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I Davide che non ti aspetti e le spese per la Difesa

Il Davide degli Houthi – e quello un po’ più potente, e più strutturato, dell’Iran – non ci costringono a riflettere su come si debba pensare, oggi, alle spese per la Difesa?

È una domanda scomoda, che taglia trasversalmente retoriche contrapposte. Da mesi vediamo una delle marine militari più tecnologiche del mondo, quella americana e con essa quella dei suoi alleati, in difficoltà davanti a una milizia che combatte in ciabatte nel deserto dello Yemen, ma che riesce a tenere in scacco una rotta commerciale strategica come quella del Mar Rosso con droni da poche migliaia di dollari. E lo stesso vale, su scala diversa, per Teheran: sanzionato, isolato, ma capace di proiettare potenza con una guerra asimmetrica fatta di missili a basso costo, droni e proxy.

Da questi Davide contro Golia che lezione ne traiamo per noi? Che la corsa al cacciabombardiere di ultima generazione, al sistema d’arma da miliardi, non è più sinonimo automatico di sicurezza. Lo stanno sperimentando i paesi del Golfo che hanno acquistato negli ultimi anni armi sofisticate per centinaia di miliardi e si vedono bombardati quotidianamente con missili e droni dal costo infinitamente più basso. Come in Vietnam, la superiorità tecnologica non garantisce la vittoria strategica. Anzi, a volte la rende più costosa e politicamente insostenibile.

Per un Paese come l’Italia, poi, esiste un vincolo preciso e prezioso: l’articolo 11 della Costituzione. Un articolo che, se preso sul serio, taglia l’erba sotto i piedi sia a chi parla di armi ad oltranza, sia ai pacifisti di maniera.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non è un invito al disarmo unilaterale, è un indirizzo: la difesa è legittima, doverosa, ma non deve essere proiezione offensiva, non avventura bellica. E deve avvenire nel quadro di un sistema di sicurezza collettiva che consenta la pace e la giustizia tra le Nazioni. È lì dentro che va collocato ogni ragionamento sulle spese militari.

E qui entra in gioco il secondo vincolo, quello di bilancio e di consenso sociale. I vincoli di bilancio impongono molta cautela. Non viviamo in un Paese che ha risorse illimitate da destinare alla Difesa, e l’opinione pubblica lo sente con grande chiarezza: ha più bisogno di sanità che funzioni, di spesa sociale, di salari, di scuole. Chiedere agli italiani di accettare tagli alla sanità in nome di un aumento percentuale di PIL in armi, senza spiegare bene a cosa servono, è politicamente miope e socialmente ingiusto.

Per questo, accanto ai pericoli potenziali che potrebbero venire da realtà molto più militarmente strutturate di quanto non lo siano alcuni Davide che comunque ci sono – e non lontano da casa nostra, nel Mediterraneo allargato, dal Sahel alla Libia – si pone un dibattito serio che non può essere rimosso. Dove vanno le nostre spese per la difesa? Qual è la loro reale necessità? Servono più per l’interoperabilità NATO, per la difesa aerea nazionale, per la sicurezza cibernetica, per il controllo delle rotte e per missioni di pace costituzionalmente orientate? O servono per inseguire modelli di potenza che non ci appartengono?

La vera domanda non è “quanto spendiamo”, ma “per cosa e per quale idea di Italia nel mondo”. E finché non avremo il coraggio di porcela, continueremo a oscillare tra il Davide che ci mette in crisi e il Golia che non possiamo permetterci.

 

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