Ancora una volta, il giorno dopo una grande manifestazione, il dibattito pubblico sembra essersi concentrato quasi esclusivamente sulle immagini degli scontri, dei fumogeni, dei cassonetti incendiati e delle tensioni con le forze dell’ordine. Ancora una volta la violenza di pochi ha finito per oscurare le ragioni di decine di migliaia di persone scese in piazza per esprimere un disagio, una protesta, una richiesta di ascolto.
È il vecchio meccanismo del dito e della luna. Si guarda ciò che fa più rumore, ciò che genera titoli e immagini d’impatto, mentre passano in secondo piano le motivazioni che hanno portato tante persone a manifestare pacificamente.
Negli anni più difficili della storia repubblicana, quelli segnati dal terrorismo e dalla violenza politica, Marco Pannella arrivò a sostenere provocatoriamente che per capire certe dinamiche sarebbe stato necessario osservare chi rientrava nelle caserme dopo gli scontri di piazza. Una provocazione che suscitò enormi polemiche allora e che oggi apparirebbe ancor più estrema e difficilmente sostenibile.
Ma, al netto di ogni teoria o sospetto, una domanda continua a riproporsi. Com’è possibile che nell’epoca della videosorveglianza diffusa, delle telecamere ad alta definizione, del riconoscimento delle immagini e delle sofisticate tecnologie investigative, piccoli gruppi organizzati riescano regolarmente a inserire elementi violenti all’interno di manifestazioni che nascono con tutt’altre finalità?
Non si tratta di mettere in discussione l’operato delle forze dell’ordine, che spesso si trovano a gestire situazioni estremamente complesse, ma di interrogarsi sull’efficacia di strumenti che, almeno teoricamente, dovrebbero consentire di individuare e isolare con maggiore rapidità chi arriva già con l’intenzione di provocare incidenti.
Il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia. Negli ultimi mesi episodi analoghi si sono verificati in diverse città europee. In Francia, come in altri Paesi, gruppi numericamente esigui ma ben organizzati sono riusciti a monopolizzare l’attenzione pubblica attraverso azioni violente, lasciando sullo sfondo le ragioni sociali delle proteste.
Ed è proprio questo il punto centrale della questione. La violenza di una minoranza offre spesso un alibi perfetto per non affrontare i problemi che alimentano il malessere collettivo. È più semplice parlare delle vetrine infrante che delle sciole e delle periferie dimenticate. È più comodo concentrarsi sulle immagini degli scontri che interrogarsi sulle difficoltà di una generazione che vede allontanarsi prospettive di stabilità, lavoro e mobilità sociale.
Dietro molte manifestazioni vi sono infatti questioni profonde: il disagio giovanile, la precarietà economica, il costo della vita, la difficoltà di accesso alla casa, la sensazione di essere esclusi dai processi decisionali. A queste si aggiungono categorie produttive che da tempo denunciano condizioni di crescente sofferenza senza trovare adeguate risposte da parte delle istituzioni. Lo stanno dicendo gli autotrasportatori del Sud Italia e i Gilet gialli francesi.
Nessuna causa può giustificare la violenza. Su questo non dovrebbero esistere ambiguità. Ma sarebbe un errore altrettanto grave permettere che la violenza di pochi cancelli la voce dei molti.
Una democrazia matura dovrebbe essere capace di condannare senza esitazioni gli autori degli scontri e, contemporaneamente, ascoltare le ragioni di chi manifesta pacificamente. Perché quando tutta l’attenzione si concentra sul dito, il rischio è di dimenticare la Luna. E la luna, in questo caso, sono le domande di ascolto, rappresentanza e giustizia sociale che attraversano una parte crescente della società europea.

