È indubbio che, dopo il 2025, non ci sono più le condizioni geopolitiche che giustificavano l’esistenza di un unico spazio di potere, occupato dagli Usa. Si va, ora, verso un ordine internazionale caratterizzato da una divisione a blocchi , con il ridimensionamento della globalizzazione, in particolare del processo di delocalizzazione , e con la contemporanea valorizzazione della domanda interna. Avviene, cioè, imposto dalle élite politiche, in specie statunitensi, uno stop all’integrazione dei mercati mondiali , attuata secondo il modello neo-liberista, che ha caratterizzato il periodo degli anni 1989-2025.
Con il conseguente cambiamento degli indirizzi della politica industriale, il Governo Usa vorrebbe dare più spazio economico al mercato interno, in particolare a quello manifatturiero. L’operazione è attuata dagli Usa con un rilancio del mercantilismo-protezionista, che si basa su logiche sovraniste.
Ad affermare e a consolidare il passaggio dal neo-liberismo al mercantilismo contribuisce un’anomala convergenza. Non solo gli Usa stanno modificando la loro politica industriale in quest’ultima direzione, ma lo sta facendo anche la Cina, l’antagonista principale degli Usa. Il governo cinese, infatti, si trova di fronte ad una sovrapproduzione che obbliga le imprese cinesi a fare alte scorte, subendo un magazzino interno molto costoso, alla lunga non reggibile economicamente. Inoltre, il quadro del sistema delle imprese cinesi è critico anche per i bassi margini di profitto dei prodotti cinesi, perché le imprese, per non ridurre i livelli occupazionali interni, sono costrette a praticare prezzi molto concorrenziali con un ridotto valore aggiunto, pur di vendere. Il mercato interno, infatti, è debole, ed è difeso riducendo il più possibile le importazioni. Altrimenti, il sistema delle imprese non è in grado di garantire il pieno utilizzo della macchina produttiva. Va detto che le imprese cinesi operano in un contesto di equilibri internazionali di mercato molto delicati: ad esempio, la Cina è importatrice netta di petrolio, per cui, per reazione, gli Usa agiscono, oggi, sul petrolio del Venezuela; domani lo faranno su altre aree petrolifere.
Altro esempio, gli Usa vogliono controllare i traffici marittimi del canale di Panama, che sono strategici per la Cina. Inoltre, gli Usa operano già sui mercati futuri (si veda la Groenlandia) per impedire una futura espansione cinese in aree, attualmente, non coperte dall’export cinese. La Cina, a sua volta, è reattiva e competitiva, anche se lo è in maniera anomala: detiene 760 miliardi di dollari di titoli di Stato statunitense, senza minacciare di metterli all’incasso nel mercato globale finanziario. La Cina ha preferito scegliere una competizione da farsi, da un lato, mediante un capitalismo d’assalto (produzione di massa venduta a prezzi stracciati); dall’altro, con alti investimenti in Ricerca e Sviluppo per raggiungere un’autosufficienza tecnologica in grado di creare la differenza qualitativa del prodotto cinese. Da qui, la necessità di avere la copertura del rischio d’impresa mediante una politica pubblica di sostegno della domanda interna ( mercantilismo).
Ne consegue, ad oggi, che gli Usa e la Cina, per un verso, sono avversari sul mercato, confrontandosi senza mezzi termini; per l’altro, convergono nel ritenere, attualmente, nel loro interesse, un mercantilismo-protezionistico , fondato su un ruolo pubblico significativo delle Istituzioni pubbliche, affermando che l’interesse nazionale prioritario sta nella protezione della domanda interna.
Le élite economiche statunitensi, con il mercantilismo, ritengono di raggiungere l’obiettivo di governare la produttività globale, non solo mediante lo sviluppo della tecnologia digitale, ma anche attraverso una rivalutazione della propria manifattura grazie ad un pieno utilizzo della capacità interna. Per cui, diventa utile la riduzione e la selezione delle importazioni, in specie di quelle europee, molto apprezzate dal consumatore statunitense. È una politica industriale ritenuta dal Governo Usa indispensabile per rimanere il numero uno mondiale della produzione.
Dunque, si delinea un quadro internazionale di riferimento molto diverso sia da quello che è alla base del Trattato di Roma (nascita della CEE), sia da quello che ha avuto al centro la globalizzazione e l’integrazione delle economie mondiali. Ora, le politiche industriali di Usa e di Cina teorizzano l’autosufficienza e l’intervento diretto del Governo nel controllo del sistema produttivo.
Per la tutela, dunque, degli interessi europei, è importante tenere presente che il dopo del neo-liberismo è costituito da una nuova mappa degli interessi in gioco, dettata dal duopolio Usa-Cina che vuole imporre il cambiamento della rotta neo-liberista, producendo, tra l’altro, una vivace contrapposizione di interessi tra coloro che operano per un indebolimento degli Usa e dell’area “occidentale” a favore della Cina e dei suoi alleati, e, dall’altra parte, tra chi ha investito nel capitale e nel lavoro delle imprese europee la cui competitività può trovare una nuova energia dai cambiamenti in atto che possono produrre una feconda rivisitazione del mondo del lavoro.
Quindi, la Cina e gli Usa, per la scelta fatta di perseguire una politica mercantilistica, convergono nell’obiettivo di ottenere uno scioglimento della UE con un ritorno alla sovranità dei singoli Stati, con cui diventa possibile fare affari da una posizione di forza. Ne consegue che non è procrastinabile una risposta europea all’obiettivo di fare dell’Europa un mercato funzionale alla politica di tutela del mercato interno degli Usa e della Cina. Questa potrebbe consistere nel dare vita ad una fase costituente degli Stati Uniti d’Europa. Partendo dalla convinzione che i singoli paesi componenti l’UE da soli perdono la sfida con il duopolio Usa-Cina, è venuto il momento di affrontare i nodi strutturali che, finora, hanno impedito la realizzazione di una Europa Unita.
In primis, tra le ragioni della necessità di una revisione delle fondamenta costitutive della UE, c’è che le nuove generazioni europee non trovano entusiasmo per l’Europa Unita e che sono portatrici di un malumore e di uno scetticismo derivante da un modello economico, che “ non esita a sfruttare, a scartare e perfino a uccidere” il lavoratore. Un modello che ha prodotto ricchezza senza equità, “ calpestando “ la dignità del lavoro per effetto di una politica industriale sbilanciata a favore del capitale. Un modello che favorisce” l’ossessione “per uno stile di vita consumistico ed effimero, che svuota la persona di vivacità e di creatività.( il virgolettato è preso dall’Enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco)
Il cammino verso un’Europa attrattiva è condizionato anche dalla speranza di un nuovo orizzonte di senso del lavoro che il mercato e la tecnologia digitale hanno dimostrato di non essere in grado di assicurare al lavoratore europeo. In tale modo, si può vincere il deterioramento dell’etica incorporata nelle politiche sovraniste costruendo una nuova sacralità del mondo del lavoro, che pone al centro la persona umana.
Rivedere con urgenza i fondamentali dell’UE non è un’astrazione intellettuale, bensì un comandamento. Ci sono già le reazioni all’approccio unilaterale alle dinamiche economiche da parte degli Usa. Infatti, importanti operatori finanziari del Nord Europa hanno iniziato a ridurre l’investimento in titoli del Tesoro statunitense per somme elevate. La mossa è strategica, non è tattica. Non va dimenticato che, in questo contesto, le scelte tecniche possono coprire scelte politiche finalizzate ad ottenere un’autonomia strategica di alcune aree europee.
Queste iniziative sono da evitare, se sono espressione di un inizio “a macchia di leopardo” del processo di divorzio tra l’ UE e gli Usa. La strada da percorrere è diversa. E’ da perseguire un processo di tipo sistemico, realizzabile attraverso una fase di lavori costituenti.
Roberto Pertile