Ieri ragionavamo sul mancato superamento da parte dell’Italia della Procedura per disavanzo eccessivo (CLICCA QUI). Oggi, però, c’è un elemento nuovo che rende quella riflessione ancora più attuale e che non poteva essere inserito nell’analisi di ieri: l’intervento della Presidente del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, che ha lanciato un avvertimento alle economie avanzate sul peso crescente del Debito e, soprattutto, del suo costo.

 La Georgieva ha detto che gli shock economici degli ultimi anni hanno spinto il Debito pubblico “come una scala che non porta al cielo”, mentre i governi non hanno fatto abbastanza per contenere il costo del servizio del debito. È arrivato, ha detto, il momento di intervenire e servono anche il coraggio politico per farlo e piani credibili di consolidamento fiscale.

Non è un avvertimento rivolto all’Italia. È un avvertimento rivolto alle economie avanzate nel loro complesso. Ed è proprio per questo che dovrebbe interessarci. Perché l’Italia non è sola davanti al problema del Debito.

Nel quarto trimestre del 2025 il debito pubblico italiano era pari al 137,1 per cento del Pil. Quello francese al 115,6 per cento. Sono i due maggiori debitori dell’Unione europea dopo la Grecia, e la Francia è anch’essa sottoposta alla procedura per disavanzo eccessivo. Ma è certo che il Debito più grande e più preoccupante al mondo è quello degli Stati Uniti che ha superato i 40 mila miliardi di dollari ed è al 125 per cento del Pil.

Nel complesso, per quel che ci riguarda, il problema è comunque europeo prima ancora che italiano. Ed è proprio qui che bisogna cominciare a smontare una certa rappresentazione politica dell’Europa. Perché il Covid aveva costretto l’Unione a sospendere temporaneamente le normali regole di bilancio e a costruire una risposta comune alla crisi. Nel marzo 2020 venne attivata la Clausola generale di salvaguardia del Patto di stabilità, consentendo agli stati di allontanarsi temporaneamente dai normali vincoli di bilancio per fronteggiare la pandemia.

Da quella stagione nacque anche il NextGenerationEU e, per l’Italia, il PNRR. Non fu una concessione fatta a Roma. Fu una scelta europea. All’Italia furono assegnati complessivamente 191,5 miliardi nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza, tra sovvenzioni e prestiti. Nel giugno scorso la Commissione ha erogato altri 12,8 miliardi, portando all’ 85 per cento le risorse assegnate nell’ambito del piano italiano.

Per questo sarebbe sbagliato leggere la sospensione delle vecchie regole durante il Covid soltanto come una parentesi nella storia dei rapporti tra i Paesi “frugali” e quelli indebitati che prima della Pandemia sembrava giungere ad uno scontro finale. Fu qualcosa di più importante. Fu la dimostrazione che, quando l’Europa è davanti a uno shock comune, può scegliere di condividere il rischio e di costruire strumenti comuni invece di lasciare ciascun Paese solo davanti alle proprie difficoltà.

Ma proprio perché quella parentesi ha avuto un costo e perché le regole sono tornate a essere operative, non possiamo escludere che la pressione dei paesi più rigoristi torni a farsi sentire.

La guerra ha modificato le priorità di spesa, la crisi energetica ha mostrato la vulnerabilità delle economie europee, la necessità di aumentare la spesa per la difesa pesa sui bilanci e i rendimenti obbligazionari più elevati rendono più costoso rifinanziare il debito. La stessa Banca centrale europea osserva che le condizioni di finanziamento più restrittive e il crescente peso degli interessi stanno aumentando le vulnerabilità fiscali dei Paesi dell’area euro e sottolinea la necessità di consolidare i conti pubblici in modo compatibile con la crescita, dando priorità alle riforme strutturali e agli investimenti strategici.

È questo il punto sul quale dovrebbe interrogarsi il Governo italiano. Non i due decimali che mancano per poter finalmente dire che siamo sotto il 3 per cento per cui restiamo ancora sotto Procedura e che tanto ha marcato uno dei più grandi fallimenti dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Come cambiamo la composizione della spesa pubblica italiana?

Come dicevamo ieri, quel fallimento è il sintomo di uno ben maggiore e cioè la mancanza di una politica di sviluppo e di crescita.  Se ne parla da decenni, ma non giunge alcuna risposta alla domanda vera: come cambiamo la composizione della spesa pubblica italiana?

Come facciamo a creare una spirale positiva nella quale maggiore produttività produca maggiore valore, maggiore valore produca salari più alti, salari più alti sostengano la domanda e gli investimenti producano nuova capacità produttiva?

Meno errori di calcolo, meno mancette a destra e a larga e possiamo anche riuscire a passare dal 3,1 al 2,9 per cento. Ma se per ottenere quel risultato continuiamo a comprimere gli investimenti e non cambiamo la struttura della nostra economia, avremo semplicemente vinto una battaglia contabile mentre continuiamo a perdere quella economica.

E  la Georgieva offre, quasi involontariamente, una risposta che dovrebbe essere ascoltata anche a Roma. Il Fondo monetario sostiene che le economie avanzate non hanno semplicemente le risorse per finanziare la crescita attraverso nuova Spesa pubblica e devono quindi puntare sulle riforme capaci di creare le condizioni perché sia il settore privato a investire. Nelle sue indicazioni al G20, inoltre, il Fondo ha collegato esplicitamente il consolidamento fiscale alle politiche capaci di aumentare la crescita potenziale.

Dunque non è vero che esista soltanto l’alternativa tra rigore e sviluppo. Esiste una terza strada: cambiare la qualità della spesa e delle riforme per fare in modo che il consolidamento dei conti non diventi sinonimo di stagnazione.

È precisamente ciò che l’Italia dovrebbe fare. Ovviamente, insieme all’Europa. E dunque la destra sovranista oggi al comando dovrebbe abbandonare un’altra illusione: quella secondo cui l’Italia possa rafforzarsi indebolendo il legame europeo.

La Meloni ama parlare di Occidente per oscurare l’Europa. Ma quando si arriva alla questione concreta del Debito, della crescita, degli investimenti, dei mercati finanziari e della capacità di affrontare gli shock, l’Occidente non basta. Serve più Europa, non meno. Perché nessun paese europeo, preso singolarmente, ha la dimensione finanziaria e industriale necessaria per affrontare da solo la competizione globale con Stati Uniti e Cina, la transizione tecnologica, la sicurezza energetica, la difesa e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. E soprattutto perché il problema del debito non si risolve tornando ciascuno nel proprio recinto nazionale. Come è stato dimostrato dopo il Covid quando. l’Europa ha scelto di muoversi insieme, ha trovato risorse e strumenti che nessun singolo paese avrebbe potuto mettere in campo con la stessa forza.

L’Italia, allora, dovrebbe avere una politica europea, non una politica contro l’Europa. Sedersi al tavolo con Francia, Germania, Spagna e gli altri paesi per chiedere una nuova politica comune sugli investimenti, sulla produttività e sulla crescita. Non per chiedere semplicemente di essere lasciata spendere liberamente come stiamo facendo per rispondere da soli all’aumento dei carburanti.

E’ l’Europa intera che, come l’Italia, ha bisogno di individuare e perseguire crescita e sviluppo. Non servono battaglie di retroguardia ed autolesioniste bensì il proporsi come capacità di governo che, mentre amministra il presente,  costruisce il futuro.

Il problema della contabilità del 2,9 – 3 – 3,1 per cento che tanto ha angosciato ieri Giorgia Meloni – che è giunta nella disperazione a prendersela con l’Istat che non amerebbe gli italiani, come se i numeri nudi e crudi fossero capaci di nutrire questi sentimenti – purtroppo non ci fa sperare nel fatto che lei e la sua maggioranza siano in grado di andare oltre il proprio naso. E c’è da rovesciare semmai la sua invettiva contro l’Istat: c’è un Governo che ama gli italiani?

Giancarlo Infante

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