La rentrée
La Francia si trova, all’inizio di ottobre, di fronte a una serie di mobilitazioni sovrapposte, alle quali si è aggiunto uno sciopero nazionale che, nelle mobilitazioni degli ultimi dieci giorni, ha coinvolto circa un dipendente statale su dieci.
Il 29 settembre, le manifestazioni hanno riunito tra le 200.000 e le 300.000 persone, mentre un movimento di protesta nei licei, in rapida espansione, ha coinvolto e continua a coinvolgere oltre 400 istituti.
Il Governo ha risposto con un significativo dispiegamento delle forze dell’ordine. Queste ultime, a loro volta, si erano mobilitate il 15 settembre per protestare contro il costo della vita e chiedere migliori condizioni di lavoro.
Hanno fatto scalpore le centinaia di arresti degli ultimi giorni, così come la partecipazione dei vigili del fuoco, spesso definiti in Francia «leshéros de l’été», soprattutto dopo che, durante le ondate di calore, una parte del Paese è stata colpita da vasti incendi.
L’instancabile lavoro dei pompieri ha contribuito a portare all’attenzione dell’opinione pubblica anche le loro condizioni di lavoro. Ma gli eroi, tornati a casa dopo aver gestito un’emergenza, si trovano ora di fronte a un’altra.
Emergenza dopo emergenza
Il primo ottobre il governo francese ha presentato il bilancio 2027, che prevede 43 miliardi di euro di nuove misure di risanamento dei conti pubblici, portando lo sforzo complessivo a 54 miliardi se si includono le misure già adottate negli anni precedenti. Il piano di bilancio si inserisce in un terreno già segnato da anni di pressioni sulle risorse pubbliche e sui servizi essenziali.
Dai professori ai pompieri, dai trasporti alla sanità, dalle amministrazioni locali ai pensionati, il tema ricorrente è quello della carenza di personale, del deterioramento dei servizi e di un costo della vita che continua ad aumentare.
Secondo l’INSEE, l’Institut national de la statistique et desétudeséconomiques, i prezzi al consumo in Francia sono aumentati del 3% su base annua nel settembre 2026, trainati soprattutto dall’accelerazione dei prezzi dell’energia. Nel 2025, il potere d’acquisto del reddito disponibile delle famiglie è diminuito dello 0,4%; considerando invece il potere d’acquisto per unità di consumo, che tiene conto della composizione dei nuclei familiari, la diminuzione è stata dello 0,7%. Per il 2026, le stime disponibili indicano un’ulteriore contrazione dello 0,7% per unità di consumo.
Secondo i calcoli dell’Institut français de l’économie (IFE), realizzati per Le Monde, dal 2024 una famiglia composta da due adulti e due bambini ha perso in media circa 1.200 euro di potere d’acquisto in termini reali. Per una persona sola, la perdita è stimata in circa 600 euro.
Il piano del Governo ha l’obiettivo di riportare il deficit al 5% del PIL, attraverso un aggiustamento stimato in 43 miliardi di euro rispetto a uno scenario in cui non venissero adottate nuove misure.
L’austerità è una scelta politica
Ma mentre il governo chiede un nuovo sforzo per riportare sotto controllo i conti pubblici, alcune voci di spesa continuano a crescere.
È il caso, in particolare, del reparto bellico. La legge di programmazione militare aggiornata nel 2026 prevede che il bilancio delle armate passi dai 57,1 miliardi di euro del 2026 ai 63,3 miliardi del 2027. Rispetto al 2017, quando ammontava a 32,2 miliardi. Si tratta di un quasi raddoppio in dieci anni. In questo caso, la scelta non è presentata come una semplice voce di spesa, ma come una priorità vitale per il Paese.
La stessa logica, che ha caratterizzato le politiche del governo Macron degli ultimi dieci anni, emerge quando si guarda al rapporto tra lo Stato e le imprese. Durante il primo mandato di Macron, il carico fiscale sulle imprese è stato ridotto attraverso diverse riforme. L’aliquota dell’imposta sulle società è scesa progressivamente dal 33,3% al 25%, con una perdita di gettito stimata, a regime, intorno agli 11 miliardi di euro l’anno.
Nel 2021 è stata avviata una riforma delle imposte sulla produzione, con la riduzione della CVAE e il dimezzamento di alcune imposte locali sugli stabilimenti industriali, per un valore di circa 3,3 miliardi di euro l’anno.
A queste misure si aggiunge la trasformazione, nel 2019, del CICE — introdotto nel 2013 sotto Hollande — in una riduzione permanente dei contributi sociali a carico dei datori di lavoro.
Nel corso dell’ultimo decennio, gli aiuti pubblici alle imprese hanno raggiunto, in diversi anni, l’ordine delle centinaia di miliardi di euro l’anno. Comprendendo non solo sovvenzioni dirette, ma anche agevolazioni fiscali, riduzioni dei contributi sociali e altri strumenti di sostegno pubblico. Secondo France Stratégie, nel 2019 arrivavano a 223 miliardi di euro (va ricordato che questa cifra risulta al periodo pre-covid); una successiva stima della commissione d’inchiesta del Senato, riporta che nel 2023 erano almeno 211 miliardi.
Il problema che emerge, non è soltanto quanto si spende, ma il fatto che lo Stato non dispone ancora di una misura unica e comparabile di quanto sostiene annualmente le imprese. Anche la quantificazione della spesa pubblica a favore delle imprese, quindi, è una questione politica e istituzionale.
Cambia tutto ma non cambia nulla
È questo il contesto che caratterizza anche le campagne elettorali. I sondaggi sembrano confermare la forza delle candidature che si presentano come una rottura con gli anni di Macron. Oggi, è soprattutto il Rassemblement National a distinguersi nettamente con Marine Le Pen che si colloca in testa nelle intenzioni di voto per il primo turno, con percentuali tra il 31% e 35% nei diversi scenari rilevati. Perché la contraddizione al cuore della crisi attuale francese non sta nel fatto che lo Stato abbia improvvisamente scoperto la scarsità, ma nel fatto che, dopo un decennio in cui centinaia di miliardi di euro l’anno sono stati mobilitati per sostenere l’attività economica privata, la risposta alla perdita di potere d’acquisto e all’aumento del debito pubblico sia ancora una volta quella di chiedere alle famiglie, ai lavoratori e ai servizi pubblici di assorbire l’aggiustamento. Ed è per questo che la fotografia offerta dai sondaggi elettorali rende particolarmente interessante guardare a ciò che il RN propone sul terreno economico.
La rottura promessa dal partito di Marine Le Pen con il macronismo non significa, sul piano dei conti pubblici, un rifiuto dell’austerità. Al contrario, il contro-budget presentato dal RN prevede un ampio intervento di riduzione della spesa pubblica: circa 50 miliardi di euro di tagli. Le principali riduzioni riguardano le agenzie e gli operatori dello Stato (7,7 miliardi), il contributo francese al bilancio europeo (8,7 miliardi), le politiche migratorie e l’accesso alle prestazioni sociali (11,9 miliardi), le energie rinnovabili (7,2 miliardi) e l’aiuto pubblico allo sviluppo (2,3 miliardi). La differenza economica tra il centro macronista e la destra radicale contemporanea riguarda, quindi, meno l’accettazione dell’austerità quanto il modo in cui i suoi costi vengono distribuiti.
Questa storia non è una novità in Europa, e quindi una domanda: perché un movimento politico che si presenta come una rottura con l’ordine esistente finisce per mantenere l’architettura economica che contribuisce a produrre proprio quell’insicurezza che promette di risolvere?
L’economia e le persone
Sembrano aumentare di ora in ora le scuole occupate dagli studenti francesi. È un promemoria di come la macroeconomia e la vita quotidiana non siano due dimensioni separate. Un taglio agli stipendi degli insegnanti, la mancanza di nuove assunzioni, la riduzione dei servizi pubblici producono effetti anche su chi quei tagli non li subisce direttamente.
La rabbia degli studenti, che si sentono dimenticati dallo Stato, non è poi così lontana da quella dei pompieri che, ai microfoni di Brut, chiedono che la sicurezza civile sia all’altezza di quella che viene definita la settima potenza economica mondiale. Perché alla fine è questo il punto: se la Francia continua a essere una delle maggiori economie del mondo, è lecito chiedersi quanto questa forza si rifletta nell’economia reale, nei salari, nei servizi pubblici e nelle condizioni di vita di chi quella ricchezza la produce.
Edoardo Matteo Infante

