Sarà proprio vero, come cantava Rita Pavone ne “La pappa col pomodoro”, che solo “il popolo affamato fa la rivoluzione?” Ma certo che è vero. Solo che al Sud, non è la povertà crescente, la fuga dei giovani e lo spopolamento quello che fa notizia: sono i blocchi stradali e gli assalti alle prefetture che fanno più clamore perché rimbalzano in tempo reale sui social e sui siti dei giornali. E infatti, la rabbia è esplosa perché ormai, da quelle parti, tanti, troppi agricoltori, camionisti e lavoratori non riescono più a vivere dignitosamente.
In questi giorni, tra rincari del gasolio, margini sempre più ridotti per agricoltori e autotrasportatori e la distanza scandalosa tra quanto viene pagato un prodotto a chi lo coltiva e quanto costa sugli scaffali dei supermercati, il Mezzogiorno torna a manifestare il proprio disagio. Scioperi, blocchi stradali e proteste raccontano una crisi reale: chi lavora non sempre riesce più a guadagnare abbastanza per vivere con dignità e decoro.
Dietro ogni trattore fermo e ogni camion bloccato c’è una domanda di giustizia che merita ascolto. Ma queste manifestazioni sollevano anche una questione più profonda: perché nel Sud tante rivolte, pur riuscendo a ottenere vantaggi immediati, non hanno quasi mai prodotto una trasformazione culturale, civile e sociale capace di durare nel tempo?
La lunga storia delle ribellioni meridionali
La storia del Mezzogiorno è attraversata da rivolte contro le tasse, i privilegi, le ingiustizie e la miseria. Dalla rivolta di Masaniello a Napoli nel 1647, nata anche contro il peso fiscale imposto alla popolazione, ai moti del 1799, dalle insorgenze contadine dell’Ottocento alle proteste del secondo dopoguerra per la terra, il Sud ha conosciuto stagioni di grande partecipazione popolare e di aspra conflittualità.
Dopo l’Unità d’Italia, il brigantaggio postunitario, pur nella complessità delle sue componenti e senza poter essere ridotto a una semplice rivolta sociale, manifestò anche il drammatico conflitto generato dalle trasformazioni politiche, militari ed economiche del nuovo Stato. Nel Novecento, le occupazioni delle terre, le lotte bracciantili e le mobilitazioni per il lavoro hanno imposto all’attenzione nazionale condizioni che per troppo tempo erano rimaste ai margini. Molte di queste battaglie hanno lasciato un segno. Hanno contribuito a conquistare diritti, modificare rapporti di forza, aprire spazi di emancipazione. Sarebbe ingiusto negarlo. Eppure, troppo spesso, alla stagione della protesta è seguito un ritorno alla rassegnazione, mentre le cause strutturali del disagio restavano irrisolte. La rivolta rompeva il silenzio, ma non sempre costruiva un ordine nuovo.
La protesta che si spegne, la rivoluzione che non comincia
È questa la differenza tra una sommossa e una rivoluzione nel senso più profondo del termine. La prima può nascere dalla disperazione, esplodere in poche ore e strappare una concessione. La seconda comincia quando una comunità cambia il proprio modo di pensare, organizzarsi e agire. Non ha bisogno di violenza: ha bisogno di coscienza, partecipazione, competenza e responsabilità. Non basta scendere in strada quando il gasolio diventa insostenibile, se poi non si costruisce una rappresentanza capace di negoziare soluzioni, controllare gli impegni assunti e proporre riforme. Non basta denunciare il prezzo irrisorio riconosciuto al produttore, se non si rafforzano le cooperative, le organizzazioni dei produttori, le filiere locali e il potere contrattuale di chi lavora la terra. Non basta protestare contro i ritardi della politica, se la partecipazione civica si esaurisce nel giorno del voto o nell’indignazione sui social.
La vera rivoluzione comincia ogni giorno
E allora, diciamo le cose come stanno. Il Mezzogiorno non ha bisogno di meno protesta, ma di una protesta che sappia diventare progetto. Ha bisogno di cittadini consapevoli dei propri diritti, ma anche dei propri doveri; di associazioni capaci di unire le forze, di amministratori giudicati sui risultati, di imprese che collaborino anziché restare prigioniere dei campanili e di giovani che possano scegliere di restare perché esistono opportunità, non perché costretti a rinunciare al futuro.
La rivoluzione più difficile non è quella che rovescia un governo o paralizza una strada. È quella che modifica abitudini consolidate, combatte l’illegalità anche quando sembra conveniente, rifiuta il clientelismo, tutela i beni comuni e considera la solidarietà una responsabilità collettiva. È una rivoluzione culturale prima ancora che economica: perché senza fiducia, organizzazione e senso civico, anche le migliori risorse rischiano di disperdersi.
Il Sud non è condannato a ripetere la propria storia. Possiede energie produttive, competenze, giovani, tradizioni di solidarietà e una posizione mediterranea che può diventare una straordinaria opportunità europea. Ma deve imparare a trasformare le emergenze in strategie, le proteste in rappresentanza, le rivendicazioni in alleanze e i diritti conquistati in istituzioni più giuste ed efficienti. Perché una strada bloccata può fermare un Paese per un giorno. Ma soltanto cittadini organizzati, alleanze economiche solide e controllo democratico sulle istituzioni possono trasformare la protesta in cambiamento stabile e cambiare davvero il destino di una terra bellissima, ma ancora un pò amara e tanto trascurata come il nostro Mezzogiorno.
Michele Rutigliano