“Per dirla alla maniera popolare – cosi Mino Martinazzoli in un documento che fece circolare in un ristretto gruppo di amici, dopo le politiche del 13 maggio 2001 – ciò che oggi va ritrovato non è il luogo del comando, ma quello del consenso, non è la cabala delle leadership, ma l’anima e l’intelligenza di un popolo”. Oggi, si chiede ancora Martinazzoli, il potere democratico è ancora in grado di “pareggiare le sue ambizioni”?

Considerazioni e domande che giungono da ormai lontano, eppure sembrano scritte per i nostri giorni. I poteri che insidiano il ruolo della politica – la tecnica, la finanza, la comunicazione – sono rigorosamente autoreferenziali, cioè rispettano – quando le rispettano – regole, criteri e comportamenti che si danno da sé e di cui, se mai, devono dar conto solo a sé stessi. Per “vincere”, nel loro caso, basta imporre il proprio indirizzo e perseguire le proprie finalità, affidarsi alla forza delle proprie ragioni, anche quando dovessero configgere con il “bene comune” della collettività.
Non così per la politica, purché sia intesa secondo la sua declinazione democratica.

La “politica” per affermare il suo ruolo di guida, per “vincere”, deve, in primo luogo, necessariamente, “convincere”. Non basta decidere. E’ indispensabile che la politica sappia ottenere il libero e consapevole consenso di coloro che sono i destinatari delle sue determinazioni. Le quali sono forti se vivono – pro o contro – nella coscienza dei cittadini e, dunque, sia aperta la strada alla loro efficacia. Insomma, il “comando” vien da sé.

Il “consenso” va costruito e la politica, oltre a saper ascoltare, spesso deve limitarsi ad indicare una strada, suggerire un cammino, segnalare un traguardo, consentendo che si sviluppi un processo che muove dal basso e per essere vero sia alimentato dalla coscienza personale e dal libero convincimento dei cittadini. Insomma, se è pur giusto lamentare quanto spesso la politica sia lenta ed incerta, tortuosa e contraddittoria, pur non bisogna essere ingenerosi nei suoi confronti. Succede che spesso debba pagare il prezzo della sua virtù.

Domenico Galbiati

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