Su il Corriere della sera di ieri è apparso un intervento di Andrea Riccardi sotto il titolo “Questione cattolica. Una centralità da ritrovare”. Il leader di Sant’Egidio sinteticamente ricorda come la “questione” abbia continuamente accompagnato per un quasi un secolo un secolo e mezzo la storia d’Italia.

Essa ha assunto nuove dimensioni, ma senza indebolire la propria sostanza, a maggior ragione dopo la fine della Democrazia cristiana, fino a giungere, oggi, a riproporre talune analogie con il periodo pre – sturziano.

Non è la prima volta che nel corso degli ultimi trent’anni si giunga costatare quanto la polverizzazione della grande tradizione del cattolicesimo politico, favorita dal sistema bipolare, abbia finito per far ritrovare una consistente parte della società civile italiana irrilevante e indifferente. Questi ultimi, termini utilizzati da Papa Francesco in occasione del messaggio inviato attraverso il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ai partecipanti ai lavori sul centenario della morte di Giuseppe Toniolo (CLICCA QUI). Colui che dette sostanza sociologica alla partecipazione dei cattolici alla vita pubblica italiana e che aprì la strada a don Luigi Sturzo in modo da completare il passaggio al piano pienamente e squisitamente politico con la creazione del Partito Popolare Italiano.

Il processo dell’irrilevanza politica del laicato cattolico si avviò, come ricorda Riccardi, con quello che anch’egli definisce il “ruinismo”, e cioè il tentativo da parte del cardinale Camillo Ruini, allora Presidente della Cei, di riassorbire la rappresentanza politica del mondo cattolico italiano. I motivi, secondo alcuni forzatamente imposti da quanto era andato emergendo agli inizi degli anni ’90, erano di vario genere. A partire dal timore che le vicende vissute dalla Democrazia Cristiana finissero per coinvolgere anche la Chiesa italiana. Inoltre, diciamocelo con franchezza, c’è da considerare che quella italiana è una di quelle chiese che, persino oggi, faticano a precisare la definizione del ruolo del laicato o, comunque, non hanno ancora pienamente reso vivo l’impulso in tal senso venuto dal Concilio Vaticano II. Possiamo considerare il “ruinismo” come una risposta d’insofferenza al diffondersi del pluralismo politico che, anche tra i cattolici italiani, si è fatto strada in maniera incontrovertibile?

Del resto, la Dc non è mai stato il “partito cattolico”, bensì partito laico, ancorché fatto “di cattolici”, come del resto dimostrarono sempre i risultati elettorali dal ’48 in poi fortemente influenzati anche da elementi specificamente sociali e politici, oltre che dal quadro internazionale.

C’è da notare che questa parte del “ruinismo” non fu condiviso fino in fondo da Papa Giovanni Paolo II il quale, non a caso, scrisse il 6 gennaio 1994 una memorabile lettera ai vescovi italiani per esprimere la propria contrarietà al nuovo corso dicendo: “In particolare, la caduta del comunismo nell’Europa centrale e orientale ha provocato anche in Italia un nuovo modo di guardare alle forze politiche e ai loro rapporti. Si sono così udite delle voci secondo le quali, nella nuova stagione politica, una forza di ispirazione cristiana avrebbe cessato di essere necessaria. Si tratta però di una valutazione errata, perché la presenza dei laici cristiani nella vita sociale e politica non solo è stata importante per opporsi alle varie forme di totalitarismo, a cominciare da quello comunista, ma è ancora necessaria per esprimere sul piano sociale e politico la tradizione e la cultura cristiana della società italiana (CLICCA QUI).

Papa Wojtyla, anche con quella lettera, esaltò la figura del laicato ed entrò pure nel merito di quella che si stava già rivelando la conseguenza di Mani pulite sostenendo che “Un bilancio onesto e veritiero degli anni dal dopoguerra ad oggi non può dimenticare, però, tutto ciò che i cattolici, insieme ad altre forze democratiche, hanno fatto per il bene dell’Italia. Non si possono dimenticare cioè tutte quelle significative realizzazioni che hanno portato l’Italia ad entrare nel numero dei sette Paesi più sviluppati del mondo, né si può sottovalutare o scordare il grande merito di avere salvato la libertà e la democrazia. Tanto meno si può accettare l’idea che il Cristianesimo, e in particolare la dottrina sociale della Chiesa, con i suoi contenuti essenziali ed irrinunciabili, dopo tutto un secolo dalla Rerum Novarum al Concilio Vaticano II e alla Centesimus Annus, abbiano cessato di essere, nell’attuale situazione, il fondamento e l’impulso per l’impegno sociale e politico dei cristiani”. Giovanni Paolo II fu, così, lapidario: “I laici cristiani non possono dunque, proprio in questo decisivo momento storico, sottrarsi alle loro responsabilità.”

Parole inascoltate allora, e di esse, oggi, possiamo vedere confermata tutta la profeticità dopo trent’anni d’irrilevanza.

E’ evidente che la questione cattolica possa essere guardata da diverse prospettive. C’è quella di chi, partecipe del sistema bipolare, intende utilizzare esponenti del mondo cattolico per la presentazione di un ampio cerchio di rappresentanza e, sempre, intendendo utilizzarli come immagine di quel moderatismo, ai nostri occhi appare spesso con il significato piccolo borghese loro assegnato per antonomasia nel corso del secolo scorso, in modo da compensare le punte più estreme degli schieramenti bipolari che, comunque, si ritiene utile imbarcare da parte di entrambi gli schieramenti. Il bipolarismo, dunque, finisce per estrometterla, ma al tempo stesso si pone in maniera riduttiva l’esigenza di recuperare una presenza cattolica. E questo avviene a destra come a sinistra. E’ sotto gli occhi di tutti come una delle conseguenze sia quella di ritrovarci da decenni  a sentire di rappresentare il mondo cattolico in politica da parte di quanti, in realtà, hanno fatto della loro presenza in liste altrui l’unica vera ragione. Spesso accettando in qualunque situazione di svolgere una funzione meramente gregaria e rinunciare così a dispiegare pienamente il proprio pensiero.

Noi, invece, la intendiamo in ben altro modo. Concepiamo la partecipazione alla Politica come una vera funzione di servizio al Paese che, sempre ritornando a Giovanni Paolo II, ma questo vale per tutti i pontefici che si sono succeduti negli ultimi decenni, non può non trovare nel riferimento congiunto alla Costituzione e all’Insegnamento sociale della Chiesa i presupposti fondamentali per ogni agire pubblico da parte di quei cattolici, ma ci sono tanti laici su questa stessa lunghezza d’onda, la cui specificità li spinge inesorabilmente a dare vita ad una forma autonoma di organizzazione e di presenza politica, a partire dai territori.

E’ per questo che c’interroghiamo sulla posizione di Sant’Egidio e sulla formazione politica che ad essa fa riferimento: Demos. C’è un punto che a questo riguardo è importante ritrovare nell’intervento di Andrea Riccardi. Là dove ammette: “La questione cattolica è insomma periferica nella politica, quasi assente nel centrosinistra, molto attento ai diritti individuali”.

Certo, il centrosinistra, nelle cui fila si sono schierate, e si stanno ancora schierando amici d’ispirazione cristiana la cui voce però poco abbiamo sentito in occasione del voto su temi etici ed antropologicamente rilevanti. Con quel Pd oramai diventato un partito radicale di massa e che ha fatto propria tutta la cultura dell’individualismo proveniente dal liberismo estremo e di quella macchina culturale-economica, chiamata “mainstream”, che utilizza il tema dei diritti del singolo, invece che di quelli sociali, per finire a far crescere la polverizzazione sociale e a restringere, a ben guardare, la Persona nelle sue esclusive dimensioni economiciste e di consumatore. Che poi ciò riguardi la moda, gli usi e i costumi, o il senso della Vita, o il significato del corpo umano poco cambia.

E’, dunque, necessario giungere ad una valutazione più ampia di quel che significa la “questione cattolica” che, in una visione presentata come realista, ma in realtà utilitaristica, riduce tutto ai voti, o agli eletti. Giuseppe Ladetto in un suo intervento odierno ci parla, appunto, dell’utilitarismo (CLICCA QUI). Un concetto penetrato nel profondo anche tra i cattolici. La “questione cattolica”, almeno da una parte dei cattolici, noi siamo tra questi, dovrebbe invece essere affrontata liberandosi da questa cultura dell’utilitarismo troppo spesso destinata a diventare opportunismo e nicodemismo.

Credo che i risultati elettorali ci faranno trovare ancora di più di fronte all’irrilevanza e all’indifferenza. Potrebbe, paradossalmente, però, costituire l’occasione buona perché in tanti si decidano a riprendere una strada comune che non solo è possibile perseguire, ma assolutamente necessaria per il bene del Paese. E le vicende cui assisteremo dopo il 26 settembre ce lo confermeranno.

Giancarlo Infante