Affermare che nel nostro paese la confusione continui a regnare sovrana in materia di vaccini, e soprattutto per quanto riguarda le vaccinazioni, è voler dar prova di autentica carità di Patria, perché  si tratterebbe soltanto di un pietoso eufemismo.

In realtà, questa confusione, viene costantemente – e almeno in parte, consapevolmente – accresciuta da pretese “analisi sociologiche”, dalla continua diffusione di notizie approssimative, o inventate di sana pianta da “esperti” e commentatori di cui spesso è difficile risalire ai titoli che dovrebbero consentir loro di pontificare. Il tutto, con un vociare ininterrotto e confuso in cui si è dapprima cianciato di “geopolitica”, poi –  più aristocraticamente di “diplomazia dei vaccini”.

Protagonista suo malgrado – e vittima – di questa sceneggiata di livello che, (a onor del vero) supera  il livello nazionale, e che sarebbe patetica se ai piedi del palcoscenico su cui si svolge non ci fosse un mucchio di cadaveri il cui numero diminuisce con estrema lentezza, è il vaccino prodotto dalla multinazionale anglo-svedese AstraZeneca.

Eppure non si tratta di un qualche rimedio stregonesco. Ma di un farmaco prodotto secondo una formula e con un procedimento ben noti e collaudati, messi a punto dall’Istituto Jenner dell’Università di Oxford. Formula e procedimento che, però, non lo hanno messo al riparo da una vera e propria campagna di distruzione d’immagine. Con la conseguenza che tantissime dosi di questo vaccino anglo svedese sono adesso inutilizzate, ed oggetto di iniziative promozionali stile “prendi due e paghi uno” presso le varie amministrazioni regionali. Più esattamente, dell’offerta delle dosi accumulate  dalle regioni dove la vaccinazione è più lenta a quelle più veloci, cioè in sostanza delle dosi che Sicilia e  Calabria non riescono ad iniettare, alla Lombardia che, dopo una tragica serie di colossali errori strategici e concettuali , si è – in “era Figliulo” – impegnata in una dimostrazione di efficacia distributiva.

Ma perché proprio Astra Zeneca? Perché una campagna di discredito così multiforme come quella che abbiamo avuto la sensazione sia stata in questi mesi deliberatamente portata avanti? Sembra lecito chiederselo; così come sembra lecito fare una maliziosa supposizione: avrebbe forse AstraZeneca il difetto di costare sette o otto volte meno degli altri vaccini? E in più il “difetto” di non richiedere l’organizzazione di una catena del freddo molto complicata e costosa, come quelle di cui hanno invece bisogno altri prodotti interessati al colossale business di vaccinare l’intera popolazione mondiale? Così come alla costituzione di una rendita, dalle dimensioni attualmente non quantificabili, ma ancora ancora più gigantesche, che si profila nell’ipotesi che il Covid-19,e la ricorrente vaccinazione contro di esso, diventi parte permanente del panorama dei prossimi anni?

Quel che è certo è che si è scatenata una battaglia commerciale che, ovviamente, non è andata tanto per il sottile e non ha certamente tenuto conto dei dati scientifici che riguardano gli effetti collaterali e, persino, i decessi. I quali, se si vuol dar fiducia ai pochi numeri resi pubblici dalle Regioni, sono dello stesso ordine di grandezza un po’ per tutti i vaccini oggi disponibili.

Il risultato è comunque che tantissima gente rifiuta AstraZeneca per partito preso, e solamente perché il suo vaccino è stato presentato all’immaginario collettivo come l’unico a provocare trombi o altre pericolose patologie. Eppure, da quel che se ne sa, il Regno Unito, risulta essere il paese d’Europa in cui ha avuto luogo la più ampia vaccinazione e dove si è usato sia AstraZeneca, sia Pfizer, e che ha constatato come le conseguenze negative dell’uno sono numericamente e tipologicamente simili a quelle dell’altro. Peccato che nessuno sottolinei adeguatamente questi elementi. Anzi, molti ripetitori di luoghi comuni che si presentano come “esperti” – e che spesso occupano cariche politiche che richiederebbero un minimo di responsabilità – si dedicano ad una sconcertante riproposizione di questo sfortunato farmaco per fasce d’età sempre diverse. Il che non poteva non provocare il fuggi-fuggi generale cui stiamo assistendo.

E non basta. Fatta fuori la società britannico svedese AstraZeneca, con cui il nostro Governo è giunto addirittura a rompere il contratto, e che l’Europa ha escluso dai contratti per i prossimi anni, ora le iniziative che provocano solo confusione hanno cominciato a investire anche il vaccino Pfizer.

Improvvisamente, infatti, ai tanti che hanno già ricevuto la prima dose del vaccino messo genialmente a punto da una scienziata turca (ma tedesco-americano dal punto di vista del business), e che erano già prenotati che la seconda iniezione, è giunta la comunicazione che questa sarà posticipata ben oltre le tre settimane di cui fino ad oggi si sapeva. La decisione burocratica è andata così in deliberata contraddizione con le modalità di somministrazione esplicitamente prescritte della stessa casa produttrice del farmaco, e che si presume siano a loro volta state stabilite sulla base degli stessi criteri scientifici che hanno consentito la messa a punto di quel vaccino. Insomma, un passo tanto  più grave in quanto la Pfizer – in aperta contraddizione con quel che sembra pensi il nostro Comitato Tecnico Scientifico – continua vivacemente a sostenere che, per assicurare le adeguate garanzie sull’efficacia della vaccinazione, non si può derogare dalla tempistica prevista.

Il danno derivante da questa decisione, con cui la Stato – se esiste ancora – rinnega unilateralmente, e quindi arbitrariamente, un suo preciso impegno con un gruppo di cittadini che esso avrebbe l’obbligo di tutelare, lo si può misurare dalle perplessità e dal malumore che si sentono e si possono notare presso il cosiddetto “uomo della strada”; perplessità diverse da quelle che hanno danneggiato AstraZeneca; ma che si stanno ormai diffondendo con vigore anche nei confronti di quest’altro vaccino, il Pfizer.

A questo punto, è difficile negare che una generale sfiducia stia montando nei confronti dell’idea stessa di vaccinarsi, e, con essa, un’accresciuta riluttanza a tenere conto del Bene comune – o dell’interesse collettivo”, se si preferisce – nel momento in cui, contro ogni approccio razionale e scientifico, si dà libero sfogo ai propri timori. La domanda è ovvia: ma se chi lo produce e lo ha testato dice che c’è una tempistica ben precisata da rispettare, come può una qualunque altra autorità disporre differentemente?  Con quale assurda pretesa, che tiene conto quasi esclusivamente degli aspetti legati alla politica e a quelli organizzativi, si viene a cambiare le carte in tavola e a scompaginare i programmi che i cittadini hanno, in questo caso, già definito da tempo?

E’ un esempio di come in tanti  stanno a provare l’assoluta mancanza di ogni forma di rispetto verso il cittadino. E persino l’assenza di ogni percezione della necessità di informare adeguatamente il pubblico su temi tanto delicati. Apparentemente secondari, i recenti sviluppi della vicenda Pfizer, con l’imposizione di una seconda dose fatta con modalità diverse da quelle suggerite da chi il vaccino lo ha inventato e prodotto, fa apparire il cittadino che ha fiduciosamente accettato la prima puntura, come una sorta di “prigioniero”. Lo fa apparire come in balìa di un potere che dovrebbe in teoria essere al suo servizio.

Anche in questa fase, quella della seconda dose del vaccino Pfizer, molte decisioni stanno lì a confermare una lunga fila di errori cominciati più di un anno fa, allorquando, dopo averlo sottovalutato, ci si è accorti di quanto sia complicato contrastare un pericolo tanto insidioso com’è il Coronavirus. Da affrontare con la partecipazione della gente. E non – come possiamo ogni giorno constatare – seminando confusione e incertezze.

Giuseppe Sacco