Che cosa rimane del sovranismo quando arriva una crisi che nessun paese è in grado di affrontare da solo? Domanda che le parole e le decisioni della riunione straordinaria del G7 sull’energia sembrano porre, forse involontariamente, proprio alla destra che in questi anni ha fatto della sovranità nazionale e del nazionalismo estremizzato una delle proprie principali parole d’ordine.
Giorgia Meloni, intervenuta in videoconferenza, ha sostenuto la necessità di un’azione coordinata sulle scorte, in particolare quelle del gasolio. E il G7 ha deciso il rilascio straordinario di 100 milioni di barili dalle riserve strategiche nell’arco di quattro mesi, insieme ad altre misure per aumentare l’offerta e contenere volatilità ed incertezze dei mercati energetici.
Sono riecheggiate parole che sembrano appartenere più al vocabolario del multilateralismo che a quello del sovranismo: coordinamento, condivisione delle riserve, mercati aperti, dialogo internazionale. E dopo anni – non solo quelli del trumpismo – nel corso dei quali si è provato a smontare in maniera sistematica il multilateralismo ci si ritrova a quel crocicchio che lascia poche scelte sulla strada da imboccare.
Perché una cosa è rivendicare il diritto di ogni stato a difendere i propri interessi. Un’altra è pensare che quegli interessi possano essere difesi prescindendo dagli altri stati. Il petrolio non si estrae in Italia, il prezzo dell’energia non lo decide un governo nazionale e le rotte attraverso le quali arrivano le materie prime sono quelle che sono. La crisi energetica rende dunque evidente un problema che riguarda molto più della benzina o del gasolio: quanto può essere autosufficiente uno stato in un mondo nel quale quasi tutte le grandi questioni sono diventate interdipendenti?
Per anni la destra europea ha raccontato l’Unione come il luogo nel quale gli stati avrebbero ceduto una parte della propria sovranità. Eppure, quando arriva una crisi, proprio la possibilità di agire insieme diventa una risorsa. Non perché gli stati nazionali siano scomparsi, ma perché da soli dispongono di strumenti più limitati. Al dunque, si tratta di è capire se la sovranità, nel mondo di oggi, possa essere esercitata senza cooperazione.
Meloni sembra essersi trovata davanti a questa realtà. Al G7 non ha chiesto a ciascun paese di chiudersi nei propri confini energetici. Ha chiesto un’azione coordinata sulle scorte ed ha condiviso una decisione comune sulle riserve strategiche. È difficile non vedere, in queste scelte, una distanza rispetto alla retorica sovranista che ha accompagnato una parte della sua storia politica.
E la realtà s’impone anche a Donald Trump. Se anche gli Stati Uniti hanno bisogno dei propri alleati per affrontare una crisi energetica internazionale, se il G7 deve mettere insieme le proprie riserve, se bisogna dialogare con i Paesi produttori del Golfo, se perfino le esportazioni energetiche devono essere coordinate, non significa forse che la dimensione nazionale, da sola, non è sufficiente?
La domanda non riguarda soltanto Meloni e Trump. Riguarda tutta quella parte della destra europea che ha fatto della sovranità una risposta generale ai problemi del nostro tempo. E riguarda anche chi, come Roberto Vannacci, insiste sulla centralità dello Stato nazionale e sulla necessità di recuperare margini di autonomia rispetto alle istituzioni sovranazionali.
La realtà dice che non è possibile scegliere in maniera draconiana tra uno stato sovrano e un mondo interdipendente. E di quanta capacità dialettica dev’essere dev’essere messa in campo in un mondo nel quale nessuno è più completamente autosufficiente. Ovviamente, mentre si continua ad agitare la retorica del sovranismo nei comizi e sulle televisioni, mentre si sa benissimo che quelli con i quali crei rapporti difficili, poi, li devi incontrare al tavolo delle trattative e degli accordi.
Il G7 sull’energia ha dunque dato una lezione sul sovranismo in maniera molto semplice: ha cercato una soluzione concreta a un problema concreto. E cercandola insieme.
Forse è proprio questo il punto sul quale la politica dovrebbe interrogarsi: se quando arrivano le crisi la risposta diventa inevitabilmente multilaterale, quanto della retorica contro il multilateralismo può ancora reggere alla prova dei fatti che avanzano?
Giancarlo Infante

