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La poca credibilità sull’Ucraina – di Giancarlo Infante

Proclami e pochi aiuti

L’Italia ha costruito la sua credibilità sull’Ucraina con le parole. Dal 2022, Giorgia Meloni ha scelto la linea del sostegno a Kiev fino a giungere alla “vittoria finale”. Il tutto per legittimarsi agli occhi di Biden e della NATO, cancellando ogni ambiguità passata di gran parte della destra su Putin. Così è entrata nell’ala più oltranzista dell’Alleanza.

Il problema è che ai proclami non sono seguiti aiuti sostanziosi. Secondo il Kiel Institute, l’Italia pesa meno dell’1% del sostegno occidentale a Kiev. Molta retorica, pochi Samp-T, vecchia artiglieria, nessun contributo decisivo. Un alleato a parole, ma rimasto molto ai margini sul piano militare.

In ogni caso, il ritorno di Donald Trump ha fatto saltare lo schema seguito dalla Meloni. La Casa Bianca di oggi non ha affatto la stessa idea di quella di quando l’inquilino era Joe Biden. Non è da oggi che Trump chiede a Zelensky concessioni territoriali a favore della Russia e riapre al gas russo. Ha finito per spiazzare Roma, che aveva scommesso tutto sull’atlantismo muscolare per accreditarsi.

La nuova bozza di risoluzione che la maggioranza si accinge a sottoporre domani al voto del Parlamento sull’Ucraina ne potrebbe essere la prova: sparirebbe la parola “militare” dal dispositivo, non citerebbe mai Trump per non criticarlo, ed inventerebbe “una via italiana” sostanziata dalla proposta di individuare “un inviato speciale” e di un gruppo di stati negoziatori. Non è mediazione, è galleggiamento: anche alla luce della piega che stanno continuando a confermare i duri scambi di colpi che continuano tra Mosca e Kiev.

Putin e l’Alto Adige/Südtirol

Putin, immediatamente prima dell’invasione e subito dopo, aveva citato esplicitamente per due volte il modello dell’Alto Adige/Südtirol come possibile soluzione per il Donbass: un’autonomia forte, con tutela linguistica, poteri legislativi e di polizia locale – dentro i confini ucraini – sul modello dell’Accordo De Gasperi-Gruber. Quell’accordo, resta l’unico precedente europeo funzionante di gestione di una minoranza contesa che ha disinnescato l’irredentismo filo austriaco delle popolazioni di lingua germanica dell’estremo lembo nord occidentale del nostro Paese. L’Italia avrebbe potuto dire: sosteniamo al 100% l’integrità territoriale dell’Ucraina e i diritti dell’Ucraina, proprio per questo proponiamo la nostra esperienza di autonomia come alternativa sia all’annessione russa, sia al centralismo di Kiev. Chi avrebbe avuto le carte più in regola di noi per svolgere una funzione di mediazione?

Sarebbe stata una posizione filo-ucraina ma negoziale, autonoma, credibile per entrambi i contendenti che, pure, ad un certo punto sembravano, ma con la mediazione di altri, poter prendere posto ad un tavolo di trattative. L’Italia invece ha preferito ignorare quella carta per entrare più in fretta nelle grazie di chi credeva, e crede, nella soluzione esclusivamente militare di una storia resa drammatica e sanguinosa dall’invasione russa. La via più breve per farsi accettare non era portare un’idea italiana, ma appiattirsi sulla linea dura. E questo Giorgia Meloni lo ha fatto meglio di quanto altri avrebbero potuto.

Oggi, però, paghiamo il conto: Mosca ci ha inseriti comunque nella lista dei paesi ostili, Kiev non ci deve nulla perché non l’abbiamo davvero difesa. Siamo rimasti una potenza di mezzo che parla a tutti ma non pesa su nessuno, perché quando aveva qualcosa di originale da dire ha scelto di non dirlo. E oggi questa riscoperta “via all’italiana” sembra apparire solo come una vicenda esclusivamente … italiana: cioè il frutto della divisione che la questione Ucraina crea all’interno dell’intero quadro politico nazionale e, dunque, della necessità di provare a tenere assieme tutte le posizioni possibili e coesistenti in entrambi gli schieramenti divisi dalla questione ucraina.

Giancarlo Infante

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