da una parte, alla destra, dall’altra, alla sinistra del cosidetto “campo largo”.
Una “coalizione”, anzitutto. Nessuna fusione confusiva. Un’alleanza tra forze diverse che restano tali e recano all’impegno comune il concorso della peculiare identità di ciascuna. In una vera “coalizione” le differenze, affrontate a viso aperto, diventano forza, piuttosto che dissipazione.
UNA COALIZIONE CHE SIA “AUTONOMA”, CAPACE DI UNA VISIONE E DI UN PROGETTO
Una “coalizione”, infine, francamente “autonoma”. Capace di un progetto politico, fondato su un pensiero forte che lo precede e metta a punto i criteri di giudizio e le categorie necessarie a leggere, interpretare, governare una nuova stagione della vicenda umana. Una formazione che non sia leaderistica, ma a conduzione collegiale, riscopra la dimensione dialettica ed argomentativa della politica, piuttosto che la passiva accondiscendenza al “carisma” del capo.
Non una visione aleatoria e neppure un programma che si dissolva nel dettaglio minuto delle proposte elencate.
Bensì, l’indicazione di un percorso ragionato che abbia capo e coda, prenda le mosse da un punto d’avvio e giunga ad un approdo che diano, ambedue, conto dei valori che ne rappresentano la sostanza. E dai quali si irradia e prende forma l’architettura complessiva della proposta.
LIBERTA’ E GIUSTIZIA SOCIALE, INSEPARABILI
Valori che, a maggior ragione nella stagione della complessità, altro non possono essere se non libertà e giustizia sociale. Vitalmente ed inestricabilmente connesse. Al punto che la libertà di cui pur godiamo soffre di una sorta di delegittimazione, ove debba convivere con incomponibili diseguaglianze sociali o, addirittura, ne tragga alimento.
Peraltro, ricercando le nuove categorie interpretative di cui abbiamo bisogno non più nel profilo chiuso di una bolla ideologica, ma, piuttosto, sul versante aperto dell’ etica.
PROGETTO ED ALLEANZE
“Progettare” vuol dire coltivare l’ambizione di poter orientare gli sviluppi del futuro. “Autonomia” non significa autoreferenzialità o indifferenza al contesto. Oggi “progettare” è per tante ragioni, difficile. Non a caso, siamo, per lo più inclini, ad assecondare un corso degli eventi che sembra farsi da sé e ci accontentiamo di governare le utilità marginali del sistema.
Una nuova soggettività politica – per quanto sia embrionale e debba svilupparsi con la prudenza necessaria a misurare, l’uno dopo l’altro, il passo giusto – non può che giocare il suo progetto nel confronto plurale con ogni altro attore del discorso pubblico di quel determinato frangente storico. Senza accampare un’astratta ed orgogliosa autosufficienza che la condannerebbe ad essere storicamente sterile.
Ma quali alleanze? Come? Perché? Un “progetto politico” consta di tre momenti. In primo luogo, la ferma intenzione di essere tale. Non un pretesto accomodatizio per giustificare una convergenza che, in verità si risolve, piuttosto, in una comune rincorsa al potere, bensì un impianto misurato sull’interesse generale del Paese, cosicché solo da quest’ultimo derivi la composizione delle alleanze necessarie. In secondo luogo, un’architettura di punti programmatici che sia consistente, cioe’ priva di contraddizioni, più o meno, nascoste nelle sue pieghe.
In terzo luogo, una compiuta consapevolezza di sé, tale da poter osare alleanze con soggetti politici di differente cultura originaria, anche superando iniziali idiosincrasie.
Un iter simile al percorso che dal centrismo, al centro-sinistra, fino alla solidarietà nazionale ha permesso il nostro progressivo e costante allargamento delle basi democratiche dello Stato, nell’età cosiddetta della “prima Repubblica”.
COALIZIONE ALTERNATIVA ALLA DESTRA “NAZIONAL- SOVRANISTA. ALTERNATIVA AD UNA SINISTRA RADICALE E MOVIMENTISTA
L’Italia va sottratta all’egemonia della destra. Ma neppure sull’altro fronte si può acconsentire alla prospettiva perdente del “campo largo”. Quella che chiamiamo “coalizione popolare e liberal-democratica” è un disegno attorno al quale evocare il concorso delle forze che intendono sottrarre il Paese alla destra, senza cadere in braccio ad una sinistra radicale e massimalista. Un progetto aperto che riscatti l’Italia dalla tenaglia bipolare-maggioritaria, riaccenda una passione civile, evochi la responsabilità dei cittadini, riporti gli italiani alle urne.
I “PILASTRI” DEL PROGRAMMA
Vanno individuati pochi caposaldi programmatici. Guardando, anzitutto, ai fenomeni sociali che preludono, anzi già avviano processi evolutivi di grande rilievo e di lungo periodo. Nel momento attuale c’è grande fervore sul piano della ricerca degli schieramenti possibili. Decisamente, un’ attenzione minore in ordine ai programmi. Un “programma”, peraltro, per quanto debba avere necessariamente una struttura complessa, non può essere prolisso e deve, dunque, dar conto di sé dichiarando quali siano i “pilastri” che lo reggono ed entro i quali i singoli argomenti dovranno essere poi, piu’ puntualmente definiti, fino al dettaglio.
I “DIRITTI SOCIALI”, PRIORITA’ DELLE PRIORITA’
L’Italia e, per la verità, l’Europa intera devono affrontare una trasformazione degli equilibri interni ed internazionali, tale da esigere – da parte dei cittadini e delle loro aggregazioni sociali, a cominciare dalle famiglie – nuovi comportamenti, differenti stili di vita, attese di benessere e di consumi ricalibrate sull’ inusitata difficolta
del momento.
Occorre, come già detto, ricreare un “popolo”, un fronte interno compatto e solidale che sappia riassorbire le ferite e le slabbrature prodotte dal “neoliberismo” imperante. Il punto focale su cui concentrare l’iniziativa politica e gli investimenti concerne, dunque, anzitutto, la promozione dei “diritti sociali”, cioè politiche dirette ad unire attorno ad obiettivi e speranze comuni, piuttosto che favorire un’atomizzazione individualistica della società.
Occorre, come già detto, una “riforma fiscale” rigorosa, secondo un criterio di reale “proporzionalità” e così un contrasto non propagandistico, ma sistematico e strutturato all’ “evasione fiscale”. Al contrario, la strategia di mance è mancette, bonus e condoni, in cui si esercita il governo in carica, finisce per disgregare il corpo sociale.
Dal lavoro alla casa, dalla cura delle età minori della vita alla scuola, all’educazione ed alla cultura, dalla salute alla protezione dei soggetti fragili e degli anziani, dalla sicurezza della vita urbana alla salubrità dell’ ambiente, c’è un’intera costellazione di politiche di settore che vanno coordinate in un quadro complessivo, sintonizzate tra loro, accuratamente programmate, affidate ad una efficace integrazione tra ruolo del governo centrale ed autonomie locali da valorizzare.
Cominciando da una riscoperta del ruolo dei Comuni, come effettiva “casa comune” e momento privilegiato di aggregazione sociale.
LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE, DELLA CENTRALITÀ DEL PARLAMENTO E DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA
Contro ogni suggestione di personalizzazione e di accentramento del potere, secondo una declinazione autoritaria, inseguendo una illusoria “governabilità”, che, al contrario, quanto più la società si fa complessa, tanto più pretende la partecipazione democratica personale ed attiva da parte di ognuno. Ne consegue una ferma opposizione al “premierato” ed all’ “autonomia differenziata”, spartiacque tra due differenti ed antitetiche concezioni del sistema di potere destinato a reggere il governo del Paese.
LA COSTRUZIONE DI UN’ EUROPA FEDERALE E SOVRANA, SCHIERATA A FERMO SOSTEGNO DELL’UCRAINA, NEL NUOVO QUADRO INTERNAZIONALE MULTILATERALE
Un’Europa politicamente unita, che ricordi di essere nata da un progetto di pace, cosicché tale, tuttora, continui ad essere la sua cifra identitaria. Un’Europa, dunque, che sia in grado di affermare la propria autorevolezza sia sul versante interno, che a livello inter-atlantico ed internazionale, guidando le dinamiche multilaterali di un mondo libero che vuole affrancarsi dalla logica delle “aree di influenza” che le grandi potenze, di fatto, vorrebbero concordemente rilanciare.
In modo particolare, compete al nostro Paese ribadire e valorizzare la dimensione “mediterranea” di un’Europa orientata ad una forte “partnership” con il continente africano. Un’Europa capace di difendersi, senza cedere a tentazioni belliciste. Che sia in grado di rivendicare, nell’ambito della Nato, una funzione non meramente militare ed orientata ad un equo sviluppo internazionale, dell’Alleanza Atlantica. Infine, un’Europa che espressamente offra a tutti i popoli, ad Est non meno che ad Ovest, il proprio immenso patrimonio di cultura umanistica, come presupposto alla riapertura di un dialogo solidale, che ci consenta di intravedere il futuro, al di là delle cortine fumogene delle guerre.
UN’ADEGUATA COMPRENSIONE DEL FENOMENO MIGRATORIO
Il quale segnala l’ineluttabile formarsi di societa’ multietniche, multiculturali e multireligiose, come se l’umanità
fosse incamminata verso un processo di “addensamento” delle sue potenzialità. Dunque, la necessità di attivare processi di accoglienza ed integrazione piuttosto che di respingimento. Si tratta di un impegno irrinunciabile e di lungo periodo, che va studiato a fondo e deve passare necessariamente attraverso un ruolo attivo anche degli Enti Locali.
LA DIMENSIONE ETICA DELLA TECNOSCIENZA
Il costante sviluppo delle biotecnologie solleva domande impellenti, di carattere espressamente antropologico. Cioè, capaci di interrogare e mettere in discussione la comprensione che l’umanità ha di sé stessa. Il “demone” della tecnica ci incalza e noi fatichiamo a reggerne il passo per collocare dentro una dimensione etica appropriata al “valore umano”, le innovazioni che via via avanzano. Dobbiamo, soprattutto, evitare di cadere nell’inganno – per la verità già molto diffuso – di ritenere che tutto ciò che è tecnicamente fattibile, sia, per cio’ stesso, moralmente ed eticamente legittimo.
Si tratta di questioni che il nostro sistema politico-istituzionale affronta con grande impaccio e fatica. Tali, ad ogni modo, da dover essere riservate, piuttosto che ad alleanze o maggioranze di governo, alla esclusiva competenza del libero confronto parlamentare. Ed alla personale libertà di coscienza di deputati e senatori. Si tratta, in altri termini, di riservare ad ogni forza politica piena libertà di giudizio e d’azione, in ragione della sua originaria cultura, su temi, ad un tempo, delicatissimi e fondamentali, ben più di quanto comunemente si ammetta, anche in funzione della nostra piena libertà.