Si registra un interesse diverso, certo non travolgente, per le tematiche relative alla religione; la novità più importante è che spesso abbiamo parlato di declino, dissolvenza o addirittura irrilevanza della religione, oggi questa terminologia dovrà essere aggiornata o almeno ridimensionata, in presenza di fenomeni nuovi ma non brevilinei e dati statistici di diversa fonte, entrambi attestanti tendenze su cui concentrare un’attenzione non pregiudiziale. Per di più, come vedremo più avanti, il dibattito in corso non nasconde che alcuni degli attributi sopra citati sono diventati altrettanto spendibili per quel processo di laicizzazione evocato dalla secolarizzazione. L’esigenza è quella di un pensiero più largo e avvolgente, e di un dibattito aperto nello spazio pubblico che resta un obiettivo per tutti.

E’ ormai impossibile non registrare un clima diverso nei confronti della Chiesa, senza dimenticare un mutato atteggiamento da parte di quello che, sbrigativamente, sarebbe stato chiamato il pensiero laico, e in questo contesto non mancano segnali di una più avanzata nettezza da parte degli studiosi.

Colpisce ad esempioche una giovane e vivace rivista, diretta da Dario Fabbri, attenta alla geopolitica e al  disordine del mondo, dedichi alla religione un saggiointitolato “In Occidente il Vaticano non esiste più”[1] firmato da Pietro Mattonai. Tale titolo, tipicamente d’impatto,si riferisceessenzialmente al declino in Europa, ma non manca poiun’adeguata segnalazione  di una prospettiva di apertura ad un futuro tutt’altro che marginale e banale sia per il senso religioso che per il  cattolicesimo. Già nell’iniziodel saggio, si assume che “altrove la fede vive, non sopravvive. Anzi si espande e permea l’esistenza delle collettività”; dunque, commenta l’autore, “anche in questo caso il nostro punto di vista denota spesso boria culturale”.

Personalmente, ho fatto ripetutamente ricorso a concetti e termini analoghinei confronti di varie forme di schematismo e riduzionismo del dibattitodi casa nostra su Chiesa e media, ma il saggio argomenta più analiticamente questo aspetto, rilevando che”se la Chiesa cattolica continua a esserci e a far parte delle cose del mondo non è per una serie di fortuite coincidenze, bensì perché il cristianesimo delle origini ha saputo acquisire il divenire storico e farlo proprio”.

È unmonitoimportante  per chi studia gliaspetti di continuitàmenonoti nel processodi penetrazione ed accreditamento del cristianesimo, a partire primi secoli della sua vicenda. Essa del restosi è rivelata capace di attestareuna singolare propensione a radicarsi fin dalle origini nelle culture locali,anche in forza di un riconoscimento dei contesti precedenti su cui si innestano processi nuovi, non connotati da una radicale negazione di quelle  pregresse,  anche religiose. Non si spiegherebbe altrimentila capacità di espansione che il cattolicesimo ha avuto in aree che non coincidono certo con la geografia della colonizzazione, e dunque con l’impero romano d’Occidente.

Un grandissimo studioso come Werner Jaeger ci ha insegnato per tempo la centralità dell’incontro tra il mondo classico e il cristianesimo; per sottolineare l’importanza di questo riferimento tutt’altro che accademico, riprendo poche righe della premessa di Alfredo Valvo alla nuova edizione di  Cristianesimo primitivo e Paideia greca:”la scienza di Jaeger poggia su solide basi critiche e sopra una sintesi mirabile”; (la sua riflessione si concentra) sul problema dell’incontro tra il pensiero classico-quello greco, naturalmente in primis-e l’avvento del Cristianesimo, l’evento per eccellenza”. Si staglia da qui la grecità “come luogo di formazione dell’umanità cristiana”.[2]

Ma gli stimoli provenienti dal saggio di Mattonai non si arrestano qui, e riguardano l’attenzione dedicata a Robert Prevost. Nei miei approcci all’elaborazione culturale del nuovo Papa, sono stato ripetutamente colpito dal coraggio e dalla lucidità con cui, in anni non vicini, l’allora vescovo agostiniano interveniva sulla comunicazione e sul suo peso nella costituzione di un universo di valori antagonista al cristianesimo e al suo messaggio.

Ebbene, nel saggio che sto commentandosi introduce una riflessione lucida sull’autentica appartenenza culturale, tutt’altro che riconducibile esclusivamente alle sue radici americane e alla lunga europee. Ancor più felice ed efficace è il riconoscimento che “l’elezione di Prevost è l’ultima geniale trovata della Curia. Non resa, ma rilancio della Chiesa nel tempo nuovo attraverso una serie di incastri che soltanto chi bazzica il mondo da millenni poteva architettare”. Ed è in questo contesto che Leone XIV è definito “alfiere del cattolicesimo rinnovato. Anzi ne è la sublimazione: da americano del Midwest, nucleo per eccellenza dell’Occidente, Prevost si è fatto peruviano, spingendo la propria missione nelle periferie dell’America Latina”. Siamo di fronte a un argomentare e ad uno

scenario nuovi, che a mia volta ho riassunto nella mia rubrica mensile su Formiche, come “dati e segni di una Chiesa in ripresa”.[3]

Per di più, proprio nell’ultimo giorno dell’anno, Avvenire ha riassunto una serie di dati della Prefettura della Casa Pontificia che vanno attentamente meditati, nel contesto di questo intervento, che indicano in 3.176.000 i fedeli che hanno partecipato alle udienze ed alle celebrazioni liturgiche in Vaticano, aggregando quelle giubilari e speciali, le celebrazione liturgiche e le presenze all’Angelus dominicale. È vero che numeri importanti si erano registrati anche negli ultimi mesi di Papa Francesco, ma risultano confermati e addirittura in incremento a partire dall’elezione di Leone XIV, sfociando nel mese di dicembre in cifre record:  250.000 partecipanti alla recita della preghiera mariana,200.000 alle celebrazioni liturgiche e295.000 alle udienze[4].Sono cifre che inducono a ripensare il ritmo e la forza dei processi di secolarizzazione.

Come sto documentando in diverse sedi, inclusa la didattica Universitaria, Papa Prevost mostra un interesse e un’attenzione straordinari al giornalismo e alla comunicazione, e del resto abbiamo recuperato suoi interventi del passato che dimostrano una precisa recensione dell’impatto dei media sulla percezione della fede e dei valori.

È in questo contesto che dobbiamo collocare la dinamica di fronte a noi, sottolineando una reazione non solo intellettuale al trend che stiamo vivendo, che consiste nella presa d’atto di una reazione del cattolicesimo di fronte alle crisi della modernità; e non manca un’esigenza di maggior trasparenza del discorso scientifico intorno alla religione.

A partire dalla fine dell’Ottocento, tanti pensatori classici, soprattutto filosofi e sociologi, mai hanno trascurato il fenomeno religioso; rispetto a quelle stagioni, e tenendo conto dell’ampliamento fisiologico degli studiosi e dei relativi testi, emerge un documentato declino di attenzione, accanto ad un’erraticità legata a personaggi o passaggi storici. Colpisce che quanti si occupano di cultura, educazione, politica e cambiamenti sociali, gettino a questi temi uno sguardo distratto o intermittente, autorizzando il dubbio che siamo in presenza di una secolarizzazione anche nella pubblicistica. Ancor più incomprensibile è il sostanziale disinteresse degli studiosi di comunicazione per un aspetto che avrebbe molto da dire su fenomeni ad essa collegati.

Passiamo in rassegna le parole-chiave, dalla scuola alla formazione, dal clima culturale alla politica fino al ritratto complessivo del mutamento di un paese: possono davvero risultare completi e penetranti senza uno sguardo alla religione e ad i suoi cambiamenti? Allora il nodo di fronte a noi diventa quello dell’egemonia culturale della modernità; se non sottoponiamo questo tema a una rigorosa verifica rischia di sfuggirci quanto essa essa giochi un impatto nella creazione di un diverso sentire, senza neppure chiederci cosa ne pensiamo.

Mario Morcellini

[1] Rinvio al numero 11, 2025, intitolato La guerra delle propagande, che contiene l’articolo di Pietro Mattonai qui discusso.

[2] Pietro Mattonai, cit.

[3] Si tratta della rivista Formiche, n°219, dicembre 2025, in cui ho commentato altri e più longitudinali dati curati da Elena Grazini e Luca Mainoldi per l’agenzia Fides.

[4] “Vaticano, oltre 3 milioni di fedeli a messe e udienze.”, Avvenire, 31-12-2025.

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