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Non si interrompe il circolo vizioso dei provvedimenti assistenziali- di Natale Forlani

In Italia sono state messe in atto politiche a favore dei redditi bassi che hanno avuto un duplice risultato negativo

Nel 2024 oltre la metà dei 42,5 milioni dei potenziali contribuenti non ha versato nemmeno un euro all’erario e il 19%, equivalente ai detentori dei redditi annui lordi superiori ai 35 mila euro, ha pagato i due terzi delle imposte dirette introitate dall’erario.

La mappa dei contribuenti è stata riproposta dal rapporto annuale dal Centro Studi Itinerari Previdenziali presieduto da Alberto Brambilla, elaborando i dati dell’Agenzia delle Entrate contenuti nella relazione annuale del Mef presentata al Parlamento, che quantificano anche la potenziale evasione fiscale generata dall’economia sommersa stimata dall’Istat.

Nel medesimo periodo, si è ridotta la pressione fiscale sui redditi inferiori ai 29 mila euro l’anno, mentre è aumentata progressivamente su quelli superiori ai 35 mila euro.

Le risorse erogate dall’Inps per finalità assistenziali sono solo una parte della spesa pubblica finalizzata a sostenere le persone e le famiglie disagiate. A queste si devono aggiungere quelle finanziate in presa diretta dai bilanci dello Stato e degli enti locali per svariate finalità (sgravi e agevolazioni per tariffe, bollette, ticket, trasporti, acquisti di beni e servizi, libri scolastici, mense e trasporti) e con l’ausilio delle dichiarazioni dei redditi Isee per poco più di 10 milioni di famiglie e circa 31 milioni di persone coinvolte.

La copertura finanziaria di questi interventi è stata assicurata per la gran parte dal drenaggio fiscale sui salari e sulle pensioni di livello superiore generato dall’impatto delle aliquote maggiorate sulla crescita degli importi nominali (fiscal drag).

Il quadro che emerge da questi numeri sembra del tutto coerente con l’immagine del Paese impoverito, che ha orientato un’intera stagione di interventi di sostegno ai bassi redditi, a partire dalla grande crisi economica del 2008, messi in atto da tutti i Governi che si sono alternati alla guida del Paese.

Effettivamente, nel periodo preso in considerazione l’indice Gini, utilizzato a livello internazionale per stimare le disuguaglianze tra i ceti meno abbienti e le fasce di reddito più elevate, è rimasto sostanzialmente inalterato. Ma ciò è avvenuto soprattutto per la compressione della dinamica della crescita dei redditi medio elevati e senza impedire, nel frattempo, il raddoppio del numero delle persone in condizioni di povertà assoluta dai 2,8 milioni del 2008 ai 5,6 milioni del 2024 (dati Istat).

Quella più evidente è rappresentata dall’incidenza dell’economia sommersa sul valore effettivo dei redditi dichiarati. Negli anni citati, le stime dell’Istat, riprese dall’Agenzia delle Entrate e dal Mef, la quantificano in un importo medio superiore ai 200 miliardi come sommatoria delle sottodichiarazioni dei redditi delle imprese e delle prestazioni sommerse dei lavoratori autonomi e dipendenti. Con un mancato introito per l’erario di tasse e contributi previdenziali superiore ai 90 miliardi di euro.

Una criticità evidente, ma che trascura l’incidenza dei doppi e tripli lavori, delle prestazioni orarie o di fatto non dichiarate, della mole delle transizioni economiche sommerse dei servizi rivolti alle persone e alle famiglie che utilizzano l’evasione come una sorta di cuneo fiscale privato per aumentare il valore dei redditi effettivamente percepiti.

La spesa assistenziale ha registrato dei balzi nel corso delle due grandi crisi economiche (2008- 2014 e 2020-2021), ma è aumentata costantemente anche nei periodi di crescita dell’economia e dell’occupazione. L’incremento del numero dei beneficiari ha comportato una parallela attenzione delle forze politiche ad assecondare la continuità delle prestazioni in essere e per assecondare le rivendicazioni di altre categorie economiche e sociali.

Nel tempo il numero delle prestazioni erogate con questi criteri è aumentato enormemente con il corredo di redditi fiscali forfettari, flat tax, sgravi contributivi sulle retribuzioni e per incentivare il rinnovo dei contratti di lavoro. Questa evoluzione offre una spiegazione anche dell’abnorme utilizzo delle dichiarazioni Isee, e delle soglie di reddito, per selezionare i beneficiari, per conciliare le promesse elettorali con i vincoli della spesa pubblica.

L’epilogo finale è la generazione di una gigantesca mole di incentivi per: sottodichiarare i redditi effettivamente percepiti e per disaggregare in modo opportunistico i nuclei familiari e le residenze dei singoli membri per ridurre il valore delle dichiarazioni Isee, eludere le imposte e accedere nel contempo ai regimi agevolati di prestazioni e servizi pubblici.

L’impoverimento del ceto medio, e l’esigenza di costruire una fiscalità incentivante per la crescita della produttività e della redditività delle imprese, è oggetto di crescenti attenzioni. Ma i provvedimenti scaturiti o in corso di gestazione (la riduzione parziale delle aliquote sui redditi tra i 40 mila e i 50 mila euro) possono, nella migliore delle ipotesi, contribuire a contenere la deriva.

L’aspetto più problematico non è la carenza di risorse, ma la capacità di interrompere il circolo vizioso che alimenta la domanda e l’offerta politica di provvedimenti assistenziali.

Natale Forlani

Pubblicato su www.ilsussidiario.net

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