Nel 2019, con il Patto delle Donne per il Clima e l’Ambiente, avevamo scelto di assumere una responsabilità precisa: parlare di ambiente non soltanto come di una questione scientifica o economica, ma come di una grande questione di civiltà, di giustizia e di futuro. Oggi, a distanza di alcuni anni, quel Patto ha bisogno di essere completato da una nuova consapevolezza.

Non possiamo più parlare di clima, di tutela dei territori, di biodiversità, di acqua, di suolo e di salute senza parlare anche di guerra. Perché la guerra non distrugge soltanto le persone, le città e le infrastrutture. La guerra distrugge l’ambiente. E spesso lo fa in modo silenzioso, invisibile, progressivo. Un danno che può continuare a produrre conseguenze per decenni, anche quando le armi hanno smesso di sparare.

La guerra lascia una seconda devastazione

Ogni conflitto produce emissioni, contaminazione del suolo e delle acque, incendi, distruzione di foreste e coltivazioni, dispersione di sostanze tossiche, enormi quantità di macerie e rifiuti.

La ricostruzione stessa genera ulteriori consumi di energia e materiali. Secondo alcune stime richiamate nel dibattito internazionale, una quota significativa delle emissioni globali di CO₂ è collegata agli apparati militari, ai conflitti e alle attività necessarie alla guerra. Ma il problema non è soltanto quantificare le tonnellate di CO₂.

Il problema è comprendere che esiste una seconda vittima della guerra: la natura. Lo abbiamo visto in Ucraina. Lo abbiamo visto in Medio Oriente. Lo abbiamo visto durante la guerra del Golfo, quando l’incendio dei pozzi petroliferi trasformò il cielo in una colonna di fumo nero visibile per chilometri.

Lo vediamo ogni volta che un territorio viene bombardato, quando una fabbrica viene colpita, quando un deposito di carburante prende fuoco, quando una rete idrica viene distrutta, quando terreni agricoli vengono contaminati o quando milioni di tonnellate di macerie devono essere rimosse.

A Gaza, le immagini delle città distrutte raccontano anche un’altra storia: quella di un’enorme emergenza ambientale fatta di detriti, polveri, materiali pericolosi, infrastrutture idriche danneggiate e territori nei quali la possibilità di bonifica e di recupero richiederà tempo e risorse. Le macerie di una guerra non sono soltanto macerie. Sono una memoria tossica che rimane nel territorio.

L’ambiente non è neutrale rispetto alla guerra

Abbiamo imparato a considerare il cambiamento climatico come una questione globale. Dobbiamo ora imparare a considerare la pace come una politica ambientale.

La guerra consuma risorse, interrompe i sistemi alimentari, distrugge infrastrutture energetiche, compromette le riserve idriche e rende più fragile la capacità di una comunità di adattarsi ai cambiamenti climatici.

E c’è un paradosso che non possiamo ignorare. Mentre chiediamo alle persone, alle imprese e alle amministrazioni di ridurre le emissioni, di risparmiare energia, di proteggere il suolo e di costruire città più sostenibili, enormi risorse economiche e tecnologiche vengono contemporaneamente destinate alla produzione e all’utilizzo di sistemi d’arma.

Non si tratta di contrapporre sicurezza e ambiente. Si tratta di comprendere che non può esistere sicurezza duratura in un ambiente devastato. La sicurezza del XXI secolo deve comprendere la sicurezza climatica, energetica, alimentare, idrica e ambientale. Le donne hanno qualcosa da dire

Il Patto delle Donne per il Clima e l’Ambiente nasceva dalla convinzione che le donne dovessero essere protagoniste delle decisioni sul futuro.

Questa convinzione oggi è ancora più forte. Le donne non sono soltanto vittime dei conflitti. Sono protagoniste della ricostruzione delle comunità, della cura dei territori, della protezione dei bambini, della continuità dei servizi essenziali, della sicurezza alimentare e della costruzione della pace.

Quando una guerra distrugge una comunità, sono spesso le donne a mantenere in piedi le reti familiari e sociali. Quando l’acqua non è più disponibile, quando l’energia manca, quando il cibo diventa scarso, quando una famiglia è costretta a spostarsi, il peso della crisi ricade in maniera profondamente diseguale. Per questo la prospettiva di genere deve entrare anche nelle politiche ambientali legate alla pace e alla sicurezza.

Non è una questione simbolica. È una questione di efficacia delle politiche.

Dalla sostenibilità alla responsabilità

Abbiamo utilizzato per anni la parola “sostenibilità”. Ma oggi dobbiamo forse fare un passo ulteriore: parlare di responsabilità. Responsabilità significa sapere che ogni territorio distrutto dovrà essere bonificato. Che ogni falda contaminata dovrà essere risanata. Che ogni foresta bruciata avrà bisogno di decenni per ricostituirsi. Che ogni sistema agricolo distrutto compromette la sicurezza alimentare. Che ogni tonnellata di macerie dovrà essere raccolta, selezionata, trasportata e trattata. Che ogni infrastruttura energetica distrutta dovrà essere ricostruita. E significa soprattutto sapere che il costo ambientale di una guerra non termina con la fine dei combattimenti. Rimane nelle generazioni successive.

Serve una contabilità ambientale della guerra

Se vogliamo davvero costruire una nuova cultura della sostenibilità, dobbiamo iniziare a misurare ciò che finora è rimasto ai margini.

Ogni conflitto dovrebbe essere accompagnato da una vera e propria valutazione dell’impatto ambientale:

  • emissioni climalteranti;
  • consumo di combustibili;
  • distruzione di foreste e aree agricole;
  • contaminazione del suolo;
  • contaminazione delle acque;
  • distruzione degli ecosistemi;
  • produzione di macerie e rifiuti;
  • danni alle infrastrutture idriche ed energetiche;
  • perdita di biodiversità;
  • costi della bonifica e della ricostruzione.

Non per trasformare la sofferenza in una semplice tabella numerica. Ma perché ciò che non misuriamo rischia di diventare invisibile. E ciò che diventa invisibile rischia di non essere mai risanato.

Il diritto a un ambiente sano è parte del diritto alla pace

Il nostro tempo ci pone davanti a una consapevolezza nuova: ambiente, diritti umani e pace non sono più capitoli separati. Sono parti dello stesso sistema. Non possiamo chiedere alle nuove generazioni di vivere in città sostenibili mentre lasciamo loro territori contaminati dalle guerre. Non possiamo parlare di neutralità climatica senza considerare le emissioni generate dagli apparati militari e dai conflitti. Non possiamo parlare di transizione ecologica ignorando le risorse che vengono sottratte alla transizione per alimentare guerre sempre più tecnologiche. Non possiamo parlare di futuro senza parlare di pace.

Il diritto a vivere in un ambiente sano deve essere considerato parte integrante del diritto alla pace.

Completare il Patto delle Donne del 2019

Per questo oggi sentiamo la necessità di aggiungere una nuova pagina al Patto delle Donne per il Clima e l’Ambiente. Nel 2019 chiedevamo di cambiare il modello di sviluppo. Oggi dobbiamo aggiungere una richiesta altrettanto importante: che la pace diventi una politica ambientale.

Chiediamo che nelle strategie climatiche europee e internazionali venga considerato anche l’impatto ambientale dei conflitti. Chiediamo che la ricostruzione dei territori devastati dalla guerra sia una ricostruzione verde, sostenibile, inclusiva e partecipata. Chiediamo che le donne siano presenti nei processi di pace e nelle decisioni sulla ricostruzione. Chiediamo che le risorse destinate alla ricostruzione non si limitino a ricostruire ciò che è stato distrutto, ma permettano di costruire territori più resilienti, più sicuri e più sostenibili. Chiediamo che la protezione dell’ambiente diventi parte integrante delle politiche di prevenzione dei conflitti.

E chiediamo soprattutto che la parola pace torni ad avere un posto centrale nelle politiche sul futuro del pianeta.

Perché il pianeta non può essere un’altra vittima

Quando cade una bomba, non viene colpito soltanto un edificio. Viene colpito il suolo. Viene colpita l’acqua. Viene colpita l’aria. Viene colpita la biodiversità. Viene colpita la possibilità di coltivare. Viene colpita la possibilità di vivere. E viene colpito il futuro.

La guerra produce una devastazione che non finisce quando cessano i bombardamenti. Il terreno rimane. L’acqua rimane. Le sostanze inquinanti rimangono. Le macerie rimangono. Le ferite rimangono. E rimangono soprattutto alle generazioni che verranno.

Per questo il nuovo impegno degli Stati Generali delle Donne deve essere quello di unire definitivamente due parole che troppo spesso sono state considerate separate:

Pace e Ambiente

Non c’è tutela del clima senza tutela della pace. Non c’è futuro sostenibile senza territori sicuri. Non c’è vera ricostruzione senza cura dell’ambiente. E non c’è giustizia tra le generazioni se lasciamo ai nostri figli e alle nostre figlie un pianeta ferito anche dalle guerre.

Il Patto delle Donne per il Clima e l’Ambiente del 2019 può quindi diventare oggi un nuovo impegno: fare della pace una politica per il clima, della cura dei territori una politica di sicurezza e della tutela dell’ambiente una politica di prevenzione dei conflitti.

Perché la guerra uccide le persone. E, insieme a loro, uccide anche una parte del pianeta. E quella parte, troppo spesso, non torna più.

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Isa Maggi

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