Un patto che cambia la geografia del potere

La firma del Mecca Joint Defence Pact tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan è stata presentata come un evento storico. Non tanto per la formula — “un attacco a uno è un attacco a tutti” — quanto per il fatto che tre Paesi così diversi, con storie di diffidenze reciproche e priorità strategiche spesso solo che divergenti, abbiano deciso di legarsi in un accordo di difesa comune. Un accordo che arriva nel pieno della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e in un Medio Oriente dove i vecchi equilibri non reggono più. La prima, e più evidente, è che gli Usa non sono più percepiti come garanti unici e certi della sicurezza dei loro alleati.

Il Patto nasce dunque come risposta a un vuoto: quello lasciato da Washington, sempre più concentrata a restare inequivocabilmente accanto ad Israele e non altrettanto in grado di difendere altri alleati. L’Arabia Saudita lo ha sperimentato sulla propria pelle, colpita da missili iraniani nonostante la presenza di basi americane. Basi, per altro, pesantemente attaccate dagli strumenti d’armi dell’Iran che hanno provocato danni considerevoli. Da quelle in Giordani alle altre negli emirati e regni del Golfo. La Turchia lo ha visto nelle pressioni USA e israeliane per impedirle di ampliare i propri arsenali, a partire dall’acquisto degli F‑35. Il Pakistan lo ha capito da tempo, vivendo in un equilibrio instabile tra India, Afghanistan e le oscillazioni della politica estera americana.

In questo contesto, l’alleanza siglata alla Mecca appare come un tentativo di costruire una autonomia strategica sunnita, un asse che non sostituisce gli Stati Uniti, ma che ne riduce fortemente l’esclusività.

Turchia, Arabia Saudita, Pakistan: tre potenze, tre agende

Sulla carta, la forza del Patto sta nella complementarità dei suoi membri. Il Pakistan porta con sé un esercito esperto, un arsenale nucleare e una tradizione militare consolidata. La Turchia offre tecnologia avanzata, droni, industria bellica e un ruolo nella NATO che la rende un ponte tra mondi diversi. L’Arabia Saudita garantisce la potenza finanziaria necessaria per sostenere un progetto di lungo periodo.

Ma la vera novità è politica. Turchia e Arabia Saudita erano ai ferri corti dopo l’omicidio Khashoggi, il giornalista oppositore del regime di Rijad ucciso proprio nel Consolato saudita di Istanbul. Il Pakistan lontano da entrambi, assorbito com’era nel multidecennale conflitto con l’India. Eppure, i tre paesi oggi si ritrovano insieme, non per affinità ideologica ma per necessità strategica. La pressione esercitata da Israele e Iran, e la indeterminatezza della politica americana di Donald Trump, hanno spinto questi Paesi a mettere da parte le rivalità e a costruire un fronte comune. Essi hanno sempre rappresentato tre facce diverse del mondo sunnita. L’Arabia Saudita che ha sempre imposto la sua ortodossia wahabita, la Turchia vicina alla Fratellanza musulmana – quella per intenderci che sta alla base di Hamas di Gaza e a di talune forze sunnite d’impronta sociale viste come il fumo nell’occhio dai sauditi e da altri principati, o da quelle forze che portarono al colpo di stato in Egitto per sostituire con il generale al Sisi il Presidente democraticamente eletto Morsi, lasciato morire in carcere. Non è facile fare un paragone con la storia dei paesi cristiani d’Europa, ma è come se ad un certo punto i principi della  Germania luterana si fossero alleati con quelli dell’Italia cattolica del 1500 poco dopo la Riforma di Lutero.

La percezione israeliana: un nuovo asse che cambia le carte

Israele osserva il Patto con attenzione e inquietudine. La Turchia è ormai considerata da molti politici israeliani come il prossimo grande avversario regionale. Le parole del ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, che ha definito Israele “un peso che l’umanità non può più sopportare”, hanno alimentato il timore di una minaccia crescente. Il Pakistan non riconosce Israele e ha definito “malvagie” le operazioni israeliane in Libano. L’Arabia Saudita, che fino al 2023 era vicina alla normalizzazione – attesa e sancita con il “Patto di Abramo” voluto da Donald Trump, ma che per ora ha avuto il solo supporto convinto degli Emirati arabi e del Marocco – ha congelato tutto dopo la guerra israeliana scatenata a Gaza.

Il Patto sembra diventare così, in vista delle elezioni del prossimo ottobre, anche un tema di politica interna israeliana. Netanyahu lo usa per rafforzare la paura della minaccia esterna. Uno dei capi dell’opposizione, Bennett, lo interpreta come conferma della nascita di un “asse sunnita ostile con il Pakistan nucleare”. Gli analisti israeliani vedono, così,  nel Patto un segnale del declino dell’esclusività americana e della crescente autonomia dei Paesi sunniti.

La faccia curda del prisma: il rifiuto di farsi trascinare

In questo contesto emerge un ulteriore elemento decisivo per comprendere la complessità del nuovo scenario, su cui abbiamo già soffermato l’attenzione lo scorso marzo (CLICCA QUI): la posizione dei curdi. Masrour Barzani, Primo ministro del Kurdistan iracheno, ha confermato che il suo popolo non vuole essere trascinato nella guerra. E questo nonostante il Kurdistan abbia subito oltre mille attacchi iraniani o di milizie filo-iraniane. Comunque, rifiuta di diventare un fronte contro Teheran.

Al momento dell’attacco americano israeliano dell’Iran del 28 febbraio, era stata ventilata l’ipotesi di usare i curdi iracheni per un’invasione terrestre dell’Iran, contando sulle antiche relazioni di essi con USA e Israele. Ma i curdi hanno detto no. Hanno ricordato le promesse mancate: quelle fatte dopo la guerra contro Saddam, quelle fatte dopo la lotta contro l’ISIS, quelle fatte nelle trattative politiche successive. Si sentono traditi dagli americani e dagli israeliani, e non intendono ripetere l’errore di combattere guerre altrui.

Il rifiuto curdo mostra che non tutti gli attori regionali sono disponibili a farsi arruolare, e che il Medio Oriente non è più un campo di battaglia dove gli attori minori obbediscono ai grandi.

Un’alleanza “impossibile” che diventa realtà

Il Patto della Mecca è, dunque, un prisma dalle molte facce: deterrenza, autonomia, diffidenza verso gli USA, rivalità con Israele; paura dell’Iran, ma non per questo accettando la logica di portare tutto alle estreme conseguenze fino a fargli guerra, e su questo punto insistono particolarmente i pakistani che in questi ultimi mesi hanno svolto una funzione di mediazione tra Teheran e Washington; rovesciamento di equilibri che sembravano immutabili. Un’alleanza, dunque, che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impossibile, e che oggi segna un cambio dei rapporti non più concepiti lungo faglie ideologiche, ma seguendo quelle della sopravvivenza strategica.

Il Medio Oriente entra così in una fase nuova, dove gli Stati Uniti non sono più l’unico perno, e dove gli attori regionali cercano di affidarsi a forme di sicurezza autonome, flessibili, anche se spesso contraddittorie. Un elemento nuovo di cui devono tenere conto tutti gli attori della Regione e quelli che da fuori cercano di influenzarne i destini.

Giancarlo Infante

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