Sintesi e commento da un’inchiesta del The New York Times a firma diElian Peltier e Jim Tankersley
I diritti umani sono un principio irrinunciabile o diventano negoziabili quando entrano in conflitto con gli interessi politici dei governi? È la domanda che emerge da un’inchiesta del The New York Times sulle trattative avviate da diversi Paesi europei con il governo talebano dell’Afghanistan per rendere più facili e rapide le espulsioni dei cittadini afghani.
Per anni i governi europei hanno evitato rapporti ufficiali con i talebani, soprattutto per la sistematica repressione delle donne e delle ragazze, private di numerose libertà e possibilità di partecipazione alla vita pubblica. Eppure, sotto la crescente pressione politica per contenere l’immigrazione e mostrare maggiore fermezza nei rimpatri, quella linea di isolamento sta cedendo.
Secondo il quotidiano statunitense, il 23 giugno, a Bruxelles, oltre venti funzionari europei hanno incontrato cinque rappresentanti talebani per discutere le modalità di espulsione dei cittadini afghani. La riunione, organizzata con il coinvolgimento della Commissione europea e della Svezia, ha infranto un tabù: per la prima volta una delegazione talebana è stata ricevuta per questo genere di colloqui sul territorio dell’Unione europea. Secondo le fonti diplomatiche citate dal giornale, durante l’incontro non sarebbero state sollevate le violazioni dei diritti umani commesse dal regime.
La Germania è in prima linea. Il governo guidato da Friedrich Merz ha raggiunto un accordo con Kabul per procedere direttamente ai rimpatri, senza passare attraverso Paesi terzi. Nel febbraio 2026 un volo charter ha riportato in Afghanistan venti uomini condannati per reati da tribunali tedeschi. Successivamente, le autorità hanno avviato anche espulsioni di uomini senza precedenti penali. La Francia sta valutando un percorso analogo, mentre altri Paesi europei hanno partecipato ai colloqui o considerano accordi diretti.
Il problema, osserva l’inchiesta, va oltre la dimensione tecnica dei rimpatri. Per i talebani, il dialogo sulle espulsioni rappresenta un’occasione per ottenere una legittimazione internazionale, ampliare la propria presenza diplomatica in Europa e chiedere sostegni economici. I governi europei sostengono di voler mantenere le trattative circoscritte alle procedure di rimpatrio e alla sicurezza; tuttavia, il progressivo coinvolgimento rischia di rafforzare un potere che gli stessi governi continuano a considerare responsabile di gravi violazioni.
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano soprattutto il pericolo per le persone rimandate in Afghanistan. Fereshta Abbasi, ricercatrice di Human Rights Watch, sottolinea la contraddizione di condannare la repressione talebana e, contemporaneamente, collaborare per rimandare persone proprio nel Paese in cui potrebbero subire quelle stesse violazioni.
È qui che emerge la questione politica più importante. L’Europa proclama la difesa della dignità umana, della libertà e dei diritti delle donne come elementi fondamentali della propria identità. Ma quando la pressione dell’opinione pubblica e la competizione con le destre nazionaliste impongono di dimostrare fermezza sull’immigrazione, quei principi rischiano di passare in secondo piano.
Naturalmente, il rimpatrio di persone che hanno commesso reati e la gestione dell’immigrazione irregolare sono questioni legittime per qualsiasi Stato. Ma la legittimità di un obiettivo non elimina la necessità di valutarne i mezzi, i rischi per le persone coinvolte e le conseguenze politiche. La cooperazione con un regime repressivo non è una semplice procedura amministrativa quando contribuisce, anche indirettamente, a consolidarne il potere.
L’inchiesta del New York Times mette dunque in luce una contraddizione che riguarda la credibilità stessa dell’Occidente: si può rivendicare la superiorità dei propri valori democratici se li si applica con severità nei discorsi, ma li si accantona nei negoziati quando prevalgono le convenienze politiche?

