A Giorgia Meloni è giusto riconoscere il merito di avere, finalmente, preso il coraggio a due mani, assumendo – né, francamente, a questo punto, poteva essere altrimenti – una posizione chiara e netta nei confronti di Donald Trump.

C’è da augurarsi che, anche in considerazione della reazione, ancora una volta scomposta, di quest’ultimo, la cosa resti e stia ad attestare l’ indirizzo davvero nuovo – e senza ritorno – di una politica che il nostro governo intende ancorare decisamente all’ interesse nazionale e, dunque, al concerto europeo. Del resto, solo un’Europa unita può seriamente affrontare il tema di una radicale riconsiderazione dei rapporti interatlantici, che restano comunque – Trump o non Trump, oggi come ieri e come domani – un asset oggettivamente necessario per ristabilire un qualche nuovo ordine delle relazioni internazionali.

Importa, poi, soprattutto, comprendere – ma ci vorrà tempo – se questo primo passo diretto a disincagliarsi dalla tutela trumpiana, ponga o meno fine, per Giorgia Meloni – auspice la sconfitta referendaria e, non meno, la tranvata riservata dagli ungheresi, anche qui anzitutto i giovani, al sodale Orban – alle suggestioni autocratiche condivise a cavaliere tra la memoria storica della propria originaria cultura politica e la dottrina MAGA. Del resto, Giorgia Meloni si è accorta che Trump le stava disfacendo, un pezzo alla volta, l’elettorato.

Passi aver inforcato un paletto, che, grazie al suo tombale silenzio sui crimini di Israele a Gaza – grazioso omaggio all’amico Donald – sospinto molti giovani verso il “NO” referendario, ma come avrebbe potuto spiegare ai molti cattolici che l’hanno così generosamente votata, l’attacco di Trump a Papa Leone? Non a caso, del resto, il governo ha sì interrotto l’ accordo di collaborazione con Israele, ma non prima della batosta referendaria. Quindi delle due l’ una: o c’è, se non della strumentalità o, almeno, dell’ opportunismo, uno stato di necessità talmente stringente, da non potercisi sottrarre oppure – e sarebbe fors’anche peggio – Giorgia Meloni, fin qui, non ha saputo leggere ed interpretare la cifra del momento politico ed, in particolare, quanto fosse inadeguato un rapporto succube con Trump, finche’ non ci ha sbattuto contro.

E questo vorrebbe dire che le manca qualche “fondamentale “ di una autentica ed aggiornata cultura politica, adatta a comprendere la complessità dell’ attuale frangente storico ed a governarlo senza improvvisi cambiamenti di fronte o pose aleatorie, senza ritorni di fiamma a categorie nazionaliste o sovraniste, di fatto defunte. Comunque, va bene così. Infatti, la politica è, infine, veritiera. Sembrerebbe impossibile, eppure così stanno le cose, più di quanto si possa comunemente credere.

Mai ci si deve fermare alla schiuma spumeggiante di ciò che avviene in superficie, laddove gli accadimenti quotidiani ribollono nella loro immediatezza, bensì osservare più a fondo le geometrie che, forse incredibilmente, pur ci sono e danno conto di una struttura profonda degli eventi che, in ogni caso, prima o poi si manifesta, di necessità si impone e determina il decorso della storia, perfino a dispetto di certi suoi presunti demiurghi. Al frastuono di ciò che accade in superficie, risponde il sordo rumore di fondo di una vicenda umana in perenne evoluzione. Bisogna guardare alla luna, senza lasciarsi distrarre dal dito.

Alla destra, almeno così come si pone oggi nel nostro Paese, emblematicamente rispondente alle figure di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e, già che ci siamo, aggiungiamoci pure Vannacci, mancano i “fondamentali” di una autentica cultura politica che si limita alla rimasticatura di tesi e categorie interpretative della storia che nulla hanno più a che vedere con la cifra caratteristica dei giorni nostri.

Domenico Galbiati

About Author