Bertolt Brecht non parlava di geografia, parlava di cosa succede quando una Comunità viene compressa troppo a lungo, lasciata senza spazi e senza vie d’uscita. Così Mario Pavone avvia la sua riflessione sulle proteste giovanili. Confermando che non bisogna guardare il fiume — i giovani che protestano — ma gli argini che lo hanno compresso: mancanza di spazi e vie d’uscita. Sostiene che basta accendere tv o social per trovare chi criminalizza la protesta di giovani italiani o stranieri. Aggiunge che le proteste non nascono dal nulla, ma fanno i conti con scelte politiche sorde e silenzio delle Istituzioni: rincari della spesa quotidiana, famiglie che non arrivano a fine mese, territori abbandonati dalle imprese, giovani senza futuro costretti ad emigrare come un tempo i loro padri in UE e USA.
Secondo Pavone, il racconto di chi sta nei Palazzi non condanna il fiume ma si guarda bene dal nominare gli argini. Non parla del costo della vita che sale, come direbbe Brecht, e non parla delle aziende che chiudono per scarsità di commesse aggravata dalla guerra, dei licenziamenti, dei servizi che non funzionano, di chi deve scegliere tra pranzo e cena o come pagare bollette e benzina.Per questo, sostiene Pavone, si preferisce etichettare tutto come violenza gratuita degli scioperanti. Aggiunge che quando la vita diventa insostenibile, la rabbia esplode.Sostiene quindi che la vera violenza non è il corteo agitato che fa notizia e distrugge simboli della ricchezza di pochi, ma quella silenziosa, invisibile ai telegiornali, fatta di decisioni che stritolano le persone comuni. È un’inquietudine che chiede una riformulazione della responsabilità verso le future generazioni.
Nelle manifestazioni, descrive Pavone, i ragazzi lanciano pietre, petardi, ribaltano cassonetti, ma sono anche quelli che entrano in palestra con lo scooter o in aula con un coltello contro l’insegnante simbolo dell’Istituzione che non si fa carico dei bisogni di crescita. Sostiene che molti si preoccupano perché non sono più le solite occupazioni di inizio Autunno Caldo: la rivolta si espande a macchia d’olio in Europa, coinvolge superiori, universitari e sindacati. Su questo allarme, aggiunge che suonano ignorate anche gesta inspiegabili: colpire passanti “per sconfiggere la noia”, auto senza targa, dare fuoco ai barboni, picchiare disabili. La cosa più grave, sostiene, è che lo fanno in gruppi strutturati come baby gang, nuovi predatori urbani consci della non punibilità per età, sempre più giovani, con genitori chiamati al ristoro danni. La situazione negli altri Paesi.
Pavone sostiene che Oltreoceano è peggio: alunni definiti con bisogni educativi speciali ordinano mitragliatrici in Rete, se le fanno spedire con Amazon, indossano mimetica e sparano su coetanei e bambini degli asili, e nessuno ferma le stragi in nome del mercato delle armi. In Francia, sostiene, la protesta liceale ha messo da parte gli ideali e si è concentrata su cose concrete: aule fatiscenti, insegnanti che mancano, accessi universitari discriminanti. Analogamente a Bruxelles migliaia di giovani hanno protestato per manutenzione istituti e personale. In Spagna i giovani rivendicano il diritto al tetto con i comitati inquilini.
L’alleanza più inattesa, sostiene Pavone, ha visto italiani della Rete studenti medi unirsi ai tedeschi contro il ritorno della leva obbligatoria, sul terreno comune del pacifismo anti-riarmo — aspetto valoriale che avvicina i figli ribelli ai genitori. I commenti, tuttavia, dimenticano il Sessantotto. Lo sostiene Pavone perché l’Europa fa i conti con la questione sociale e quanto accade nei cortei non ha nulla a che vedere con il passato. Sul punto, Simone Zoppellaro, docente a Stoccarda e Mannheim, sostiene che le elezioni a Berlino lo hanno dimostrato: dai ragazzi forte supporto alla Linke che aveva proposta radicale sulla casa. Aggiunge che l’inquietudine è dovuta al fatto che lì si esce prima di famiglia, si frequentano corsi universitari gratuiti, ma gli affitti restano troppo alti ovunque, da Monaco ad Amburgo. L’aspetto che colpisce, ascoltando il docente, è il disagio diffuso. Zoppellaro aggiunge che in piazza vanno anche giovani di AfD per ragioni opposte alla sinistra. Sostiene che si soffia sul fuoco della precarietà e di un malinteso pacifismo anti-ucraina, ma questo non significa disimpegno. Sostiene che il voto giovani non va sottovalutato, il rischio estremismi tiene banco, non sono ragazzi ideologizzati ma politicizzati, mentre affiora la questione sociale — vera novità in Germania, scarsamente attrezzata ad assorbire estremismi a differenza dell’Italia.
Alcuni ritengono, riporta Pavone, che le cause siano provvedimenti su tetto immigrati nelle aule, divieto burqa, multe a genitori stranieri che non sanno l’italiano. Sostiene che è solo avvisaglia di problema più ampio: arrivi di migranti, famiglie e figli nati in Italia che scontano xenofobia latente o violenta, definiti con dispregiativo “Maranza”, composti prevalentemente da disoccupati che saccheggiano boutique e negozi alimentari in cerca di beni che non possono comprare. Si tratta di fenomeno grave senza precedenti ma che, secondo alcune opinioni, sostiene Pavone, impone una nuova interpretazione dell’Ordine Pubblico sui Giovani Migranti e di stroncare criminalità comune nelle periferie degradate dei comuni opulenti del Nord.
Per questo, forse, sostiene, dovremmo uscire dagli schemi dei sociologi e dalle tesi precostituite. Gli scrittori di ogni epoca, sostiene Pavone, hanno chiarito che dietro la passione giovanile si nascondono mali umani: se si lascia allo sbando un quindicenne, illudendolo sulla libertà senza conseguenze, la sua rabbia di incompreso si rivolge contro tutto e tutti. Il legame con la violenza deriverebbe quindi dal disagio dell’adolescente verso la società in cui vive, studia o lavora. Le opinioni più comuni tra i giovani che riporta sono: “Vi limitate a richiamare al rispetto di precetti nei quali voi stessi non credete. Ci lasciate da soli nella deflagrazione del desiderio mentre il pianeta va alla deriva e per questo non avremo più freni”. È, sostiene, la ragione della rabbia che spinge a fumogeni, idranti, sassi agli agenti. Per contro, sostiene Pavone, molte proteste appaiono condivisibili quando gridano “Soldi alla scuola e non alla guerra”. Dietro slogan c’è gioventù ferita che chiede riformulazione operativa di responsabilità verso future generazioni, su scuola, case studenti, riarmo, anche se con infiltrati facinorosi.
Caterina Maniccardi, ricercatrice di Parma, sostiene che è corretto parlare di mobilitazione intermittente. Aggiunge, nel saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile”, che si cerca di tradurre in iniziative di buon senso quello che è il senso comune prevalente. La lotta per i diritti, spiega la Manicardi, si sposta da cornice ideale ad azione pragmatica perché “Oggi si sta peggio: l’onda lunga del boom è finita, ci sono meno margini per negoziare”. Il saggio fotografa, attraverso interviste a 17-19enni, lo stress di una generazione che credeva di avere tutto e rischia di finire soffocata da attese e performance. In concreto, dice la Maniccardi, la precarietà paralizza, mentre si afferma convinzione che sistema pubblico sia in frantumi perché “È cambiata l’idea di cos’è lo Stato e di cosa deve fare l’Amministrazione pubblica vecchia ed inadempiente ed alcuni preferiscono il neocolonialismo digitale all’inefficienza delle Istituzioni”.
Il concetto di partecipazione è cambiato, aggiunge: gran parte della generazione Z si muove per singole battaglie con passaparola digitale. In Italia sono state questione palestinese e referendum giustizia prima, poi istruzione e insicurezza globale. Marini, sociologo di Padova, sostiene che “si intuisce una percezione, un mood che tende al negativo: ci avete rovinato il mondo, noi non possiamo fare più nulla”. Tale affermazione, sostiene Pavone, ripropone querelle su scontro generazionale e visione di futuro che per tanti 20-30enni non c’è. Per questo la battaglia per nuovo welfare resta sullo sfondo perché “L’obiettivo non è cercare il lavoro della vita, ma garantirsi benessere e qualità. Per i ragazzi il denaro è il tempo, non viceversa”. La domanda di protezione e bisogno di sentirsi capiti agitano da mesi il mondo giovanile europeo.
Tutto questo, sostiene Pavone, ha poco a che fare con percorsi della politica. La guerra dei mondi è in corso da decenni: perso idealismo pacifista anni Sessanta e impegno umanitario anni Novanta-Duemila, resta ritorno a battaglie primordiali. Punto di rottura con adulti che comandano si avvicina ma non si vede: piazze autunno caldo europeo sono fotografie da tenere a mente. Sulla differenza con il ’68, Daniele Cohn-Bendit sostiene che nel 1968 i giovani lottavano per abbattere autoritarismo e reinventare società, oggi difendono diritto allo studio davanti a classi di massa e scuole fatiscenti, e poiché manca luogo dove dirlo è inevitabile scendere in piazza per dire “non esiste più un futuro”. Pavone sostiene che il movimento studentesco del ’68 ebbe meriti indiscutibili: denuncia sistema e struttura potere, con spazzata via di decenni di costume più veloce della guerra; aver dato coscienza che repressioni governative di polizia non vanno subite passivamente come nel 1950 con repressione Scelba, insegnando diritto di reagire anche con forza non per sovversione ma per conservazione e progresso; essersi sostituito a ruolo carente Autorità statali rivendicando importanza capitale della scuola; aver suscitato interesse e riflessione nel mondo studentesco facendo intuire che questione universitaria era vero problema capitale.
Sulla situazione attuale, Marcello Veneziani sostiene, con definizione che Pavone dice difficile da condividere, che dietro quanto accade ci sarebbe una setta, una minoranza che si sente per diritto divino giudicante e reputa resto del mondo da giudicare, più si scopre minoranza più si inacidisce e radicalizza odio. Più semplicemente, sostiene Veneziani, “essi non accettano esistenza dell’altro e ne chiedono esclusione, cacciata, dimissioni, gogna mediatica, revoca e magari condanna giudiziaria; o nella migliore ipotesi autodafé”.
Se vera ragione fosse questa, sostiene Pavone, saremmo sulla soglia di baratro da scongiurare, visto che malessere quando arriva nelle ZTL si manifesta in modalità brutali inconcepibili in democrazia. A tale proposito, vale pena ribadire, sostiene Pavone, che tutte le proteste sono naturalmente legittime finché non sfocino in violenza che non porta da nessuna parte. Fatti ricordano anni ’50-’60 quando immigrazione dal Sud era confinata in quartieri ghetto ed esclusione sociale, ma allora offriva posto in catena montaggio e opportunità lavoro giovani.
In definitiva, non occorre meravigliarsi, sostiene Pavone, se ragazzi incappucciati che hanno devastato città appartengono a seconde generazioni straniere ispirate da quanto accade a Parigi, che sfogano rabbia figlia dell’odio perché non comprendono xenofobia e rimpatri coatti in Paese cattolico per definizione. Occorrerebbe quindi interrogarsi, conclude Pavone, se esista ancora e funzioni una Opinione pubblica e sul futuro stesso della democrazia, perché senza di essa muore anche la democrazia.
Per la lettura completa CLICCA QUI

