Un amico mi ha ricordato, nei giorni scorsi, una splendida frase del Presidente Moro: “Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità ed io sarò perdente”.
Parole che illuminano, in modo del tutto particolare, un tempo come il nostro, chiamato alla transizione faticosa ed immatura da una fase della storia ad un’altra. L’atomo, anche quando si tratta di verità, contiene compressa e ripiegata su di sé una quantità di energia che difficilmente riusciamo ad immaginare, se non mettendone alla prova gli effetti.
Viviamo un tempo che esige un più di verità. In carenza della quale, il consenso non ha il vigore necessario a legittimare il potere ed a giustificare l’autorità che lo esercita. Come se guadassimo un fiume senza avere sull’altra sponda un punto di approdo sicuro ed avessimo – anzi, è esattamente così – bisogno di punti di repere precisi per non essere travolti dall’impeto delle acque.
Perché la politica sia “vera” che cosa deve promuovere se non il rispetto integrale della dignità della persona, l’orientamento al “bene comune”, l’affermarsi della libertà, il progresso della giustizia sociale?
La politica secondo Moro
Nelle poche, stringate parole di questa frase c’è tutto Moro: la profondità del suo pensiero, orientato a quel “valore umano” di cui dice fin dai suoi anni giovanili.
E c’è, per intero, la filosofia di una politica che sia, ad un tempo, pacata e ferma; mite e severa; aperta e rigorosa; non timida, ma coraggiosa; prudente, non avventurosa, eppure capace di osare. Capace di ascoltare le più lievi increspature del sommovimento sociale, di comprendere l’ispirazione nuova cui alludono, afferrare la domanda di senso che recano in sé, per assumerla nell’orizzonte più vasto di un divenire della storia di cui, da credenti, mai dobbiamo disperare.
Dunque, secondo Moro, la politica ha a che vedere con la verità. Quanti oggi sono disposti a crederlo? La politica non è, per forza di cose – come se avesse in sé un che di spregevole, cosicché sia virtuoso tenersene lontani – prona al relativismo, aleatoria, opinabile, liquida o evanescente, disordinata ed approssimativa, eppure presuntuosa. La politica, al contrario, è “geometrica” più di quanto siamo disposti ad ammettere. Cioè, per quanto possa apparire confusa, perfino caotica, spesso irriducibile ad una sequenza ragionata di cause e concause che ne diano conto, la politica ha una struttura logica ed una coerenza interna inoppugnabili che bisogna saper cogliere.
Vi sono punti fermi, fondamentali, da decifrare, categorie interpretative di metodo e di merito da aggiornare. Se venisse meno l’impegno corale di una comunità che dialetticamente costruisce il suo avvenire, saremmo condannati a servire altri poteri, molti dei quali già fin d’ora avanzano tale pretesa. A discapito della politica.
Impegno e maturità civile
Senonché, fortunatamente, la politica è fatta per tutti, non è affatto esoterica, riservata ai “chierici” del mestiere, non è insensata e, dunque, non è faticosa, difficile da decifrare. Anzi, ha un fascino insopprimibile perché concorre a costruire quella maturità civile che, a sua volta, rappresenta un versante essenziale per lo spessore umano e morale del cittadino, secondo la particolare soggettività di ognuno.
Anche tra noi ce lo siamo detto più volte: oggi, in questo momento delicatissimo, in cui si pongono fondamenta destinate a reggere a lungo, per i prossimi decenni e forse oltre, una nuova stagione della vicenda umana, l’impegno politico dei cattolici deve guardare ad un compito di verità prima e piuttosto che ad un frettoloso ruolo di potere.
Domenico Galbiati

