The Guardian pubblica, a firma di Eduardo Porter, un’analisi sull’intervento deciso da Donald Trump, e condotto assieme ad Israele, giudicandolo “una guerra sbagliata nel momento sbagliato”. E tutto perché il Presidente americano sarebbe stato galvanizzato da un presunto successo ottenuto in Venezuela ed ha, quindi, deciso di trascinare gli Stati Uniti in un ben più ampio e difficile conflitto confidando nella forza della propria economia. Ma l’aumento dei prezzi dell’energia, l’inflazione e l’insofferenza dell’opinione pubblica stanno trasformando l’impresa bellica in un boomerang politico.

Il Presidente che voleva vincere il mondo rischia di restare sconfitto a casa sua – non dal nemico esterno – ma dalla stanchezza e dalla rabbia del popolo americano.

L’articolo analizza i risvolti politici ed economici della guerra lanciata dall’amministrazione Trump contro l’Iran — un conflitto che, pur alimentando la retorica del Presidente sulla sicurezza e la supremazia americana, rischia di diventare il fattore decisivo della sua sconfitta alle prossime elezioni presidenziali.

Dal sequestro di Maduro alla guerra con Teheran

Secondo The Guardian, Donald Trump si sente ancora forte del “successo” ottenuto con la cattura di Nicolás Maduro e con il controllo delle risorse petrolifere e dei minerali strategici del Venezuela in vista di colpire anche Cuba tagliando all’isola caraibica le forniture energetiche. Sull’onda di quel trionfo, il Presidente era convinto che la nuova guerra in Medio Oriente — condotta insieme a Israele contro l’Iran — produrrà gli stessi risultati.

La Casa Bianca definisce l’intervento una necessità per distruggere la minaccia nucleare iraniana; Trump lo presenta come una missione per la “sicurezza e la pace mondiale”. Su Truth Social ha persino scritto: “I temporanei aumenti del prezzo del petrolio sono un piccolo prezzo da pagare per la sicurezza dell’America e del mondo. Solo gli sciocchi potrebbero pensarla diversamente!”

Un’economia non invincibile

Nonostante questa sicurezza, Porter sottolinea che la guerra minaccia la stabilità economica americana. Gli Stati Uniti, grazie all’aumento della produzione interna e al ruolo crescente del gas naturale, sono oggi meno dipendenti dal petrolio estero di quanto non fossero negli anni Settanta. Eppure, “l’indipendenza energetica” è un’illusione, perché il prezzo del petrolio è deciso dal mercato globale.

Quando l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz — da cui transita il 20% del petrolio mondiale — e il Qatar ha chiuso parte delle esportazioni di gas liquefatto, i mercati europei sono andati in crisi e i prezzi internazionali si sono impennati. Negli Stati Uniti, pur con un’economia più solida, la benzina ha superato i 3,50 dollari a gallone, ai massimi dall’inizio della presidenza Trump. Si prevede che i prezzi non torneranno ai livelli del 2025 prima dell’autunno 2027, e che il gasolio resterà caro per almeno un altro anno.

Inflazione e consenso in calo

L’aumento dei carburanti trascina con sé trasporti, agricoltura e alimentari, e finirà per far risalire l’inflazione, che a febbraio si era assestata sul 2,4%. Le conseguenze: la Federal Reserve potrebbe rinviare i tagli ai tassi d’interesse, e il malcontento sociale crescerà, colpendo soprattutto le classi medie e la logistica. Le società di autotrasporto e i grandi distributori impongono rincari, i consumatori tagliano le spese e la popolarità di Trump cala nei sondaggi.

Proprio l’opinione pubblica, sottolinea il giornale londinese, potrebbe diventare il vero avversario del Presidente: per la prima volta dopo anni, un conflitto americano risulta impopolare fin dall’inizio, anche fra elettori conservatori.

Una guerra senza soluzione rapida

Trump, scrive Porter, è convinto di poter ottenere la “resa incondizionata” dell’Iran, ma sottovaluta la capacità di resistenza delle Guardie rivoluzionarie e della milizia Basij. Nonostante la distruzione di parte dell’infrastruttura militare, una vittoria militare netta è irraggiungibile senza un’invasione di terra, opzione che l’Amministrazione non esclude ma che comporterebbe costi enormi. Il Presidente potrebbe ordinare un ritiro e dichiarare una vittoria simbolica, oppure continuare i bombardamenti anche su obiettivi civili. In entrambi i casi, l’impatto economico negativo durerà a lungo, e gli effetti del conflitto si estenderanno ben oltre la campagna elettorale.

La lezione che Trump rischia di non apprendere

L’analisi di Porter si chiude con una riflessione amara: “beheading” — decapitare i nemici geopolitici — può sembrare efficace sul piano mediatico, ma non basta a vincere sul campo né nella politica interna. Dopo la cattura spettacolare di Maduro, Trump ha forse creduto di poter usare la stessa strategia con Teheran. Ma l’Iran non è il Venezuela: è un paese con un esercito in armi, con un vasto apparato ideologico e con la capacità, anche nelle sconfitte militari, di resistere per anni.

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