Ieri, l’agenzia doganale cinese ha annunciato che il surplus commerciale accumulato del paese ha raggiunto 1,08 trilioni di dollari a novembre. Nel 2025, dunque, i mille miliardi di dollari sono stati superati un mese prima della fine dell’anno. Un aumento di poco inferiore al 10%.

I dazi americani non hanno ottenuto l’effetto sperato. Che poi era una delle promesse elettorali di Trump.

Quello asiatico, che è più che mai un gigante globale, ha perso sì quasi un quinto delle sue esportazioni verso gli Stati Uniti, ma ha ridotto gli acquisti dei prodotti americani, in particolare, quelli della soia. Ma poco è cambiato nei volumi di scambio tra i due paesi, visto che i cinesi continuano a vendere agli Stati Uniti tre volte tanto la quantità di ciò che vi acquistano. In parallelo, la Cina ha notevolmente diversificato, ed ampliato, il paniere dei paesi in cui esporta in alternativa e, così, il surplus complessivo nei primi 11 mesi di quest’anno è aumentato del 21,7% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Automobili, pannelli solari, prodotti elettronici sono sempre più diretti verso il vicino Sud-est. Ma anche in direzione delle più lontane Africa, Europa ed America Latina. Soprattutto nel settore automobilistico, questa linea di tendenza ha provocato importanti scossoni a casa dei produttori europei e di quelli del Giappone e della Corea.  I cinesi hanno persino parzialmente aggirato i dazi di Trump organizzando l’assemblaggio finale di molti loro prodotti in altre zone del mondo da dove sono, poi, spediti negli Stati Uniti. 

In questi giorni è un grande via vai di europei a Pechino. Da dove il Presidente Macron è appena rientrato, ma immediatamente rimpiazzato dal Ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul che dovrebbe essere seguito a breve dal cancelliere Merz. La visita di Wadephul era stata prevista per lo scorso ottobre, ma talune dichiarazioni dell’esponente popolare tedesco su Taiwan non erano state gradite dalle autorità di Pechino. Adesso è tutto risolto con la espressione della esplicita volontà germanica di aderire fermamente alla politica di una sola Cina. E di questo i cinesi hanno preso buona nota e lo hanno fatto sapere.

Esiste, comunque, un problema che è quello dello scambio commerciale tra Cina ed Europa e con molti dei singoli paesi che la compongono. La Cina vende all’Unione Europea più del doppio di quanto acquista ed anche quest’anno il suo surplus commerciale è aumentato considerevolmente nei confronti di tutti i europei. Un processo favorito da due fattori concomitanti: la debolezza della valuta cinese, il renminbi, e la diminuzione dei prezzi interni, a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti e in Europa.

Secondo gli analisti, il surplus commerciale della Cina nei beni industriali è maggiore, in percentuale, di quello che gli Stati Uniti registrarono negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, da loro vinta. E così, francesi e tedeschi stanno dialogando con i cinesi per ridurre il loro deficit commerciale e perché il renminbi si rafforzi. Gli occidentali suggeriscono la rivalutazione della moneta locale prospettando la possibilità che ciò renda meno costoso l’acquisto dei loro prodotti sempre più ricercati dai cinesi, lasciando così alle famiglie più denaro da spendere in beni e servizi domestici.

Le dichiarazioni di Wadephul su Taiwan, però, confermano che tutto ha un prezzo.  I cinesi sono sempre molto attenti a ciò che riguarda Taiwan ed ogni altro aspetto che faciliti un sempre più libero accesso al Mare della Cina. Tema cruciale per la Super potenza asiatica che vive da sempre l’ansia di una difficoltà di libero movimento marittimo, stretta com’è dalla prossimità alle sue coste del Giappone e delle Filippine. Pertanto, Xi Jinping ed il suo governo non disgiungono mai l’economia dalla politica.

Ora accade che la Cina, per l’effetto Trump, rientri ancora di più nel raggio degli interessi di molti europei. E’ certamente cambiato il clima – proprio in risposta alla faccia feroce e sprezzante di Trump nei confronti del Vecchio Continente – rispetto a quando suscitò tanta contrarietà l’iniziativa italiana che, con il Governo Conte, lanciò la cosiddetta Via della seta. Subito cancellata, invece, da Giorgia Meloni non appena insediata a Palazzo Chigi.

La Germania ha un interscambio con il gigante d’Oriente pari a circa 185 miliardi di euro facendo sì che la Cina sia tornata ad essere il suo principale partner commerciale, superando addirittura gli Stati Uniti. La Francia è più indietro, ma sempre con 79.58 miliardi di dollari nel 2024, riguardanti soprattutto lusso, aerospaziale, energia e tecnologia. L’Italia è sembrata, invece, tornare indietro. Passando dai 74 miliardi di euro del 2022 ai 66 dell’anno successivo per poi risalire ai 72 dello scorso anno. Con la cancellazione degli ambizioni progetti della Via della Seta, le cifre non sono decollate come avrebbero potuto. Tempi ancora non maturi allora per quella lungimiranza? Troppa fretta nell’abbandonarla, poi?

 

About Author