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Conte e “l’elevato” – di Domenico Galbiati

Chiamala “sensibilità”……

Pare che Conte abbia usato questo termine per dipingere la penosa e volgare esibizione di Grillo, in una dichiarazione nella quale l’ex-premier non poteva dire di meno, ma doveva dire di più. Verrebbe da chiedergli chi glielo faccia fare….

E’ uscito da Palazzo Chigi con un indice di gradimento ancora significativo, dopo aver guidato il Paese – bene o male, non è qui il punto – per tre anni, in una delle stagioni più delicate e controverse della nostra vita repubblicana.

Spetta a lui raccogliere le spoglie di un movimento che, mai come oggi, mostra,  nelle parole indecenti di chi l’ha fondato e tuttora ne determina, a suo piacimento e totale discrezionalità, l’indirizzo politico, la propria sconsolante  inconsistenza morale, civile e politica?

Non ritiene Conte che la questione, per familiare e privata che sia, messa in quel modo, finisca ineluttabilmente per assumere un rilievo politico ed, una volta tanto,  non per la presunzione della politica di impicciarsi anche laddove non le compete? E’ possibile per Conte guidare il movimento che vanta tuttora i più numerosi gruppi parlamentari, in una sorta di coabitazione con un condomino che in qualunque momento può dar fuoco alla casa?

Potrebbe Conte esercitare il ruolo di “capo politico” a fronte della imponderabilità del capo carismatico, il vero leader di ultima istanza, il cui capriccio  può rovesciare la linea in qualunque frangente, autorizzato, per fatto personale e quando meglio gli aggrada, a contraddire tutti i presupposti su cui lui stesso ha costruito la retorica presuntuosa e moralistica dei suoi adepti, sprezzante anche nei loro confronti ed, infatti, incurante dei contorsionismi cui li costringe , peraltro senza che arrossiscano ?

Cosa aspetta l’ex-premier ad esigere di essere totalmente affrancato da Grillo, prima di poter continuare la sua navigazione, già’ di per sé perigliosa, tra i 5 Stelle?

Può essere il Paese, i suoi equilibri, in definitiva le attese degli italiani possono essere esposte alla farsesca dipendenza dalle senili paturnie dell’inventore del “Vaffa…”? A questa domanda non dovrebbe rispondere anche il Partito Democratico  che immagina di costruire con gli uomini di Grillo un rapporto organico e strategico?

Siamo di fronte ad una vicenda che in modo eclatante mostra quali siano i danni di una qualunque forma di personalizzazione delle leadership  che espongono al vezzo soggettivo del momento, anche temi ed argomenti che, in determinati istanti, per quanto di per sé possano apparire minori, in effetti pesano sullo sviluppo degli eventi, fino ad alterarne il corso.

Inevitabilmente, anche l’allarme e l’indignazione, spesso la commiserazione suscitata dal video di Grillo finirà per rientrare, assorbita dall’ incalzante rumore di una comunicazione che quotidianamente spiana i temi del giorno precedente, eppure questo indegno episodio resta e resterà come spia di una fragilità intrinseca a quella presunta alleanza tra PD e 5 Stelle su cui, secondo Enrico Letta, dovrebbero riposare le prospettive e le speranze del polo progressista.

E’ evidente, come risulta dalle poche dichiarazioni e dal molti silenzi, come anche nel PD, vi sia un forte imbarazzo e sorga il timore che la linea adottata dalla nuova segreteria sia errata o perlomeno ingenua. Ed anche qui emerge un difetto strutturale dell’attuale sistema di relazioni  politiche che rischia di intorbidare le acque.

Gli apparentamenti in essere o in fieri, nell’uno o nell’altro  dei due poli – e questo oggi tocca alla sinistra – finiscono per compromettere reciprocamente le parti, coinvolgendo l’una nella disapprovazione dell’altra, in una sovrapposizione di piani e di ruoli che finisce  per aver un effetto confusivo e respingente.

Laddove, sarebbe, al contrario,  più  chiaro e più produttivo che ciascuno, nel bene o nel male, rispondesse di sé.

Domenico Galbiati

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