Mario Morcellini, Presidente del Consiglio scientifico Fondazione Sapienza, ha pubblicato sulla sua Rubrica quindicinale su Formiche il seguente articolo sulla Povertà formativa che pubblichiamo con l’autorizzazione dell’autore.

Disordine e ipertensione influenzano la società italiana, nonostante la tregua che le elezioni e un nuovo governo
portano con sé. Sono la prova dell’esaurimento di regole condivise e quando un sentimento di questo genere si afferma, entra in crisi un clima favorevole alla scuola e al suo potere formativo. Ma, ricordando il monito del Nobel ungherese A. Szent-Györgyi, “il futuro sarà come sono le scuole oggi”.

Le responsabilità rimontano al passato, forse neppure recente, ma il momento di incipit delle nuove politiche deve essere colto per intero. In una fase di questo genere tutti si offrono come consiglieri del principe e molti reclameranno una propria agenda prioritaria. Ma è meglio fidarsi di chi non parla in difesa dei propri interessi, dando voce a quelli che non ce l’hanno: ragazzi, adolescenti e giovani che prima o poi voteranno. Senza una politica pubblica forte vanno per la loro strada, quasi praticando una scissione di fatto con gli adulti e le istituzioni. Non possiamo permettercelo.

È venuto il tempo che la lotta alla povertà educativa, digitale e quella relativa alla dispersione universitaria diventi una scommessa, anche per l’effetto di annuncio che potrebbe conseguirne, senza contare una possibile condivisione del Parlamento. Vertenze di questo genere sono state difese nel nostro Paese dal mondo della scuola, nonostante i bassi salari che lo distinguono, dal terzo settore e da movimenti culturali attenti al destino della formazione. Negli ultimi tempi le stesse istituzioni hanno avviato una diversa strategia dell’attenzione investendo risorse nella ricerca pubblica.

Il più recente rapporto Caritas significativamente intitolato “L’anello debole” (CLICCA QUI) chiarisce quanto le sconfitte educative moltiplichino nel tempo processi di isolamento sociale e “apatia indotta”, al punto che ci vorranno diverse generazioni per un possibile riequilibrio delle chance di successo formativo. In quest’ottica, una particolare attenzione alle forme di esclusione precoci dal digitale, tanto più grave perché si tratta della neolingua espressiva delle generazioni più giovani, diventa cruciale; perdere velocità su questo punto sarebbe dunque una
forma di separazione rispetto ai cluster che ne fanno la forza motrice delle loro interazioni e quasi della loro identità.

Un intervento coraggioso può allora correggere un pronostico altrimenti ineluttabile ripristinando un minimo di attenzione pubblica per la forza della scuola anche come “ascensore sociale”. È una vertenza che dev’essere strutturale per rispondere alla voglia di cambiamento che il voto reclama. Un discorso simile va fatto anche per
l’Università. In passato era legittimo dare più peso ai primi livelli scolastici, ma oggi è più chiaro che mai, anche a causa delle emergenze ripetute, che non scommettere sull’Università e sull’allargamento della sua platea significa rinunciare a priori alla crescita economica e a un’autentica competitività con i Paesi europei.

La questione del diritto allo studio vale anche per gli atenei pubblici e privati. Quelli digitali hanno già, in qualche misura, realizzato significativi incrementi della platea studentesca. Se crediamo davvero nella società della conoscenza, dobbiamo considerare un nuovo diritto il sostegno pubblico almeno all’inizio delle scelte universitarie. Non è un tema di oggi, ma è più scottante se si pensa che lo stesso rapporto Caritas segnala che solo l’8% dei giovani, figli di genitori senza licenza superiore, arriva a conseguire una laurea. È un dato impressionante rispetto al diritto alla realizzazione degli obiettivi giovanili. È chiaro dunque che solo affrontando alla radice tutte le povertà relative alla formazione l’Italia potrà diventare davvero, come chiede Alessandro Rosina aprendo il rapporto 2022
dell’Istituto Toniolo, “un Paese  alleato dei giovani”.

Senza un intervento consapevole e strategico, le nuove generazioni continueranno a convivere con noi come “separati
in casa”, pronti alle maratone degli aperitivi e all’esclusività dell’intrattenimento. Ma il legame sociale rischia di naufragare in modo irreparabile.

Mario Morcellini