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L’informazione (s)corretta sul Sud – di Nunzio Ingiusto

La ricerca è stata promossa dal Sindacato unitario giornalisti della Campania insieme al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II, all’Istituto di Media e Giornalismo dell’Università della Svizzera italiana e all’Osservatorio europeo di giornalismo.

Ha analizzato 278 articoli pubblicati tra febbraio e agosto 2020, sei anni fa. Si, il 21% degli articoli ha un tono negativo verso il Mezzogiorno, il 54 % è classificato come neutro e il 25 % viene definito positivo. Dall’analisi viene fuori una narrazione che vede nel Sud fragilità, arretratezza, inefficienza e dipendenza. Al contrario, i giornali raccontano di un Nord trainato da efficienza, produttività, innovazione e forza per mandare avanti il Paese. Ripeto: sei anni fa. Da allora diverse cose sono cambiate, il PIL al Sud è cresciuto, c’è stato il PNRR, il turismo va bene, molte imprese hanno ripreso a investire, la narrazione di oggi ha sicuramente accenti un pò diversi.

Tuttavia nella ricerca gli stereotipi dei giornalisti si sostanziano in parole, metafore, accostamenti e rappresentazioni apparentemente neutre. Si parladi “naturalizzazione del divario” con le differenze Nord- Sud descritte come storiche, geografiche o ataviche. Il problema per chi legge questi articoli è che in questo modo le disuguaglianze reali con l’altra parte d’Italia appaiono come inevitabili, mentre sono la conseguenza di processi politici, economici, culturali. La lealtà del racconto è il dovere da cui tutto scaturisce.

Chi sceglie di raccontare il Sud in questo modo, spesso per pigrizia espositiva, deve sentirsi responsabile di falsare la realtà delle cose. Ha, tuttavia, la possibilità di indagare, capire meglio il substrato per essere corretto e credibile nel racconto.

La responsabilità del giornalismo

«Il giornalismo ha una responsabilità enorme nella costruzione del senso comune e proprio per questo la professione deve interrogarsi anche sul razzismo interno al nostro Paese»,  dicono Claudio Silvestri, segretario generale aggiunto della Fnsi, e Geppina Landolfo, segretaria del Sindacato giornalisti della Campania. Esiste la Carta di Roma con principi e regole deontologiche fondamentali per una corretta informazione sui migranti e sui rifugiati, dicono. Perchè  non immaginare qualcosa di simile contro stereotipi, pregiudizi e rappresentazioni discriminatorie “nazionali” ?  Ricordo che la deontologia non è casualità nel lavoro, è rispetto di regole definite.

Ma chi deve muoversi in una fase così complicata della vita italiana ?  «Chiediamo all’Ordine dei giornalisti di affrontare il tema e di individuare regole deontologiche più stringenti contro il razzismo territoriale», insistono i due sindacalisti. Quando si scrive di Mezzogiorno non si possono generalizzare comportamenti, inefficienze e fenomeni criminali per trasformarli in caratteristiche di una comunità. È un indicazione da accogliere. Ma il giornalismo deve fare uno sforzo culturale, di capacità di analisi, non per tipizzare malamente un territorio, ma per inquadrare i fatti di cui si occupa in una dinamica precisa che va scavata e descritta. Senza dimenticare che dietro gli stereotipi ci possono essere linee editoriali e scelte della testata che ospita l’articolo.

La ricerca e il dibattito aprono un confronto nella categoria dei giornalisti. Stefano Bory, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi della Federico II, dice che è «del tutto legittimo sostenere una duratura persistenza latente di stereotipizzazione e pregiudizio del Mezzogiorno italiano» anche nel “subconscio giornalistico” della stampa nazionale”. In quella parte inesplorata- aggiungo- da rimuovere e non grazie a uno psicanalista, ma riscoprendo il gusto della buona scrittura e del rispetto della verità.

Fragilità ed eccellenze del Sud

La ricerca fa emergere nuove prospettive che richiedono studio e approfondimenti. « La ricerca nasce da una domanda diventata sempre più difficile da ignorare: perché, quando si racconta il Sud, sembra così semplice trovare le sue fragilità e così difficile raccontarne le eccellenze? », ha detto Maria Cava, giornalista e project manager della ricerca. «Non chiediamo un’informazione più benevola nei confronti del Sud, ma un’informazione più consapevole, più accurata e più capace di restituire la complessità della realtà”. Guardarsi dentro, quindi, prima di pubblicare un pezzo, perché si scrive per chi ha voglia di leggere. E se mai si dovesse adottare un Codice o qualsiasi altra forma di strumento deontologico bisogna creare un potere sanzionatorio per punire chi vede le cose a modo suo.

L’analisi dei 278 articoli di sei anni fa è un esame ai giornalisti medesimi, facili cantori di arretratezze, disagi, sciagure “prese al volo” senza ricognizione. Si straccia un velo se si dice che nelle redazioni la qualità di ciò che si pubblica è diventata un optional ? Che le strutture e le gerarchie redazionali vivono il peggiore momento della loro storia ? La ricerca ha avuto il merito di  mettere il tema al centro di una riflessione orizzontale. Non si sa, però, chi, come e quando lo raccoglierà. Intanto, inizino i giornalisti stessi, i giovani in particolare, a liberarsi da pregiudizi e chiedersi il “why” di fatti e misfatti, non dissimili da altri territori. Ne guadagneremo in credibilità.

Nunzio Ingiusto

Pubblicato su www.www.italianotizie24.it/

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