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Dal Nord al Sud: perché i giovani si sentono traditi – di Michele Rutigliano

Tante promesse e poco futuro. Ecco spiegato, in poche parole, quel  diffuso sentimento di disagio e di rabbia che i giovani stanno provando verso una società che non riesce più a dar loro nessuna prospettiva di futuro né alcuna certezza sul presente. Studiano, si formano, cercano un lavoro, ma spesso non riescono a conquistare ciò che dovrebbe essere normale per una persona adulta: uno stipendio dignitoso, una casa, l’autonomia dalla famiglia, la possibilità di costruire un progetto di vita. Ed è proprio qui che nasce questa percezione di tradimento. Non dalla pretesa di avere tutto e subito, ma dalla sensazione che le regole del gioco siano cambiate a loro svantaggio. Ai giovani si chiede di essere preparati, flessibili, competitivi, disponibili a trasferirsi e a reinventarsi continuamente. E cosa ricevono in cambio? Solo tanta precarietà, retribuzioni insufficienti e prospettive incerte.

Le immagini dei ragazzi che devastano il centro di Milano sono tremende, per carità. Ma non possono essere liquidate come una semplice espressione del disagio, né la violenza può trovare giustificazione nella frustrazione. Ciò nonostante, sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi alla condanna senza interrogarsi su ciò che sta accadendo a un’intera generazione. Accanto a chi rompe le vetrine ci sono milioni di giovani che non protestano, non fanno rumore, ma vivono una quotidiana e umiliante attesa. Il problema, allora, non è soltanto economico. È anche la perdita di fiducia in una società che promette merito e premia troppo spesso le relazioni, celebra l’intraprendenza ma tollera ostacoli burocratici e rendite di posizione, esalta il talento ma non sempre sa valorizzarlo.

La responsabilità di chi non ha saputo cambiare

Che cosa è cambiato, davvero, negli ultimi dieci anni? La politica ha moltiplicato annunci, incentivi e misure temporanee, senza riuscire a costruire una strategia capace di accompagnare i giovani verso l’autonomia. Gli imprenditori non sono tutti uguali, ma una parte del sistema produttivo continua a puntare sul basso costo del lavoro anziché sulla qualità, sulla formazione e sull’innovazione. I sindacati, custodi di diritti fondamentali, devono interrogarsi sulla capacità di rappresentare anche i precari, i disoccupati e quanti non riescono a entrare nel mercato del lavoro. Non basta distribuire bonus o promettere nuove opportunità.

Occorre cambiare il modello: collegare formazione e occupazione, premiare le imprese che assumono stabilmente, garantire accesso al credito e alla casa, rendere trasparenti le selezioni pubbliche e private. Il successo delle politiche giovanili non va misurato dai fondi stanziati, ma dalle persone che riescono a diventare autonome. La vera riforma è restituire credibilità alla parola futuro. E questo richiede scelte coraggiose, risorse certe, obiettivi misurabili e responsabilità precise. Non l’ennesimo tavolo di confronto, ma un patto tra istituzioni, imprese e parti sociali che impegni tutti a produrre risultati verificabili.

Il tradimento più grave si consuma al Sud

Nel Mezzogiorno la questione assume una dimensione ancora più drammatica. Per tanti ragazzi, partire non è una scelta libera, ma la condizione necessaria per trovare un lavoro qualificato, una retribuzione adeguata, servizi migliori. Chi resta deve spesso fare i conti con un mercato occupazionale più debole, infrastrutture insufficienti e minori occasioni di crescita. Ogni giovane che parte senza volerlo rappresenta una perdita per la propria comunità: se ne vanno competenze, energie, idee, capacità imprenditoriali. E il territorio diventa più fragile, alimentando un circolo vizioso che allontana altri giovani e scoraggia gli investimenti.

Eppure, il Sud potrebbe diventare un laboratorio di sviluppo: agricoltura innovativa, trasformazione alimentare, energie rinnovabili, logistica, turismo culturale e nuove tecnologie sono settori nei quali costruire imprese e occupazione qualificata. Servono investimenti collegati a progetti concreti, credito accessibile e una pubblica amministrazione capace di accompagnare chi vuole fare impresa, non di ostacolarlo.

La questione giovanile e quella meridionale sono ormai inseparabili. Non può esserci un’Italia forte se una parte del Paese continua a perdere i suoi ragazzi. I giovani non chiedono privilegi. Chiedono che il merito conti, che il lavoro permetta di vivere, che l’impegno produca risultati e che il luogo in cui si nasce non determini il proprio destino.Si sentono traditi perché hanno rispettato le regole, ma non sempre hanno trovato una società disposta a mantenere le proprie promesse. La risposta non può essere chiedere loro altra pazienza.

È ora che siano gli adulti, le istituzioni e le classi dirigenti a dimostrare di essere all’altezza delle responsabilità e di trovare soluzioni per un futuro possibile, ma soprattutto dignitoso alle nuove generazioni.

Michele Rutigliano

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