Lo sanno tutti che il blocco dei licenziamenti che si è reso necessario per l’emergenza Covid-19 è destinato a finire. Ben altro è invece prevederne le conseguenze, quando oltre ai seicentomila occupati che hanno già perso il lavoro nel 2020 ve ne saranno altri trecentomila nella stessa situazione. Saremo pure assuefatti ai grandi numeri, ma questi fanno paura.

D’altra parte è inutile illudersi che il blocco dei licenziamenti rappresenti una soluzione. Lo sa bene anche Landini che giustamente sin qui l’ha sostenuto: questi posti di lavoro sono già persi anche se formalmente i relativi contratti sono ancora in vita.

Avremo così a breve una ulteriore impennata nel numero dei disoccupati e il rientro non sarà certo rapido. Per non dire della disoccupazione femminile (su 101 mila posti persi nell’ultimo trimestre 99 mila sono donne) e di quella giovanile ormai prossima al trenta per cento. Ecco perché l’emergenza lavoro è la più grave e profonda conseguenza della crisi sanitaria.

Eppure questa volta esistono le condizioni per affrontarla con grande determinazione. Ne indichiamo due che sono assolutamente straordinarie.

La prima è politica. L’azione del governo non ha più gli intralci dei prevalenti interessi di partito al potere, troppo spesso rivolti alla ricerca del consenso trascurando le conoscenze reali dei problemi e l’utilità dei saperi, non importa se a scapito dell’interesse generale del Paese.

Basta quindi con interventi del tipo “navigator”, “quota 100”, bonus di ottanta euro.  Se proprio si deve far fronte ad esigenze vitali diffuse meglio riandare all’assegno di ricollocazione in favore di tutti i disoccupati, come aveva tentato di fare il governo Gentiloni prima delle elezioni del 2018 e prima della squilibrata invenzione del reddito di cittadinanza, con l’ambizione strampalata di “abolire la povertà”.

L’altra condizione, anch’essa eccezionale, è quella offerta dal Recovery Fund, il grande progetto solidale ed europeo pensato per finanziare un piano di ripresa che prevede l’impiego di risorse consistenti per sostenere l’uscita dalla crisi.

La definizione di questo intervento è chiara e rigorosa: riforme e investimenti. Non a parole o con documenti aulici ma questa volta con obiettivi precisi; modalità di attuazione chiare; tempi ben definiti da rispettare.

Il presidente Draghi sta lavorando speditamente e alla sua maniera per una nuova definizione del documento da presentare a Bruxelles, dopo l’infelice tentativo di un primo documento presentato al Parlamento dal governo Conte (”Piano nazionale di ripresa e resilienza” del 12 gennaio 2021). Basta andare a leggerselo in rete questo documento che nella introduzione non si riferiva al lavoro ma piuttosto al “mercato del lavoro” limitandosi ad indicare “l’obiettivo di tutelare i lavoratori vulnerabili anche attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali e promuovere nuove politiche attive per accompagnare la transizione ecologica e digitale”. Si voleva prevedere tutto e  si prevedeva ben poco in queste parole: gli ammortizzatori sociali sono altra cosa e non possono essere certo i lavoratori più vulnerabili (che il lavoro ce l’hanno) ad essere i soggetti di una riforma. Ci sono quelli che il lavoro non lo trovano e coloro che lo hanno perso perché scompaiono le funzioni che erano ritenute normali.

I punti di partenza di una riforma del lavoro sono ben altri.

A cominciare da una domanda che viene dal mondo delle imprese e che resta inevasa per carenza di figure professionali e di specializzati.

A cominciare dalla confusione tra ruolo dello Stato e ruolo delle regioni per quanto riguarda le competenze, ben sapendo che compete al governo e al parlamento decidere i livelli essenziali delle prestazioni in relazione alle esigenze del Paese, mentre le regioni possono occuparsi dei servizi e delle gestioni.

A cominciare da profondi cambiamenti nella formazione, dove accanto a istituti professionali di eccellenza (e ne abbiamo!) vivono troppi piccoli diplomifici riconducibili a enti improvvisati, consorterie e corporazioni locali senza qualità e privi di controlli. Non è un caso che Draghi nel suo intervento di insediamento abbia richiamato l’attenzione su questo particolare settore dell’istruzione.

A cominciare dalla collaborazione con il mondo dell’impresa e con il sindacato sul modello tedesco che funziona.

Ecco dove cominciare per non perdere la straordinaria occasione della riforma del lavoro.

Guido Puccio