​Nelle analisi della politica italiana ed europea – ma anche americana dopo il duplice arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump – ricorre spesso un presupposto implicito: la convinzione che Destra e Sinistra siano due facce speculari della stessa medaglia, che utilizzino gli stessi meccanismi di costruzione del consenso e differiscano soltanto nei programmi. Si tratta di un’illusione di simmetria. Guardando all’evoluzione degli ultimi decenni, emerge come i due campi rappresentino oggi due modelli antropologici strutturalmente diversi di intendere l’aggregazione, il potere, la gestione della guida pubblica e l’influenza sulla società.

La Destra di oggi e l’antropologia dell’interesse

​La destra – quella di oggi che poco ha che fare con il conservatorismo illuminato dell’Occidente della Rivoluzione industriale e della diffusione nel mondo dei valori del liberalismo storico – si fonda su una visione tutta indirizzata verso il presente e il reale immediato. La sua forza non risiede nella coerenza teorica o in una complessa architettura dottrinaria, ma nella straordinaria capacità di fare massa critica attorno agli interessi materiali di gruppi e categorie sociali definite. Quasi sempre le più refrattarie a misurarsi con la complessità delle cose, della pluralità della società e degli interessi che in quel magma pluralista, vario e composito, germinano.

​Lavoratori autonomi, piccole imprese, corporazioni professionali, rendite immobiliari: settori diversi ai quali si offre la difesa, la tutela e la perpetuazione dello status quo. In questo schema, la dimensione ideologica (la Patria, la tradizione, la sicurezza) non funge da guida razionale, ma da collante identitario: un mantello culturale, spesso vuoto o astorico, che serve a compattare e nobilitare un patto di potere e di autoconservazione. I “balneari”, ma anche settori del commercio e dell’imprenditoria ne costituiscono gli esempi più lampanti. Soprattutto, approfondendo gli interventi loro destinati nel corso degli anni dall’attuale Governo e dalle forze politiche che lo formano.

​Questo spiega perché la destra riesca a mantenere una notevole tenuta politica anche a fronte di palesi fallimenti programmatici sui grandi temi di governo. All’elettorato di riferimento interessa relativamente poco il successo delle riforme generali: ciò che conta è che il Governo adempia alla sua funzione vocazionale, cioè fare da scudo corporativo affinché le posizioni acquisite non vengano intaccate.

La Sinistra: la “sovrastruttura” priva di struttura sociale

​La sinistra vive di un’antropologia opposta. Venuta meno la classe operaia e tramontato il modello di produzione fordista che garantiva un blocco sociale coeso e omogeneo, la sinistra ha perso il proprio ancoraggio storico. Chiusa la stagione della battaglia per i grandi interessi collettivi (salario, welfare universalistico, diritti del lavoro come perno della cittadinanza), si è progressivamente adagiata dalla struttura alla sovrastruttura culturale.

​Nei decenni più recenti, questo vuoto di rappresentanza sociale è stato riempito dalla battaglia per i diritti individuali e civili. In molti casi si  tratta di istanze sacrosante, ma che presentano due limiti politici e sociali quando usate come unico motore politico:

  1. ​Sono politicamente trasversali: parlano cioè alla sfera della libertà individuale e, spesso, intercettano il pensiero liberale o cosmopolita, senza però intaccare o ridefinire i rapporti di forza economici.
  2. ​Frammentano anziché unire: I diritti individuali parcellizzano la società in un arcipelago di gruppi minoritari e di piccole identità specifiche ancorché organizzate e “rumorose”, rendendo quasi impossibile la costruzione di una visione collettiva e inclusiva.

​In assenza di una base materiale unificante d’ordine economico e sociale – quella che fu ben definita nelle fabbriche e nelle campagne dalla seconda metà dell’800 in poi – la sinistra si è ridotta a comunità in difesa di posizioni proprie di spezzoni della nuova società contemporanea, dove l’inseguimento è stato più di attese individualiste che di risposte ad esigenze più ampiamente avvertite da un largo seguito popolare. E questo ha concorso a rendere vera – lo abbiamo visto nel corso di molte competizioni elettorali italiane dell’ultimo decennio – l’etichettatura del centrosinistra come area politica delle Ztl, mentre la destra – anche nelle posizioni più estremiste – vinceva nelle campagne e nelle periferie. E così si sono alterati, ad esempio, gli equilibri soprattutto nella guida di molte regioni.

L’esperienza di questi anni hanno ben definito un quadro che ancora, in qualche misura, resta valido: laddove gli affari e il potere compattano la destra, le idee dividono la sinistra.

La sindrome dei “primi della classe”

Un sintomo ulteriore della difficoltà attraversata dalla sinistra consiste nella ricorrente ricerca di figure salvifiche esterne ai normali percorsi della rappresentanza politica. Giornalisti, intellettuali, magistrati, tecnici, personalità della società civile: periodicamente emergono candidature più o meno spontanee alla guida della coalizione, alla presidenza del Consiglio o addirittura al Quirinale. Figure spesso autorevoli sul piano professionale, ma la cui investitura politica appare fondata più sul riconoscimento mediatico che su una reale rappresentanza sociale o territoriale.

Non si tratta soltanto di un fenomeno che contribuisce ad aumentare la frammentazione e la confusione strategica. È anche il segnale di una crisi più profonda. Nei grandi partiti popolari del Novecento, la classe dirigente si formava attraverso percorsi lunghi e strutturati: il radicamento nei territori, le organizzazioni giovanili, il confronto nelle amministrazioni locali, le responsabilità nei corpi intermedi. Oggi, venuta meno gran parte di questi strumenti, la selezione della leadership a tutti i livelli tende sempre più a sostituirsi con la cooptazione mediatica.

La frequente ricerca dell'”uomo” o della “donna della Provvidenza” non certifica quindi una particolare ricchezza di energie, ma piuttosto la difficoltà di esprimere una classe dirigente riconosciuta, legittimata e rappresentativa. È il riflesso di una sinistra che, avendo smarrito una parte significativa dei propri riferimenti sociali, fatica sempre più a individuare al proprio interno i soggetti chiamati a interpretarne la leadership.

​La paralisi di fronte all’impatto sociale

​Il risultato di questa spaccatura antropologica tra destra e sinistra – per alcuni versi marcatissima negli Stati Uniti, ma che si è clamorosamente evidenziata in Ungheria con Orban, ed è presente anche in altri paesi europei, soprattutto Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna-  è sotto gli occhi di tutti. Di fronte alle emergenze economiche contemporanee — dalla morsa dell’inflazione alla perdita del potere d’acquisto, dal degrado dei servizi pubblici essenziali alla precarietà diffusa — assistiamo a una sinistra incapace di incalzare il Paese e il Governo su basi sostenibili ed adeguatamente credibili.

Poco si è fatto per analizzare le conseguenze politiche innescate dai mutamenti intercorsi nella macro economia e nel mondo del lavoro nel corso degli ultimi decenni. In modo, così, da definire una piattaforma politico/sociale in grado di porsi quale alternativa spendibile soprattutto per quelle larghe aree che di destra non sono e che sono rimaste progressivamente profondamente deluse da una sinistra abbastanza autoreferenziale. Tutta quella larga realtà finita pressoché completamente nell’astensionismo  cresciuto grazie ad un sistema elettorale utilizzato per restringere, invece che per allargare le maglie della rappresentanza e della partecipazione.

Preoccupata di marcare una superiorità morale e culturale, la sinistra scivola spesso nella condanna moraleggiante dell’avversario, lasciando scoperte le ansie quotidiane dei ceti popolari e del ceto medio impoverito. Senza più la capacità di costruire quel consenso maggioritario (il “blocco dei due terzi”) che in passato univa il mondo del lavoro e delle classi medie, essa rischia di apparire come un’élite autoreferenziale. Per di più, litigiosa ed inconcludente.

La necessità di un’alternativa popolare

​Se il panorama attuale ci consegna, da un lato, una destra rintanata nella difesa corporativa dello status quo e, dall’altro, una sinistra arroccata nella sovrastruttura etico-identitaria, la vera sfida politica del futuro non sta nel rianimare questi due schemi logori, ma nel costruire un’alternativa radicalmente diversa: una nuova presenza di ispirazione popolare. In grado di superare quella infida tagliola rappresentata dalla scelta di necessità di un campo o di un altro. Se dietro questo schema si adagia- sulla base di un sistema bipolare e di legge elettorali che quello schema fanno sopravvivere – il nostro sistema politico resterà perpetuamente inceppato ed incapace di svolgere un’autentica funzione di servizio per la società economica e civile.

​Si tratta di volere e di sapere superare i limiti di entrambe le antropologie attuali attraverso tre direttrici fondamentali:

  • ​Solidale e fondata sui bisogni reali: un pensiero popolare non abdica alla Giustizia sociale in favore del Mercato, né si limita ai soli diritti individuali. Mette al centro la Persona nei suoi legami sociali elementari, facendosi carico delle sofferenze materiali quotidiane — la casa, il lavoro dignitoso, la sanità, il potere d’acquisto — senza cadere nell’assistenzialismo o nella condanna moralistica.
  • ​Di libertà e progressista: una visione di progresso che non coincide con la deregolamentazione selvaggia o con l’individualismo atomizzato, ma con la promozione delle capacità di ciascuno. Una libertà che si realizza con gli altri e non contro gli altri, capace di guardare alle sfide dell’innovazione, dell’ambiente e dei diritti con uno sguardo inclusivo e non elitario.
  • ​Sussidiaria e policentrica (Autonomie sociali e territoriali): Contro il centralismo statalista — che spesso paralizza le energie — e contro il liberismo senz’anima, la prospettiva popolare scommette sui territori, sulle comunità locali, sui corpi intermedi e sul terzo settore. È l’idea che la risorsa principale di un Paese risieda nella vitalità della sua società civile e nelle autonomie locali, capaci di ricucire quel tessuto fiduciario che il centralismo e la politica delle élite hanno sfilacciato.

​Senza questa ricomposizione — che sappia unire la difesa concreta della vita quotidiana con un’idea alta di comunità e di libertà — la politica rimarrà un pendolo sterile tra un pragmatismo senza visione e un’ideologia senza popolo. La vera scommessa per il Paese sta nella capacità di dare corpo e voce a questo spazio interamente da ricostruire.

Giancarlo Infante

 

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