Il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno che, dieci giorni fa, ha ucciso la moglie ad Anguillara è sconvolgente.
Un caso unico in cui la vita donata al figlio, viene donata una seconda volta, rovesciandosi nella morte che sacrifica la loro vita alla sua colpa, come se fosse un’offerta destinata a pagarne il prezzo per redimerla.
Una tragedia si aggiunge all’altra e rende ancora più crudo e devastante il dolore e l’ allarme per troppe famiglie scosse e frantumate, anche nel nostro Paese, da una fragilità affettiva che, non a caso, dilaga, appunto, nelle famiglie, cioè nel luogo che degli affetti dovrebbe rappresentare la fonte ed il cuore. Laddove succede, invece, che la passione da cui l’ affetto è nato, si rovesci nel suo contrario e diventi violenza. A dimostrazione di quella crisi epocale della “relazionalità” attorno a cui si costruisce l’ identità delle persone e la consapevolezza che la vita non si esaurisce nell’istantaneità dei momenti che si inanellano l’ uno nell’ altro, ma nella durata che ne custodisce il senso compiuto.
La nostra attenzione è concentrata altrove e, di fatto, i femminicidi vengono ormai derubricati a fatti di cronaca che generano, nell’ opinione pubblica, una reazione emotiva forte ed immediata che, via via, cede, però, il passo ad un’assuefazione che non ha più la capacità di scuotere davvero le coscienze.
Ha reagito il Parlamento con la legge 181/25 che, dallo scorso 2 dicembre – una volta tanto unitariamente, tutte le forze politiche – ha introdotto, nel nostro ordinamento, il delitto di femminicidio, punito con l’ergastolo. Ed è importante aver definito puntualmente, con un nome proprio, una fattispecie di reato che non è come gli altri, perché, più degli altri, ci costringe a ricercare dove sia la prima sorgente di quella violenza diffusa che sta diventando una categoria interpretativa delle nostre vite e della vita del mondo.
E’ come se venisse corroso il rapporto empatico con la vita e la morte, anziché attenderci in fondo alla via, ci camminasse a fianco in ogni istante del nostro percorso. E, beffardamente, si offrisse come la soluzione più facile che consente, d’ un sol tratto, di troncare i nodi che non sappiamo più dipanare e sciogliere altrimenti. Come se, nelle persone, le pareti dello spazio interiore collabissero, fino a soffocare la coscienza che lo abita, cancellando il luogo in cui dovrebbe maturare quella lenta e paziente mediazione, da cui nasce la prima e più elementare consapevolezza di sé. Quasi che, anziché vivere, fossimo vissuti, cioè impunemente attraversati da un flusso di sensazioni e di pensieri, che letteralmente ci possiedono.
Eravamo abituati a pensare che la vita e la morte siano le due facce della stessa medaglia, destinate a guardare in direzioni opposte, cosicché l’ una escluda l’ altra ed, invece, andiamo scoprendo – com’è, del resto – che si coinvolgono reciprocamente e si mischiano, fino a nascondersi l’ una nelle pieghe dell’ altra e con tutto ciò dobbiamo imparare a fare i conti. Sul piano singolare di ciascuno, ma anche sul piano della vita collettiva in tutte le sue, via via crescenti, gradazioni.
Domenico Galbiati