Ottant’anni ma non li dimostra. E’ l’età della Repubblica. Forse con qualche ruga da trattare, ma di saggezza ne ha da vendere, a cominciare dalla pietra angolare costituita dall’articolo 3 della Costituzione: fondamento logico, morale o strutturale su cui poggia l’intero sistema la cui piena attuazione è compito di tutti e di ciascuno, cioè della Repubblica.

Viviamo un tempo, però, in cui invece di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini si fa di tutto per rimuovere quella  pietra angolare che regge l’intero sistema.

Molti sono i fattori che hanno concorso e concorrono all’obiettivo di provocare la morte per eutanasia dell’articolo 3 e con esso della Costituzione; alcuni hanno radici lontane, altri relativamente recenti. Eppure i concetti espressi dall’articolo 3 della Costituzione sono molto chiari a partire dal diritto  alla pari dignità; siccome tutti , ma proprio tutti, siamo degni, non è ammessa alcuna discriminazione  di sesso, razza, lingua, religione , opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

A sovvertire le regole del gioco partendo dalla base ci hanno pensato tutti i  governi che si sono succeduti dopo l’assassinio di Aldo Moro i quali, accecati dalla dottrina neoliberista imperante in Europa( dottrina incompatibile con la Costituzione che si fonda su un’economia sociale e solidale, ponendo la persona, il lavoro e l’intervento pubblico al centro del sistema) , hanno agito con l’intenzione più o meno consapevole di rimuovere la testata d’angolo della Costituzione.

Costoro, invece di attuare i principi e le norme della nostra Costituzione, hanno promosso il libero mercato, la privatizzazione, la deregolamentazione e la riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia con l’effetto di favorire la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi in nome della tesi, mai dimostrata, secondo cui la forte competitività tra questi pochi avrebbe portato benefici all’intera società.

Ma la realtà presenta il conto: aumentano le disuguaglianze materiali, la precarietà e  i divari territoriali, le disuguaglianze di partenza, la sanità a due velocità, il collasso dei servizi pubblici universali che colpisce le fasce più deboli, la crisi del lavoro e del potere d’acquisto, il lavoro che stenta a essere pienamente dignitoso e a garantire un’esistenza libera e dignitosa (art. 36 Cost.)

La persistente sperequazione di genere nel mondo del lavoro dove le donne affrontano ostacoli spesso insormontabili nella conciliazione tra vita professionale e familiare, con ripercussioni dirette sul tasso di occupazione, sulla progressione di carriera , sulla stabilità economica che spesso comporta una vera e propria penalizzazione della maternità.

Le politiche migratorie fondate sui respingimenti messe in agenda da tutti i governi a partire dalla legge Bossi-Fini del 2002  hanno generato paura e ostilità verso lo straniero con una strisciante discriminazione etnica al punto di dare ingresso  al neologismo “ remigrazione”  che tutto sta a significare tranne che l’attuazione del secondo comma dell’art.3 della Costituzione.

Ancora oggi le condizioni personali e sociali influiscono spesso in modo determinante sulla vita quotidiana di ciascuno. L’Istat ci dice che  l’ascensore sociale è bloccato o addirittura invertito. I principali motori dell’ascensore sociale (istruzione, mercato del lavoro e welfare) non funzionano più come dovrebbero. Chi nasce povero resta povero e diventa ancor più povero; chi nasce ricco resta ricco e diventa ancor più ricco. Emblematico è ciò che succede in vari fondamentali ambiti della vita quotidiana  come, per esempio, nella sanità: chi ha i soldi salta la fila !

Non credo sia necessario insistere oltre per evidenziare come i divieti di discriminazione (Don Milani scriveva che  “Non c’è ingiustizia più grande che far parti uguali tra diseguali”) e di trattamenti di favore o di svantaggio basati su caratteristiche arbitrarie (genere, etnia, credo, ecc.) siano rimasti in gran parte stampati solo sulla Carta invece che nei cuori e nelle menti dei cittadini come auspicava Pietro Calamandrei.

Nel contesto socio-culturale neoliberista l’obiettivo di provocare la morte indolore della Costituzione sembra tenacemente perseguito da Giorgia Meloni alla quale, al netto di eventuali mie amnesie, non ho mai sentito pronunciare la parola REPUBBLICA. Il o la Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, ama sostituire il termine REPUBBLICA in modo deliberato ed esclusivo col termine NAZIONE e PATRIA[ nonostante che, salvo mio errore di calcolo, il termine Repubblica compaia nella Costituzione ben 75 volte e solo 3 volte Nazione ( artt.9-67-98 ) , 2 volte  Patria].

Non è una questione puramente semantica. Giorgia Meloni così come gli esponenti del suo Partito non parlano mai della REPUBBLICA  perché la sentono estranea e preferiscono parlare della NAZIONE e della PATRIA  ritenute“ società naturali, cioè qualcosa che è naturalmente nel cuore degli uomini e dei popoli  e prescinde da ogni convenzione …” (CLICCA QUI)  in linea col pensiero di Giovanni Gentile  per il quale “ suolo, vita comune, comunanza di usi e costumi, linguaggio e tradizione sono solo la materia di cui è costituita la nazione…” (CLICCA QUI).

Ma se sostituissimo nell’articolo 3 della Costituzione il termine  REPUBBLICA con quello di NAZIONE  (termine intrinsecamente indeterminato e ambivalente se non equivoco) chi sarebbe tenuto a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini ?

La questione non può essere sottovalutata perché non è scindibile la persona dell’on. Meloni dalla carica   di Presidente del Consiglio dei Ministri quando cita la celebre frase di E.Renan “la nazione è un plebiscito di tutti i giorni “ con tutto quello che evoca e comporta (CLICCA QUI)

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