Per quanto fosse contendibile, la Regione Marche e’ saldamente rimasta nelle mani del centro-destra. Un altro 10% di elettori si e’dileguato e l’ affluenza alle urne ha raggiunto livelli di partecipazione tali da porre seriamente la questione – al di la’ della piena legittima’ istituzionale – della effettiva rappresentanza politica delle forze in campo.
I risultati elettorali si commentano da soli per quanto concerne i rapporti di forza sia tra i due poli che in ordine alle quote di consenso registrate all’ interno dell’ uno e dell’ altro dei due schieramenti.

Ad ogni modo, il punto e’ politico, non aritmetico. Su questo versante, il distacco tra destra e sinistra non sarebbe, di per se’, incolmabile. Senonche’, il “campo largo”, anche quando disponga di un candidato sperimentato ed eccellente arranca e non ce la fa, a meno che non parta da posizioni storicamente consolidate in talune Regioni, dove vince la tradizione più che non la proposta del momento. I prossimi risultati elettorali chiariranno meglio come stanno le cose ai blocchi di partenza, in vista delle politiche del ‘27.

Il “campo largo” soffre di una sorta di tara genetica, tale per cui non appare affidabile in quanto a “governabilita’”, ne’ rassicurante, almeno quanto protettivo ed efficace sembri essere il blocco d’ ordine della destra. La sinistra non e’ in grado di offrire al Paese una visione alternativa e convincente. Semplicemente non ce l’ ha. Ne’ il costante richiamo della Schlein all’ unita’ a tutti i costi basta a relegare in secondo piano il costante nervosismo che attraversa l’ alleanza e tanto meno i contrasti vistosi, cominciando niente meno che dalla politica estera. Peraltro, quest’ ultima e’, oggi in modo particolare, la matrice che condiziona la politica interna, sostanzialmente in tutte le sue articolazioni.

Un altro tarlo corrode e tormenta il “campo largo”. Non e’ un dato contingente, legato alla particolarità di un tema o piuttosto di un altro, ma strutturale, che origina dalla problematica fisionomia delle origini e dello sviluppo delle due maggiori forze che lo compongono. I 5Stelle, per quanto si affanni il povero Conte, e’ pur sempre il Movimento nato dalla sguaiata ira funesta di Grillo. Il marchio di fabbrica e’ platealmente populista e difficilmente una forza politica lo dismette per assumerne un altro, se non per finzione. E’ possibile rispondere ad una istanza avanzata e progressista con i mattoni – pochi o molto che siano; per la verità sempre piu’ pochi – di una forza, forse perfino a suo dispetto, di fatto “populista” ? Nata all’ insegna dell’ “uno vale uno”, approdata all’ “uno vale tutti”, secondo una logica monocratica e leaderistica, anche piu’ stringente di quanto non sia in altri partiti “padronali”.

Considerazioni analoghe – sia pure per altro verso – valgono per il PD. Nata da una fusione a freddo, concepita per salvaguardare pezzi di classe dirigente e parlamentare dall’ una e dall’ altra parte, fors’ anche comprensibilmente nel momento in cui il Paese affrontava alla cieca un guado scivoloso. Una fusione che ha, comunque, compromesso categorie fondamentali dell’ agire politico, com’ era facilmente prevedibile fin dalle sue prime origini. Infatti, anziche’ sommarsi le istanze popolari della sinistra non ideologizzata e massimalista e quelle dei cattolici-democratici si sono elise a vicenda. Peraltro, quando si reca un vulnus ai “fondamentali” della politica di cui si diceva sopra, gli esiti, sia pure a distanza – in un tempo difficile da predeterminare, ma che, in ogni caso, comparirà – non possono che essere critici e problematici. Anche nel PD c’è chi comincia a rendersene conto e ad ammetterlo.

Bisogna cambiare gioco, superare lo stesso concetto di “campo largo” per dare vita ad una “Coalizione Popolare” che prepari una reale trasformazione del nostro sistema politico. Non a caso “coalizione” piuttosto che “fusione”. Non a caso “popolare” e liberal-democratica, laica e di forte impronta sociale.

Bisogna aprire un nuovo cantiere che interroghi la responsabilita’ di tutti coloro che vi possono concorrere.
Altrimenti, mettiamoci l’ elmetto e resistiamo in trincea all’ egemonia della destra….aspettando tempi migliori che tarderanno a venire. Del resto, per dirla piatta, qualcuno pensa che, a fronte di una sfida diretta tra Giorgia Meloni e, dall’ altra parte, Eddy Schlein oppure Giuseppe Conti, gli italiani sceglierebbero una o l’ altro degli ultimi due ?

Domenico Galbiati

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