E’ celebre la scommessa di Pascal sulla fede: la decisione saggia è scommettere sull’esistenza di Dio, in quanto «se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla».
Il milione di giovani presenti – nello scorso fine settimana – al giubileo dei giovani, nel loro slancio giovanile, generoso e senza calcoli, stanno scommettendo.
Oggettivamente, tra immagini di guerra e distruzione in varie parti del mondo, i nostri occhi hanno potuto ritrovare un po’ di bellezza, in quella marea di visi, magliette, bandiere, lingue accaldate e appassionate, sorridenti e pensose, in canto e in preghiera.
Quanto sarà importante per la loro crescita e la loro vita questa esperienza?Tanto, a prescindere da quali saranno le loro scelte future. Già il vivere, nella precarietà di tende da campeggio, materassini e docce comuni, questa esperienza a fianco di ragazzi provenienti da tutto il mondo, è una ricchezza di apertura, comprensione e condivisione che sarà un tesoro per tutta la vita.
In un periodo, poi, di crisi dell’autorevolezza, il loro andare dietro e ascoltare Leone XIV come un maestro o come, dall’esempio di Giovanni Paolo II in poi, un nonno, fa capire come i giovani si scelgono chi ascoltare, ma ascoltano, una volta riconosciuta l’autorevolezza.
Le parole, poi, che hanno ascoltato, non erano facili, illusorie, superficiali; interrogano, provocano, fanno scavare dentro sé stessi: “Siamo con i giovani di Gaza, dell’Ucraina e di ogni terra insanguinata dalla guerra”; “Costruite un mondo più umano. L’amicizia può essere la strada per la pace”; “La fragilità è parte della meraviglia che siamo”; “Voi il segno che un mondo diverso è possibile”.
E’ un evento unico, che non ha eguali, e va custodito. La Chiesa ha una responsabilità enorme davanti a questi giovani, ma anche tutta la società, tutti noi, che dovremmo farci carico di tutti quei colori, quei cuori, quei volti silenziosi, con gli occhi chiusi, in preghiera.
Si può essere credenti o no, ma credo che si debba capire che non è un’anomalia o un problema se dei ragazzi si incontrano per pregare, stare insieme e divertirsi. In ogni tempo la comunità è lo stile di vita più confacente per l’umanità. Il problema ci sarà una volta rientrati nella quotidianità, di una società incapace a guidarli, a realizzare – con loro- i desideri di tutta l’umanità. In fin dei conti, credenti o no, è questo che vogliamo. Ma il mondo si divide in chi lotta per realizzarlo e in chi no, non in chi è credente e in chi no. Dopo il giubileo del 2000 si è aperto uno dei periodi più duri degli ultimi tempi, con l’apice, dal 2019 in poi, causato da pandemie e guerre, che hanno accompagnato l’umanità sino a questo nuovo anno giubilare. Speriamo non accada lo stesso.
Ma quei ragazzi adesso sono nelle nostre vie, nelle nostre spiagge, nelle nostre case: a parlare di speranza, di futuro, di responsabilità. A noi il compito di di aiutarli a realizzare quella speranza, e quel futuro.
Daniele Madau