Ingiustizia distributiva e capitalismo tecnologico
Non può sfuggire come un crescente malessere affligga molti paesi dell’occidente, tra cui il nostro. Le motivazioni sono molteplici, una tra queste è la crescente ingiustizia distributiva. La causa del malessere, va ribadito con forza, non è da ricercarsi in una momentanea congiuntura negativa per l’offerta di lavoro, piuttosto è intrinseca alla struttura del processo di accumulazione capitalista, che produce i suoi effetti negativi, senza sosta, in un arco temporale a lungo termine.
Della odierna ingiustizia distributiva si occupa anche l’enciclica di Papa Francesco “Laudato Sì” (al n° 195), che sottolinea come le imprese ottengano profitti calcolando e pagando una parte infima dei costi economici e sociali, che fanno largo uso delle risorse comuni.
In altre parole, se il taglio di una foresta aumenta la produzione, e nessuno misura il costo immateriale che implica desertificare un territorio, si è di fronte, in assenza di indennizzo, a un utilizzo gratuito di risorse comuni che sono state finanziate dalla comunità.
Ciò è funzionale, particolarmente in questa fase del capitalismo tecnologico-finanziario, allo scopo di massimizzare i profitti dell’impresa, utilizzando beni immateriali gratuiti. Ma non è stato sempre così; negli anni Sessanta e Settanta, in Italia, ad esempio, l’obiettivo delle imprese a partecipazione statale è stato anche la tutela dei livelli occupazionali oppure il riequilibrio territoriale con la localizzazione di impianti nelle aree interne, anche mediante investimenti nelle industrie di base nel Sud d’Italia, investendo l’utile d’esercizio.
Oggi, la prosperità è ricercata attraverso le imprese che fanno, per sé stesse unicamente, profitti per il profitto, senza ricadute sociali. Come citato nella “Laudato Sì”, è un arricchimento realizzato anche a spese della comunità locale, che si è fatta carico della parte prevalente dei costi comuni extra aziendali (mobilità, logistica, formazione, assistenza sociale), di cui l’impresa non tiene conto nel suo bilancio, non essendo di sua competenza, come impongono i principi contabili internazionali.
Non va, quindi, trascurato che una quota rilevante delle immobilizzazioni comuni, soprattutto immateriali, utilizzate nella produzione, è a disposizione delle imprese gratuitamente. Da un lato, il profitto è a vantaggio interamente del capitale e, dall’altro, il costo è a carico della comunità; che non ne trae alcun beneficio.
In questo modo, dal sistema socio-economico viene data priorità alla massimizzazione dei profitti, posticipando gli interessi sociali della comunità locale. Inoltre, le imprese utilizzano sempre di più asset immateriali che sono localizzati nel territorio, come i laboratori di ricerca o i centri di formazione, i cui costi di impianto e di gestione non sono sostenuti dalle imprese, che ne beneficiano.
I costi per la tutela dell’ambiente, per le infrastrutture sociali, etc., per l’azienda è ritenuto “corretto” che siano il più possibile a carico dello Stato. Per l’imprenditore non vi è il vincolo della solidarietà sociale, che dovrebbe destinare una parte del profitto all’interno della comunità, profitto ottenuto sfruttando anche gli investimenti realizzati dalla stessa, invece di puntare tutto sul profitto aziendale.
E non si cura affatto di promuovere una sinergia per la creazione di una “prosperità condivisa” tra le organizzazioni dei lavoratori, degli imprenditori, delle istituzioni pubbliche (cioè, la comunità) per incrementare uno scopo sociale comune.
Comunità, territorio e cooperazione industriale
Il capitalismo odierno presenta imprese in grado di produrre reddito, da sé stesse o in rete, in misura anche superiore alle dimensioni economiche di un Paese. In particolare, l’impresa globale è in grado di assumersi un interesse e una responsabilità pubblica diretta con il territorio; interesse che può esprimersi nella disponibilità alla collaborazione e alla cooperazione con le forze sociali attive; cioè, con i mondi vitali come sosteneva il sociologo Achille Ardigò.
Andrebbero, cioè, elaborati programmi di sviluppo condivisi da tutti e tre i soggetti: comunità, lavoratori e impresa.
Con un ruolo attivo dell’azienda, dei lavoratori e della comunità, si potrebbe passare dallo sfruttamento gratuito delle risorse comuni a piani di sviluppo per tutte le componenti della comunità territoriale. Si potrebbero studiare azioni preventive per la tutela dei livelli occupazionali. Si potrebbe sviluppare una filiera produttiva che valorizzi la “tipicità” del territorio, ed altro, finalizzato al benessere sociale all’interno del quale i costi, derivanti dall’utilizzo di beni e/o di servizi comuni, siano riconosciuti dalla comunità nella misura e nelle forme più idonee.
Tutto ciò potrà contribuire a ridurre l’attuale ingiustizia distributiva, generando forme nuove di cooperazione tra comunità, imprese e movimenti sociali.
Anche alla luce degli eventi geopolitici degli anni 2025 e 2026, dunque, si rafforza la domanda di un cambiamento del sistema italiano di relazioni industriali, sia per ovviare alle crescenti disuguaglianze sociali e alla forte riduzione del ruolo sociale del lavoratore di medio reddito, sia per rispondere alla domanda, da parte delle forze economiche riformiste, di modificare il modello di capitalismo tecnologico, che sta sostituendo quello neo-liberista degli anni 1989/2008, modello che privilegiava nettamente il capitale rispetto al lavoro.
Va sottolineato che la presente struttura capitalista non è un dato immutabile; è il risultato storico dello scontro e della dialettica degli interessi delle classi e dei gruppi sociali, in specie di quelli operanti in Occidente. Su questo tema, leggiamo: “Abbiamo creato il sistema capitalistico e abbiamo la possibilità di plasmarlo nella forma di cui abbiamo bisogno” (Colin Mayer, Oxford, 31-1-23).
Ci sembra che sia arrivato il momento di fare sostanziali modifiche al modello di capitalismo attuale. Innanzi tutto, mettendo in discussione il principio, largamente condiviso, che chi guadagna di più vale di più; con il corollario che il fine è di “fare denaro per il denaro”. Ciò fa sì che le persone vengano considerate solo come una risorsa secondaria da impiegare e da manipolare per ottenere crescenti performance, calpestandone, a volte, la dignità.
Alla cultura del “denaro per il denaro” vanno contrapposti nuovi modelli di gestione dei rapporti tra il capitale e il lavoro, tenendo conto, anche e soprattutto, della peculiarità delle singole aree produttive e dei collegamenti a rete, attraverso i quali si articola il nuovo capitalismo tecnologico.
A questo proposito, è noto che le dinamiche economiche attuali delle imprese, anche di media grandezza, sviluppano volumi di ricchezza tali da rendere le imprese autonome dai vincoli delle politiche centralizzate dei governi. In particolare, l’impiego delle tecnologie digitali avanzate consente oggi all’impresa di realizzare fatturati con notevole valore aggiunto, tali da consentire di progettare e gestire, localmente, un nuovo rapporto tra capitale e lavoro.
Ciò grazie anche all’ausilio auspicabile di un comportamento attivo della comunità territoriale, all’interno della quale si realizza la ricchezza. Emerge, in tal modo, sempre di più, il peso economico del territorio, anche perché l’impresa partecipa sovente a filiere tecnologiche e commerciali a rete, dove la divisione del lavoro prescinde dai singoli governi, impotenti di fronte alle attuali multinazionali. Tuttavia, le varie dinamiche dei mercati, con i loro mix di interessi, favoriscono l’incremento del capitale a scapito del lavoro.
È un conflitto strutturale, non eliminabile, però modificabile, se si crede nella centralità della dignità dei lavoratori. Questa trasformazione dell’attuale scopo sociale consentirebbe di far emergere un aspetto potenzialmente molto innovativo del rapporto capitale/lavoro.
La remunerazione monetaria non è più esaustiva delle aspettative del lavoratore, che potrebbe prendere in considerazione una nuova modalità salariale: adeguati servizi funzionali al posto del denaro. Infatti, in merito ad alcune voci della busta paga, può essere più gratificante la fruibilità gratuita di specifici servizi nel territorio, funzionali, ad esempio, al rapporto “lavoro della donna/famiglia” oppure al “lavoro remoto”, etc.
Assumerebbe, così, un ruolo decisivo la capacità della comunità di accogliere le istanze del mercato del lavoro locale, e di diventare un soggetto propositivo di coesione sociale, perché capace di fare sistema con imprese e lavoratori nell’attuare programmi di investimenti sociali, secondo, appunto, accordi salariali concordati tra datori di lavoro e lavoratori.
Acquisterebbe sempre più importanza la prosperità realizzabile sul territorio a diretto vantaggio del lavoratore, generando, così, dal basso, un nuovo modello di vita sociale.
Nuove regole del gioco e dignità del lavoro
Gli effetti negativi della deindustrializzazione, incentivata dalla globalizzazione, e i danni provocati dalle aziende finanziarie con la crisi del 2008, hanno dimostrato, ancora una volta, che la convinzione che l’impresa debba essere un soggetto a sé stante, delegato a produrre crescente ricchezza in un mercato senza norme pubbliche che condizionino il suo agire è errata. Lo dimostra il diffuso malessere presente nella società italiana e europea.
Quindi, se è vero che un’impresa ha l’obiettivo di fare profitti, è anche vero che questo fine non può essere raggiunto senza il consenso dei lavoratori e degli abitanti del territorio pena, appunto, la crescita del malcontento. Ciò è ancora più vero, oggi, per la radicale evoluzione tecnologica, che fa dipendere il successo dell’impresa (più produttività, più competitività) sempre più da fattori immateriali, come le risorse umane e la qualità dell’ambiente.
In altri termini, ci si trova dinanzi alla scelta tra l’essere ricchi infelici oppure il vivere sereni con meno soldi in tasca. È una scelta possibile, perché le regole del capitalismo le hanno decise gli uomini e possono essere dagli stessi riscritte.
In questo contesto, perciò, l’impresa non può essere un soggetto a sé stante, estraneo alla vita sociale, impegnato a fare profitti per il profitto. Secondo nuove regole del gioco, la gestione del conflitto strutturale tra capitale e lavoro può divenire un motore di crescita della prosperità locale, soprattutto con il coinvolgimento istituzionale della comunità locale per un contributo decisivo verso una più equa giustizia distributiva, che attualmente è, in gran parte, delegata al confronto/scontro tra le parti sociali.
Purtroppo, l’attuale trattativa sindacale, va detto, non contempla una revisione dello scopo sociale. Da tempo, il confronto sindacale è l’espressione tradizionale di una contrapposizione di interessi di classe, che trovano la loro composizione nella stipula del CCNL, strumento base per l’articolazione monetaria della domanda di incremento del salario/stipendio.
È ancora presente il modello fordista che va invece superato, a nostro parere, scegliendo di operare per un nuovo scopo sociale.
Come abbiamo ribadito, la prosperità economica, sociale e culturale del territorio non può che essere frutto di una sinergia dialettica tra tre componenti: la comunità, la fabbrica e i lavoratori. Allo strumento del CCNL va delegato, essenzialmente, il quadro generale.
Noi crediamo che la via proposta a tre possa consentire una composizione duratura dello scontro di interessi che da sempre esiste tra imprenditori e lavoratori, dando vita a processi strutturali di creazione di valore sociale a medio-lungo termine.
All’interno del contratto di lavoro, i lavoratori e gli imprenditori possono concordare investimenti per implementare le infrastrutture sociali del territorio, con grande vantaggio di tutti, e a tutela della dignità dei lavoratori.
Roberto Pertile