Un fiume di parole potrebbe scaturire dopo la conferenza stampa di Giorgia Meloni di ieri. Un incontro con i giornalisti che costituisce un’eccezione all’ostentata mancanza di appuntamenti con loro – a parte interviste concesse solo a quelli compiacenti – che ha caratterizzato la presenza della leader di Fratelli d’Italia a Palazzo Chigi. Tre anni e poco più, iniziati, sotto questo profilo , con la disastrosa conferenza stampa tenuta in occasione del drammatico naufragio di Cutro.

Si capì subito come Giorgia Meloni non fosse in grado di reggere adeguatamente una vera “tenzone” a tutto campo con giornalisti intenzionati a fare bene il loro mestiere, cosa che, di per sé, non significa essere animati da uno spirito pregiudizialmente ostile.

E bisogna anche dire che, fatta questa constatazione, meraviglia – e un po’ stufa – pure la cantilena con cui un certo di tipo di giornalisti lamenta il fatto che Giorgia Meloni si sottragga costantemente ai loro incontri, salvo quando non ne può proprio fare a meno. Per sapere, infatti, cosa ella pensi c’è bisogno di intervistarla? Non basta già l’azione – o l’inazione sua e del Governo, su questo o su quel tema – a raccontare già tutto? Le interviste sono un di più, si potrebbe dire. Ed esse, molto spesso, servono alla autoreferenzialità di questo o quel giornale, di questo o quel giornalista convinto di fare chissà quale scoop solo perché giunge la concessione di un’intervista. Da cui, in linea di massima, possono inevitabilmente venire solo conferme dei discorsi o degli atti ufficiali compiuti.

Come nel caso in cui ha detto, ieri, di non essere sempre stata d’accordo con il Presidente della Repubblica. E noi lo avevamo capito molto bene. Soprattutto, ascoltando Sergio Mattarella che, in taluni casi, e su vicende importanti – come in materia di rispetto della Costituzione e del ruolo dei diversi poteri ed Ordini dello Stato, o sulla politica estera, o su questioni sociali e del lavoro – è stato spesso costretto a mettere i puntini sulle “i”.

C’è inoltre da dire che chi ha avuto la ventura nel corso della sua vita professionale di partecipare in giro per il mondo a conferenze stampa come quelle tenute da Gorbachev, dalla signora Thatcher, da Delors, da Kohl, e via dicendo, o in Italia dai politici del passato come Moro, Craxi, Andreotti, ieri ci si è ritrovato solo fino ad un certo punto. Intanto, perché è sembrato evidente il pilotaggio dell’inevitabile contingentamento delle domande. E, poi, perché qualcosa di davvero incalzante – e sì che ce ne sarebbero stati tanti buoni motivi – è davvero mancato. Abbiamo visto e sentito soprattutto giornalisti che hanno fatto il proprio compitino e niente più. Appunto, senza incalzare proprio sui punti che l’intervistata ha sorvolato, evitato o sviato.

Però, l’incontro con la stampa non è stato proprio del tutto inutile. In particolare, per due punti.

Il primo, è quello sull’idea della Meloni che l’Europa parli con Putin. Un insolito riallineamento con “l’odiato Macron”. Cosa che ha subito ricevuto un plauso dal Cremlino. E, però: come la mette Giorgia Meloni che, con continuità e coerenza – questo le va riconosciuto – ha sempre parlato di un sostegno all’Ucraina esclusivamente concepito in modo che fosse in grado di portare alla “vittoria” … ma non del dialogo con Mosca?

Secondo, Giorgia Meloni – e questo la dice tutta anche sul prossimo Referendum sulle separazioni delle carriere dei magistrati – ha detto che i giudici non “collaborano”. E questo conferma l’idea della Giustizia – e della distinzione di ruoli e competenze – che Giorgia Meloni si è fatta dopo essere salita a Palazzo Chigi. Sì, perché prima la pensava molto diversamente.

I giudici non devono “collaborare” né con il Governo né con nessun altro. Devono applicare la Legge. E questo anche, se necessario, non solo mettendo i bastoni tra le ruote dell’Esecutivo sulla base di leggi pasticciate e che si prestano a tante diverse interpretazioni, ma, persino, andando a perseguire suoi componenti allorquando violano le leggi.

Così, una conferenza stampa di cui avremmo pure potuto fare a meno … ma fino ad un certo punto.

Giancarlo Infante

 

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